Con la foresta di Notre Dame bruciano i nostri pensieri.

Verso le ore 21.24 l’iPhone comincia a suonare due, tre, quattro volte, intervallato dai beep dei post di WhatsApp e della messageria. Continuavo a lavorare e ho gettato solo un occhio distratto all’impermeabile, dove l’avevo lasciato, che mollo e cascante si teneva, sulla sedia di fronte a me, in goffo equilibrio dietro la scrivania del mio silenzioso ufficio.

Quando andai via, passai per posare la chiave dalla mia collega che s’intratteneva con alcuni clienti, mi ha rivolto lo sguardo e con un sorriso strano mi ha detto: « Stiamo parlando delle cose terribili che succedono ». Sospirai stremato dalla giornata e le dissi qualcosa di così inutile che non riesco neanche a ricordarlo.
Mi ricordo invece del telefonino che, scendendo le scale, accendo. Mi colpì il numero insolito di telefonate ricevute e WhatsApp che era gonfio di post, ho rallentato uscendo dal palazzo e ho letto qualcosa che ancora non mi era chiaro.

Si parlava di pelle d’oca, brividi, tanti “terribile!”, contappuntavano gli interventi dei miei familiari e di mia moglie poi ad un tratto lessi finalmente il soggetto: “Fuoco a Notre- Dame”.
Mentre finivo di leggere arrivavano già, non so da chi e come, i primi filmati dell’incendio. Ho subito capito che questa sarebbe stata una giornata di quelle che restano scolpite nel marmo della memoria di ognuno di noi, come l’eterno 11 settembre che, ad ogni occasione come questa, diventa la pietra di paragone con le sue torri gemelle e i suoi aerei che si sprofondano dentro.

Al gruppo di famiglia che dall’Italia mi esprimeva tutta l’angoscia e il dolore del momento non seppi, disorientato e confuso, che aggiungere un altro “Terribile” ai loro. L’incendio era cominciato un paio di ore prima e già il suo tam tam mediatico divorava, con il suo fuoco, anche i social, la rete, annientando ogni altro motivo di conversazione, di attenzione.

La strada era curiosamente vuota e silenziosa, tra i vetri dei bar si vedevano i pochi avventori con facce serie, quasi in colpa se per un qualche motivo sfuggiva un sorriso. Ma non solo la strada era vuota, vuota era anche la mia mente, di colpo quel fuoco aveva bruciato i miei grandi e piccoli, a volte futili, pensieri. Domani al lavoro, le imposte da pagare, la moquette da cambiare, quando il prossimo week-end e dove? Tutto ardeva, evaporava in cenere.

Ogni bar aveva il suo maxi schermo televisivo di ordinanza, e là, nel buio della sera, ardeva di rosso l’immensa cattedrale. Quella foresta di 1300 alberi componente il tetto di Notre-Dame che era ormai un braciere terribile e dolorosamente spettacolare.
Ho avuto il tempo di pensare che tanta enormità che avveniva, non riguardava solo la Francia e tanto meno l’Italia dalla quale continuava ad arrivare una folla sgomenta di sms, non riguardava neanche solo i cattolici (Notre-Dame, il cuore pulsante della Chiesa e dei suoi fedeli nel mondo, seconda solo a San Pietro), no, questa cenere ci concerne tutti, perché quelli che bruciavano erano non solo secoli di storia e di arte, di letteratura, finanche di cartoni animati di Walt Disney e di cinema, andava in cenere una buona parte del racconto dell’umanità. Un pezzo di Storia in un tempo che cerca di dimenticarla, un pezzo di Europa al tempo dei sovranisti.

Questo, mi sono detto, e poi anche che era un giorno che ricorderemo per sempre, fino a quando ci sarà dato di vivere. Ogni mio movimento resterà fermo nella mia memoria.
D’un tratto le campane della più modesta Notre-Dame-de-Lorette hanno iniziato a suonare a morte, come lontane le campane di mille e mille altre chiese ancora, la gente, poca, scorreva frettolosa per strada.

D’istinto, ma con convinzione, mi sono fatto un segno della croce, senza troppo riflettere, come dire io esisto e sono con voi che soffrite ovunque voi siate. La mia mente non aveva più pensieri se non per quella nube di fumo, cenere e fuoco che da lì non vedevo ma che si alzava sicura nel cielo.

Avevo fretta di rientrare a casa. Nel metro, poca gente, per una volta mi sono sentito finanche fortunato, mi veniva risparmiata la calca consueta, i subdoli odori e tutto era  silenzio, come se per una volta si potesse fermare l’onda anomala delle voci che ai telefonini e al mondo intero sentono il bisogno di raccontare e raccontarsi senza remore e senza pudori. Silenzio, neanche i consueti posteggiatori, che implacabili prima o poi ci canteranno “Bella Ciao”, c’erano e se ci fossero stati per una volta ci avrebbero regalato del silenzio e noi riconoscenti avremmo ricambiato con qualche spicciolo.
Silenzio e basta! Solo volti mesti o inespressivi che sorpresi, quasi attoniti sembravano chiedersi dove ero rimasto? A cosa pensavo? Forse anche il mio viso era cosi.

Arrivato sulla mia strada di un fiato sono corso a casa, finanche l’ascensore ha avuto pietà di me facendosi trovare all’appuntamento.
Entro da me e nello scuro salone solo il televisore splendeva con il suo rosso fuoco, come se le fiamme fossero entrate anche a casa mia.

Veleno

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