Venafro. La Palazzina Liberty e « Non aprire che all’oscuro ».

La Palazzina Liberty di Venafro è bellissima. Essa sorge al centro delle acque della sorgente del fiume San Bartolomeo.

La Palazzina Liberty di Venafro. Disegno di Silvia Marcello.

Suggestiva ed unica, venne progettata, per sovrapposizione ad un antico mulino dei Pandone (XV secolo), dall’ingegnere Gioacchino Luigi Mellucci, eccelsa mente del Modernismo.

L’ampliamento e la trasformazione dell’antico mulino avvennero agli inizi del Novecento, quando, nello spirito della modernità, la nuova palazzina fu destinata a centrale idroelettrica. Nel dopoguerra essa accolse per un po’ una sala cinematografica, ma poi fu abbandonata. Ora, magnificamente restaurata è stata riaperta al pubblico come luogo di cultura e di esposizioni.

Ospita al piano interrato, il livello sotto il pelo delle acque del laghetto che la circonda, il museo delle arti contadine.  Ai piani superiori, fino a sabato 19 maggio, sarà esposta la mostra di Flavio Brunetti  « Non aprire che all’oscuro » prodotta da Molisecultura.

La storia raccontata da « Non Aprire che all’Oscuro » corre sulle antiche immagini di Luigi Mastrosanti da Casacalenda (1876 – 1940) ed ha inizio quando l’autore (Flavio Brunetti) in modo del tutto casuale, si imbatte in due casse, grandi come quelle per trasportare le patate, ricolme di scatole di lastre fotografiche e gettate tra le cianfrusaglie di due trovarobe di Campobasso.

Flavio Brunetti

L’ansia di scoprire l’esatta provenienza, il tempo, chi fosse stato il fotografo, culminano nella umanità della società di un paese molisano, Casacalenda, ma un paese varrebbe l’altro, nell’arco di tempo compreso tra la fine dell’Ottocento e il 1930.

Nella mostra prendono forma i personaggi delle lastre di cento anni fa, lo stesso periodo di quando fu costruita la Palazzina Liberty: gli sposi, i bambini, le donne lasciate da sole dai mariti emigrati, il figlio del fotografo, la madre.

Flavio Brunetti

In « Non Aprire che all’Oscuro » gli uomini e le cose si distaccano dalla terra e dai pozzi di buie cantine, che li avevano imprigionati e resi invisibili a Dio e agli altri, e compaiono finalmente visibili al mondo e forse anche a Dio. E’ proprio in questa sorta di estasi degli invisibili il segreto dell’irresistibile, magnetico potere comunicativo di questa mostra.

Flavio Brunetti

 

 La Fata della luce

di Flavio Brunetti

“Quando incontreremo le prime ulivelle magre, solitarie, in bilico su i dirupi con i rami stenti, tormentati dalla bufera, allora saremo in contado del Molise”.

Così Francesco Jovine nel 1941 inizia “Viaggio in Molise”, tornando nei luoghi che lo videro nascere e guardando le loro immagini scorrere dal finestrino del treno. E questa terra, sempre dimenticata dai regnanti di turno, sembra voglia ancora oggi specchiarsi nella dura, aspra descrizione del suo figlio scrittore.

Flavio Brunetti

È passato quasi un secolo da allora, da quando la penna del narratore di questo piccolo mondo sconosciuto tracciò con inchiostro quelle parole sul foglio d’appunti traballante sul treno a vapore che lo riconduceva a casa sua. Cento anni. Oggi qualcuno, silenzioso, ha tracciato, con rossa vernice, il suo grido sui muri di uno dei tanti paesi lesionati e trascinati dalla frana: “Il Molise esiste!”. È il grido di chi è caduto in un antro profondo con alti costoni di viscida roccia inespugnabili e che chiede aiuto temendo d’essere dimenticato lì in fondo, nel buio. Un grido d’amore per la sua terra, la regione più piccola e più impervia d’Italia, la più misera, la più indifesa, la più depredata. Ma alle porte di questo piccolo, gracile mondo, c’è una città, amena e ridente, una città antica, dove l’orrendo incubo e quel grido si disperdono nella luce dell’aurora delle favole e dei sogni. Questa città è Venafro.

