Diego Marani, neo Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, e la sua Trieste.

Se la prima città dove si va a vivere da soli per frequentarvi l’Università lascia un segno nel cuore, Trieste te la porti fino a Parigi: dove Diego Marani è arrivato come Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura poco dopo aver pubblicato “La città celeste” (ed. La nave di Teseo, febbraio 21), in cui egli riconosce alla città di confine il primato dell’insegnamento del multiculturalismo, nella vita quotidiana oltreché il prestigio storico della sua Scuola di Traduttori e Interpreti, oggi: Sezione di Studi di Lingue Moderne della locale Università dove si è formato.

Nel romanzo questa gli riappare dello stesso colore del mare, che dalla parte destra del treno su cui vi arriva dalla nativa Ferrara contrasta con il grigio chiaro delle pietre del Carso dalla parte sinistra; e, sia il mare che rimane celeste anche con il cattivo tempo (la bora, “sempre quel vento come un urlo” spazza l’aria), sia la pietra carsica con l’immutato colore, anticipano l’immutabilità della città di fronte alle varie culture che vi si sono penetrate. Quasi fosse un laboratorio permanente, quasi una sfida ai puri nazionalismi dei dintorni (in Italia, Austria, Slovenia, Croazia, ecc.) che hanno causato non poche guerre.

D’altronde già Maurizio Serra aveva descritto Trieste come un laboratorio multiculturale nella formazione di Svevo (nella biografia edita da “Grasset” nel 2013 e da “Aragno” nel 2017), a differenza di quelle di Kafka a Praga e Freud a Vienna. E d’altronde già a Marani al suo primo arrivo Trieste era apparsa come un confine “invisibile” (seppure “sempre incombente”), poiché né l’“anima asburgica” dei palazzi del centro, né gli “sciavi” (“quella torma” che scendeva dai treni dalla Iugoslavia), né il “te son italiàn?” come prima reazione da una persona a cui aveva chiesto un’informazione, potevano rievocare qualsiasi irredentismo, neanche ai vecchi “vigorosi e tenaci” di lì! La Chiesa greca e quella serba facevano subito pensare all’oriente non lontano da quel confine, che in definitiva neanche l’oppressione comunista aveva mantenuto tale poiché Tito lo aveva riaperto per il lavoro transfrontaliero e per gli italiani che lo attraversavano continuamente o per svaghi turistici o per gli acquisti di carne, benzina, sigarette e altro. Lo spirito multiculturale è prevalso a Trieste anche dopo Tito quando a fronte, sia di coloro che ne sbandieravano il ritratto che di coloro che ne ricordavano le foibe, più delle precedenti rivendicazioni politiche conclusesi con il trattato di Osimo, cominciavano a essere di nuovo riconosciute quelle nazionalistiche al di là del confine. E a Trieste lo spirito degli sloveni era più o meno quello espresso nel romanzo da una studentessa, dopo che le era stato chiesto “in tutta questa storia di confini tu da che parte stai?”: “Non me ne frega niente, mia mamma abitava vicino a Capodistria, mio papà vicino a Gorizia”. “A chi gliene frega, allora?”. “A questi” (i partecipanti d’un comizio), “alla politica”!

Nella Trieste “laboratorio” il protagonista del romanzo condivide anche il tempo libero dei “matti” in seguito alla legge Basaglia, finché laureatosi con una tesi di psicanalisi al posto di quella prevista inizialmente sui discorsi dei Presidenti della V Repubblica Francese vi trova lavoro per il tempo che dura un altro suo legame con una slovena (aspirante attrice che si divide tra lì e Lubiana, a conferma ancora una volta dell’assenza delle frontiere culturali).

Tornatovi in viaggio nostalgico circa 40 anni dopo, Trieste per lui “non smette di tramontare”, e rimane “di confine anche se oggi il confine non esiste più”.

L’aveva sostenuto anche Elisabetta Sgarbi, Direttrice delle Edizioni “La nave di Teseo”, nei filmati Il Viaggio della Signorina Vila e Trieste: la contesa del 2012 e 2021, dichiarando pure che “è il gran banchetto di cultura mitteleuropea, levantina, italiana, ebraica, tedesca, slovena che fa di Trieste una città tanto più letta che visitata”, come lo è “l’attrazione per il mare e la scoperta di scorci naturali”.

