Dialoghi italo-francesi per l’Europa di Science Po e della LUISS ricordando Guido Carli

La memoria di Guido Carli, Presidente della LUISS dal 1978 al 1993, continua ad essere onorata, oltreché con il suo nome aggiunto alla sigla dell’Università, con l’ulteriore liberalizzazione degli scambi accademici, nella quale egli credeva quanto nel liberismo economico e monetario nell’ambito degli accordi internazionali. Gli accordi possono essere criticati, ma ancora più criticata non può che essere la loro assenza oppure la mancanza di visione per le generazioni future. Carli, dunque, oggi approverebbe pienamente il termine “next generation” dato al “recovery fund” dell’UE, pur nei limiti al di sotto degli eccessi inflazionistici, e approverebbe anche i “dialoghi italo-francesi per l’Europa” di quest’anno della LUISS e di Sciences Po poiché partono proprio dall’avvenire dei giovani dopo il covid19 e dalle interviste loro fatte in proposito (vedasi: https://altritaliani.net/lindagine-i-giovani-e-il-loro-avvenire-nei-dialoghi-italo-francesi-della-luiss-e-di-sciences-po/ ).

“Dialoghi” che al terzo anno da quando sono sorti hanno contenuti ancora più concreti di quelli previsti inizialmente: già il 20 giugno 2019 a Sciences Po (vedasi: https://altritaliani.net/a-sciences-po-parigi-di-scena-il-rapporto-italia-francia/) l’allora Presidente della Confindustria e tuttora Presidente della LUISS Vincenzo Boccia aveva giudicato i precedenti interventi delle rispettive personalità sulla collaborazione e sugli accordi bancari (Andrea Munari per BNP Paribas/BNL, Yves Perrier per Amundi), industriali (Giampiero Massolo per Fincantieri/STX St.Nazaire), energetici (ENEL/EDF) e agroalimentari (Rosario Ambrosino per ELIOR) tra l’Italia e la Francia come essenziali per le nuove generazioni nel quadro d’una strategia dell’UE di fronte ai colossi degli USA e della Cina. E ancora stavolta, ossia il 3 dicembre scorso nel webinar a conclusione di quelli di quest’anno, egli ha insistito sulla collaborazione industriale bilaterale, in particolare tra la Confindustria e il MEDEF, come componente essenziale di questa strategia: tanto più dovendo combattere contro la crisi dovuta al covid19, e tantopiù per l’utilizzo dei fondi d’un debito comune di proporzioni maggiori ad ogni aspettativa.

Il suo successore alla Presidenza della Confindustria, Carlo Bonomi, ha confermato l’importanza della collaborazione bilaterale tra le confindustrie (come con quella tedesca) nel quadro dell’UE, anche come stimolo per quelle riforme in cui i governi e le forze economiche e sociali continuano a essere in ritardo, in particolare proprio per il futuro dei giovani: il debito comune implica una responsabilità comune in particolare per loro, come quella che Kennedy, a suo tempo, all’inizio della presidenza, aveva voluto come nuova frontiera per le loro aspirazioni.

Mario Draghi e Guido Carli

Da parte francese la Presidente della Commissione Europea e Internazionale del Medef Viviane Chaine-Ribeiro ha ribadito la necessità di rafforzare ulteriormente i rapporti tra le confindustrie nell’ambito UE di fronte alle incertezze sociali per il covid19 e alle trasformazioni nel numerico che coinvolgono ancora di più i giovani: incertezze tanto grandi quanto, d’altra parte, i piani di rilancio dell’UE per affrontarle.

Nella lettera congiunta dei Presidenti di Bdi (Germania), Medef (Francia), Confindustria (Italia), Ceoe (Spagna) e Lewiatan (Polonia) ai Capi di Stato e Governo a Bruxelles il 10 e 11 dicembre è stato ancora ribadito che “l’Europa ha urgentemente bisogno del piano per la ripresa e la crescita” e che “gli strumenti chiave del Recovery Plan europeo, il Quadro Finanziario Pluriennale e New Generation, sono più importanti che mai e devono diventare operativi senza ulteriori ritardi”.

Dopo che gli organizzatori dei dialoghi Paola Severino (Vice Presidente della LUISS) ed Enrico Letta (Dean della Paris School of International Affairs), insieme al prestigio di Marc Lazar (Accademico a Sciences Po e alla LUISS), all’organizzazione di “Ambrosetti” e al contributo di Nicola Monti Presidente della Edison, avevano dedicato il 16 novembre alla presentazione dell’indagine di Ferdinando Pagnoncelli Presidente dell’IPSOS sui sentimenti attuali dei giovani in Italia e Francia; dopo che il 23 novembre era stato dedicato ai cambiamenti nella formazione dei giovani dopo il covid19; e dopo che il 30 novembre era stato dedicato ai suggerimenti di imprese italiane e francesi per l’attuazione del “next generation” e del “green deal”; dopo gli interventi a queste date tra gli altri di: Luigi Abete, Presidente della “Luiss Business School”; Letizia Moratti, Presidente di “E4impact” per la formazione imprenditoriale in Africa; Michele Crisostomo e Francesco Starace, rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato dell’Enel, il 3 dicembre a conferma dell’importanza dei “dialoghi” sono intervenuti:

Frédéric Mion, Direttore di Sciences Po, che ha calcolato in migliaia il numero di persone che hanno complessivamente seguito i “dialoghi”; i Ministri dell’Economia Roberto Gualtieri e Bruno Le Maire (incontratisi qualche giorno prima a Roma), i quali hanno ricordato le simmetrie delle robuste energie anticicliche nazionali e comunitarie per preservare la capacità produttiva e il lavoro, e di quelle bilaterali costituite per esempio dall’unione FCA/PSA a vantaggio dello sviluppo delle energie alternative (batteria, idrogeno, ecc.), o dalle attività della società italo-francese STMicroelectronics a vantaggio dei progressi della digitalizzazione; hanno ricordato pure le posizioni pressoché simili sugli sviluppi futuri delle normative degli enti di credito, e dei sistemi fiscali vis-à-vis delle multinazionali o a maggior favore delle piccole e medie imprese (all’”amitié franco-allemande” s’affianca così la “passion franco-italienne” nelle attuali sfide);

il Commissario all’Economia dell’UE Paolo Gentiloni, che ha ricordato come il “debito comune per obiettivi comuni per un progresso comunefa pensare a Giscard d’Estaing ai tempi in cui era Presidente della Convenzione per la Costituzione Europea, approvata a Roma nel 2004 ma non ratificata da tutti gli Stati (anche per i referendum contrari in Francia e Olanda) e superata dal Trattato di Lisbona del 2007: doveva istituzionalizzare meglio il funzionamento dell’UE anche per le generazioni che quando lo avevano eletto Presidente della Repubblica nel 1974 rappresentavano il “new deal” (come le generazioni corrispondenti nel 1961 per Kennedy). Adesso, tuttavia, il maggior debito comune dovrà stimolare ad avere tra le maggiori risorse comuni anche la trasformazione digitale e le politiche climatiche (la nomina di Kerry fa da stimolo), e sarà necessario affiancare alla comune politica monetaria sempre di più dei parametri comuni di bilancio (tassazioni, precedenze di spesa, ecc.). Così i risultati di “next generation” varranno nell’UE anche per coloro che vi si oppongono, e così l’asse franco-tedesco potrà essere meglio fiancheggiato dal dinamismo degli altri Paesi, e in particolare dell’Italia alla quale la Francia ha già confermato il sostegno pe le iniziative nel 2021 come Paese che presiede il G20.

Il 27 febbraio scorso il destino ha non solo premiato i rispettivi Ambasciatori Teresa Castaldo e Christian Masset per essere riusciti con il vertice di Napoli a cancellare in tempo gli screzi precedenti tra la Francia e l’Italia, ma li ha pure coinvolti in un’ulteriore collaborazione, oltreché nelle reazioni comuni nell’UE al covid19, nei coordinamenti per la presidenza italiana del G20. Ai dialoghi conclusivi del 3 dicembre Masset ha infatti dichiarato che questi non possono non tener conto dei cambiamenti sociali dovuti alla pandemia, e delle politiche climatiche anche in vista della COP26 a Glasgow nel novembre 2021, presieduta dalla Gran Bretagna in partenariato con l’Italia dove intanto hanno luogo le riunioni preparatorie. Castaldo ha dunque ricordato le “3P” con cui si presenta ufficialmente il G20: “Persone, Pianeta e Prosperità”, ossia 3 termini tanto ambiziosi da soddisfare quanto deve esserlo la costanza dei dialoghi in tutte le sfide: sociali, ambientali ed economiche, le quali nelle riunioni interministeriali per argomento (tra cui quella di settembre sulla Salute) in vista del vertice di fine ottobre a Roma implicheranno ancora una volta l’avvenire delle nuove generazioni.

A questo punto, per la parte della Banca Centrale, riecheggia non solo il “whatever it takes” di Mario Draghi contro la crisi finanziaria del 2012, ossia l’espansione della circolazione monetaria con l’ulteriore acquisto delle pubbliche obbligazioni (“quantitative easing” che contiene anche i tassi) per finanziare gli investimenti, ma anche la lezione di Guido Carli nella Relazione Annuale del 1973 della Banca d’Italia, quando non meno “epocale” era stata la crisi petrolifera: “Ci siamo posti e ci poniamo l’interrogativo se la Banca d’Italia avrebbe potuto o potrebbe rifiutare il finanziamento del disavanzo del settore pubblico astenendosi dall’esercitare la facoltà attribuita dalla legge di acquistare titoli di Stato. Il rifiuto…nella sostanza sarebbe un atto sedizioso al quale seguirebbe la paralisi delle istituzioni. Occorre assicurare la continuità dello Stato, anche se l’economia debba cadere in ristagno; d’altronde le conseguenze del caos amministrativo sarebbero più gravi”. E ancora: (precedentemente) “l’obiettivo di orientare la politica monetaria in sostegno della produzione e degli investimenti era contrastato dal timore che l’eccessiva espansione del credito bancario a breve termine potesse accentuare le pressioni inflazionistiche”; (successivamente) “l’introduzione dei controlli selettivi sulle attività delle aziende di credito ha reso meno urgente l’azione di contenimento della creazione di base monetaria”. “Nei paesi dove le difficoltà di mantenimento di adeguati livelli di sviluppo sono accresciute dalla crisi (energetica), si propone di affidare il compito di contrastare l’insorgenza di fenomeni deflazionistici all’accrescimento della spesa da parte di qualche settore dell’economia; il settore pubblico viene giudicato il più adatto a quella funzione”.

Sapeva allora Guido Carli di parlare anche per la generazione di Mario Draghi e Christine Lagarde alla BCE, e di Von der Leyen, Gentiloni, Le Maire, Conte e Gualtieri e degli altri organi esecutivi nell’organizzazione dei controlli selettivi dei nuovi crediti derivanti dalla crisi? Forse non immaginava la parte che avrebbero avuto la digitalizzazione e il clima in questi, ma certamente giudicava gli scambi tra i Paesi nella preparazione delle “next generations” come un comune antidoto alle crisi.

Lodovico Luciolli

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