La gaia piana di Venafro, con i “campi grassi, irrigui”, ricchi di vegetazione, con strade diritte, “non è ancora il Molise”. Così Jovine ferma e descrive la prima immagine che gli offre il finestrino del treno, partito dalla grande città verso il ritorno alla sua terra.

Venafro, porta occidentale del Molise che si apre alla Campania Felix e al Lazio lungo la via che gli antichi carri, le greggi e le milizie percorrevano per raggiungere il mare sulla costa orientale verso la Grecia, la Tracia e la Bitinia.  Venafro è uno scrigno dove il tempo ha conservato con cura tutti i tesori, tra i quali i suoi beni più preziosi di tutti: l’acqua e il sole.

Il possente massiccio del monte, che sovrasta e protegge la città, ruba al cielo le nevi e le piogge, poi le conserva gelosamente, le nasconde nei suoi labirinti di roccia, le difende nelle inaccessibili grotte per offrirle, ai suoi piedi, che si propendono verso la pianeggiante valle, ai suoi figli e al sole. Premurosa madre, la montagna, non si stanca mai, da quando, milioni d’anni fa, venne alla luce, di carpire l’acqua al cielo per darla alla terra e nutrire così i suoi pargoli.

Venafro Molise

Gli austeri olivi, ridenti di verde sulle pendici più basse dei monti, adornano i campi e cantano, lievi, al sospirare del vento, sin dai tempi remoti. Altro che “ulivelle magre tormentate dalla bufera”! Il loro olio fu celebrato da Varrone, da Orazio, da Marziale, da Plinio: “La città si svolge in dolce declivio e talora pianeggiante appié del Monte Santa Croce e spicca per lindezza in mezzo al verde perenne degli olivi maestosi” così la descrisse lo storico molisano Giambattista Masciotta nel 1914.

Venafro è uno scrigno che il tempo, orgoglioso, ama riaprire per mostrare i suoi gioielli e incantare gli ignari, quelli che ancora non sanno cosa nasconda il Molise, stupefatti da tutta quella storia preziosa.

Ed ecco brillare le vestigia romane e le loro statue armoniose nelle linee leggere che donarono un’anima alla ruvida pietra.

Venere venafrana (II secolo)

Ed ecco risplendere, col bagliore dei lampi, il Castello, su in cima, con i suoi cavalli di fuoco, meravigliosamente imponenti, che attendono di scalpitare vanitosi e severi nei trionfi e nelle imperiali parate.

I cavalli del Castello Pandone (XV secolo)

Ed ecco i palazzi signorili dei nobili dei secoli scorsi con gli affreschi e gli stucchi e le volte e le logge e le terrazze da cui ammirare i tramonti sul piano che si perde verso l’orizzonte.

Ma la gemma più fantastica è una casina, una piccola reggia, come quelle delle principesse delle fiabe, una reggia che sorge e si specchia nell’acqua pura e chiara dell’antica sorgente. Una volta, cinquecento anni or sono, questa reggia era un mulino, la casa della ruota di pietra e del fiume che, con la forza continua, instancabile, dell’acqua, donata dal monte alla città, macinava e spremeva i raccolti dei campi per nutrire la sua gente: farina per impastare e cuocere il pane, olio prezioso da colare sul pane e golosamente mangiare. Poi, cento anni fa, la ruota si fermò e sembrava che tutto era finito e che la forza dell’acqua non servisse più a niente. Ma giunse una fata con la bacchetta magica che raccontò alla popolazione che da quell’acqua del monte potevano nascere la luce e il fuoco. La gente diede ascolto alla fata, le credette e le chiese:

– Fata, tu che voli e non hai paura del vuoto, tu che sfidi le regole e meravigli in bellezza anche i fiori, tu che trasformi ogni cosa con la tua prodigiosa bacchetta, perché con i tuoi magici poteri non fai un incantesimo e scacci via dalla nostra città il buio delle notti d’inverno e ci doni la luce?