Tracce triestine a Marani non mancheranno a Parigi: quella di Strehler ogni volta che andrà all’Odéon o che incontrerà Jack Lang che lo aveva nominato Direttore nel 1983; la fama di Magris (tale per cui non erano bastati all’Istituto Italiano di Cultura i posti per il pubblico alla presentazione del suo «Non luogo a procedere» (ed. Garzanti, 2015); quella di Leonor Fini (il cui cosmopolitismo come strada di successo dei suoi quadri si è formato fino al 1925 proprio a Trieste, che in occasione del 25mo anniversario della scomparsa ospiterà al Magazzino 26 del Porto Vecchio dal 26 giugno al 20 agosto una mostra anche multimediale delle sue opere); gli insegnamenti e le pubblicazioni nelle Università francesi dello storico Fulvio Senardi (Presidente dell’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione), al quale si deve anche la collaborazione tra “Altritaliani” e la Rivista triestina “Il Ponte Rosso; e le raffigurazioni della città del pittore Vincent Brunot.

Inoltre, il bicentenario della morte di Napoleone gli ricorderà che lui vi era stato nel 1797 prima del trattato di Campoformio; che le sue truppe vi erano tornate nel 1805, fino al trattato di Presburgo, subito dopo il quale anche Murat vi era stato; che c’era stata una terza occupazione francese dal 1809 al 1813; e che infine a Trieste aveva scelto di stabilirsi inizialmente l’ex regina di Napoli Carolina Bonaparte Murat, sbarcatavi nel 1815.

Insomma, Marani troverà così altre tracce della città che -come una “mula” ovvero una sua “donna sempre allegra, facile alla battuta di spirito”, capace anche di “scuotere dai seri propositi” e mettere “di buon umore”- lo ha reso cosmopolita fino al punto da poter ironizzare anche sulle lingue: come egli ha fatto quando ha inventato nel 1996 l’”Europanto” (dal greco “panto” per “tutto”), per il riconoscimento e mescolamento delle espressioni delle singole lingue europee e delle rispettive culture in antagonismo all’inglese (rimasto in uso nonostante la Brexit e nonostante il gaelico per l’Irlanda e il maltese per Malta siano state riconosciute come loro lingue ufficiali nell’UE). O quando come esempio dell’“Europanto” ha intitolato dei suoi racconti “Las adventures des inspector Cabillot” (1999). O quando ha scritto la “Nuova grammatica finlandese” (ed. Bompiani, Premio Grinzane Cavour, 2001) insegnata a un soldato che, ferito nel 1943 e persa la parola e la memoria, era stato mandato per un equivoco in Finlandia dove questa lingua gli risultava tanto difficile quanto s’ispira al “kalevala”, ossia al poema risalente al patriarca della stirpe finnica. O con altri titoli ironici dei suoi romanzi: “Caprice des Dieux”(1994), “Enciclopedia tresigallese” (2006), in alternanza a quelli che maggiormente portano il segno della sua esperienza a Trieste: “A Trieste con Svevo” (2003) e “L’interprete” (2004).

Se, in coincidenza con l’arrivo di Marani a Parigi, non è stato ironico iniziare anche qui le celebrazioni del VII centenario della morte di Dante prevalentemente via zoom, con il venir meno delle restrizioni egli potrà di nuovo sostituire le finzioni con le iniziative concrete: sia in vista del “Salon du Livre” nel 2022 per cui -dopo i suoi decenni di lavoro all’UE come traduttore, revisore, ed esponente delle Direzioni Generali “Cultura” e “Interpretazione”, e dopo essere stato Presidente del CEPELL (“Centro per il libro e la lettura” dipendente dalla “Direzione Generale biblioteche e diritto d’autore” del Ministero della Cultura)- intende rivalorizzare pure gli altri attori oltre agli autori di libri (traduttori, disegnatori, fumettisti, grafici, ecc.); sia rivalorizzando la conoscenza in Francia delle città e luoghi minori italiani. La sua Ferrara, per esempio, non ha avuto uno spazio minore di Roma nei “Secrets d’histoire” su Lucrezia Borgia di Stéphane Bern, il quale d’altronde ammira l’Italia tanto per le città artistiche più note quanto per quelle meno note, che meritano appunto (come i luoghi archeologici minori rispetto a Pompei) d’essere maggiormente conosciute.

Marani ha dichiarato d’avere anche la tentazione di collaborare proficuamente con l’Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo: più perché la vicinanza al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa gli ricordino il suo periodo all’UE? O più perché dopo Trieste è ancora attratto dal fascino d’un’altra città vicina al confine spostato dalla storia di là e di qua?

Gli giungano comunque i migliori auguri di Atritaliani.

La città celeste, Diego Marani (ed. La nave di Teseo) pp. 208 – €.19,00

Lodovico Luciolli

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