Tempi di Covid: la disperazione sotto la mascherina nei versi di Gabriele De Masi

La mascherina che fa da riparo al viso che teme un certo pudore, forse vergogna, per andare ad impegnare gli oggetti di valore, proprio come si faceva ai tempi della guerra, il virus che riduce alla fame. Il crocevia rimane lo stesso, la strada che rende univoci e non comuni in questa pandemia che acutizza il disagio di chi già meno aveva, i meno abbienti di sempre. Gli ultimi. La Storia come una condanna, e che la televisione, martellante, rende conto talvolta impietosa.

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Gabriele De Masi ci offre dei versi ancora una volta struggenti, in una poesia fra le più intense della sua lunga produzione, una missione civile che rende merito alla musicalità della vita, in ogni sua declinazione. Odora di Montale e forse Caproni, odora di strade che hanno voglia di riprendere vita e forza, e che non può, non deve lasciare indietro chi va al banco dei pegni. (Armando Lostaglio)

Poesia di Gabriele De Masi:

Al telegiornale

Ecco, pacchi alimentari,
pasta, pane, un chilo di farina,
olio di semi, un po’ di marmellata,
al Cineplex non c’è più la fila,
dove è andata, né, alla pizzeria
o davanti al Mc Donald’s,
hanno riaperto il Monte dei Pegni,
ne sapevo qualcosa, letta sui libri,
c’è chi porta le fedi (il coniuge è morto),
chi la catenina della Madonna di Pompei,
volti chini, nascosti in mascherina,
a non farsi osservare, far vedere.

Conosce bene, la strada, racconta,
sa tessere le pieghe ai percorsi della vita,
nascite, matrimoni, morti ne ha visti,
passare e scomparire al crocevia.
Stenta la fioca luce del lampione
a rischiarare il tunnel che si perde.

(Gabriele De Masi)

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