Così parlò De Crescenzo. La sua Napoli lo piange.

Ci ha lasciati a novanta anni Luciano De Crescenzo, pensatore, amante della filosofia greca, fine ingegnere informatico, ma anche scrittore e uomo di spettacolo, con lavori televisivi e cinematografici. Un simbolo di Napoli, ma amato ovunque.  Con lui si spegne uno dei migliori rappresentanti di quel rinascimento napoletano che fu a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

C’è del destino nel fatto che in ventiquattro ore il nostro paese abbia perso due grandi esponenti della cultura. Camilleri e De Crescenzo che, con le dovute differenze, avevano in comune il senso della semplicità della cultura, o meglio quella capacità comunicativa per fare della cultura cibo per tutti. Entrambi pensatori, se non filosofi, figli di una cultura popolare e mediterranea, da cui derivava quella comunicabilità, quel senso dell’ironia che li hanno resi celebri.

Cosi Parlo De Crescenzo - Altritaliani

 

Luciano De Crescenzo è stato autore di moltissimi libri saldando la filosofia con la F maiuscola con richiami e ricami che ci riportavano ai socratici, a Platone, alla più profonda cultura greca, a quell’essere filosofi nell’intimo che è peculiarità dei napoletani, da sempre straordinari flâneur, maestri, come diceva lui, nell’arte dell’ozio, che permette di diventare raffinati osservatori della propria città e quindi del mondo. L’osservazione della vita ed il suo racconto furono una caratteristica costante dei suoi romanzi e dei suoi saggi, il tutto con un linguaggio intellettuale ma libero da inutili (eppure spesso ricorrenti in tanti studiosi) intellettualismi.

Peraltro, De Crescenzo fu rappresentante di quel rinascimento napoletano che, uscito dalle fosche ombre del colera e poi dalla tragedia del terremoto dell’ottanta, seppe ricostruirsi nello spirito e nella cultura, sotto le amministrazioni comunali degli indimenticati Valenzi e poi Bassolino, che da sindaci diedero lustro ad una città spesso assente nelle agende della politica nazionale.

Così, mentre Lucio Amelio splendeva con la sua galleria d’arte, dando nuovo impulso alla nuova arte contemporanea napoletana, nel cinema avanzava quel gruppo che fu detto dei Vesuviani: con Martone, già esponente con Falso Movimento di una nuova dimensione del teatro, e poi i vari Capuano, Corsicato, Incerti, De Lillo. Troisi, Arena ed altri davano impulso ad un rinnovato cabaret e nel cielo e nell’etere si diffondevano le note nuove della musica di Pino Daniele, Senese, De Piscopo e tanti altri. In quest’humus si affermava la letteratura di De Crescenzo che raccontava proprio di questa Napoli nuova, orgogliosa anche dei propri difetti che ne danno un’originalità a livello mondiale.

Ma non solo, con Arbore e il suo entourage, De Crescenzo contribuì a rinnovare profondamente anche la televisione e la comicità, senza mai essere volgare, ma sempre nel segno di una signorilità propria delle migliori anime partenopee.
Numerosissime le sue opere a partire da quel “Così parlò Bellavista” del 1977 che lo pose da subito al centro dell’attenzione editoriale. Bellavista sarà per sempre “l’eroe” con cui il pubblico lo identificherà al punto che dal libro fu tratto un film omonimo di indubbio successo. Bellavista sarà ricorrente in altre sue opere come: “La Napoli di Bellavista”, “I pensieri di Bellavista” oppure “Oi dialogoi – I dialoghi di Bellavista”. Ma numeroso e ricco fu anche l’impegno per la divulgazione, e certamente lui è stato tra i migliori divulgatori, della storia e particolarmente della storia del pensiero filosofico. Ricordiamo: ”I miti degli dei”, “I grandi miti greci” e poi: “Panta rei” o “La storia della filosofia medievale” e ancora “La storia della filosofia moderna da Cartesio a Kant”.
Un racconto di temi anche difficili, sempre con la capacità di avvicinare e coinvolgere alla lettura intere generazioni di giovani ed in questo, la sua fu sempre un operazione di alto valore culturale.

Infine, la sua napoletanitudine, che paradossalmente lo rendeva ancora più internazionale, forse proprio per quella spontaneità e quella schietta onestà, che gli permetteva di esternare, senza disturbare, di dire a coscienza aperta, con la curiosità di capire i suoi interlocutori.
Un amore per la sua città testimoniata in tutte le sue opere fino all’ultima: “Napolitudine” licenziata appena qualche mese fa.

Come Camilleri fu anche uomo di spettacolo. Celebri le sue partecipazioni televisive, ma fu anche regista e sceneggiatore di film al cinema. Da ricordare la sua regia di film spesso tratti da sue opere come: “Il mistero di Bellavista” oppure “32 Dicembre” e “Croce e delizia” tratto anche questo da un suo successo editoriale. Una sua sceneggiatura contribuì al successo di “Il Pap’occhio” con l’atipica regia di uno scatenato Renzo Arbore.
Ebbe la capacità di brillare anche come attore misurandosi con disinvoltura con registi esigenti come Lina Wertmuller in: “Sabato, Domenica e Lunedi”.

Nel cuore di chi l’ha conosciuto resta però la semplicità e la leggerezza dell’uomo, capace di cimentarsi anche nei più complessi confronti intellettuali senza mai esagerare, senza cercare di impressionare il suo uditorio, mantenendosi signorilmente modesto, anche se aveva risorse dialettiche sconfinate. Ma lui sapeva bene, che per un intellettuale vero o per un filosofo è davvero importante la capacità di ascolto e di riflessione.

In quel contesto culturale, dopo i terribili anni settanta, De Crescenzo seppe muoversi benissimo mediando tra tradizione e rinnovamento, riuscendo ad essere intermediatore tra una cultura alta ed un’altra più vicina alla sensibilità popolare, muovendo, con maestria ed abilità, i fili e le corde sensibili di una città che, in pieno dissesto economico, si accingeva ad essere capitale culturale del paese. Così, con naturalezza, riusciva sempre, con appunto discrezione, garbata ironia e signorilità, ad imporre il suo stile, figlio di padri nobili della cultura cittadina e non solo, animando i salotti intellettuali come le strade e le piazze della città, da vero socratico.

Nicola Guarino

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