La Fata stette in silenzio mentre scendeva la sera e con essa giungeva il buio. Poi sospirò e sorrise, roteò la bacchetta nell’aria lasciando una dolce spirale di scintille e di stelle, pronunciò la formula magica e in un baleno, tra la meraviglia di tutti, i muri della povera casa della ruota di pietra e del fiume divennero una reggia graziosa che, con il suo chiaro candore e gli alti merli della sua torre, si stagliava nel cielo e  si rifletteva nello specchio dell’acqua. Ma tutto ciò non bastò alla Fata perché, intorno, ancora era buio. Allora ella entrò nella reggia, aprì le porte e disse alla roccia a picco, su in alto:

– Montagna, tu che rubi al cielo la pioggia e le nevi e le nascondi nei tuoi angusti meandri dove nemmeno io che sono una Fata posso entrare, vedi? Queste persone, i tuoi figli, hanno paura del buio. Allora apri le tue caverne e manda a me l’acqua, tutta quella che puoi. La sua forza, io, la trasformerò nella luce!

La montagna rischiarò la sua voce col vento e con la voce del vento rispose:

– Sempre, da secoli e secoli, anzi da milioni di anni, ho dato ai miei figli la mia acqua. Sempre l’ho rubata per loro, solo per la loro vita. Ora tu mi dici che la trasformerai in luce ed in fuoco e hai innalzato le meravigliose mura della reggia dalla quale mi parli. Allora ecco, le porte delle mie cavità ricolme di acqua, io te le apro!

 

Dalla roccia scorse, limpida e più copiosa di prima, l’acqua del monte ed entrò nella Reggia attraverso le porte che la Fata aveva aperto. La bellissima soave ragazza, che aveva anche due ali di seta trasparente e preziosa, tutta trapunta di gemme, roteò ancora nell’aria la sua bacchetta miracolosa con la dolce spirale di scintille e di stelle e il buio della sera all’improvviso scomparve dalla città.

Vissero a lungo felici e contenti, in città, ricchi della luce, dell’acqua, del grano, dell’olio, dei racconti dei vecchi, della storia antica. Poi venne la guerra, le stragi, i crimini, i morti, la fame, la miseria.

Flavio Brunetti

La reggia dell’acqua diveniva sempre più vecchia, abbandonata da tutti e la luce aveva ceduto il posto al buio più angoscioso. Per anni e anni, e anni ancora quell’acqua scorreva e non sapeva il perché. Anche il monte, calpestato da soldati spietati, martoriato da bombe, non sapeva il perché, ma continuava, nella speranza, a rubare la neve e la pioggia alle nuvole amare.

Quando la guerra finì, come in un maleficio, arrivò l’indifferenza. La reggia periva piano piano, l’acqua non sapeva più a cosa servisse la sua forza che si perdeva in rivoli scialbi. Per anni e anni, e anni ancora, l’indifferenza regnò.

Finché giunse un giorno che gli abitanti più savi di quella città si rimboccarono le maniche, afferrarono gli arnesi e, con tutto l’amore che li univa, ridettero lustro alla reggia della Fata della luce. E in essa, in quella reggia rinata per tutti, ora corrono storie, disegni, fotografie e l’acqua è la bellezza che dona l’anima e la voglia di sognare. Qualcuno dice che lì dentro abita ancora la Fata della luce. Ma nessuno, la bellissima soave ragazza, che ha anche due ali di seta trasparente e preziosa, tutta trapunta di gemme, mai l’ha veduta.

(Le foto in bianco e nero sono tratte dalla mostra « Non aprire che all’oscuro. » Tutte le foto dell’articolo tranne il primo disegno © Flavio Brunetti.)

MOSTRA
FLAVIO BRUNETTI
NON APRIRE CHE ALL’OSCURO la vita, i sogni, la morte nel mistero della fotografia
Palazzina Liberty – Venafro
5 maggio – 19 maggio 2018
Fondazione Molise Cultura

2 Commentaires

  1. Mi ha entusiasmato la lettura sullo scrigno prezioso che è Venafro e la sua palazzina Liberty …luogo fiabesco.
    Flavio Brunetti sa incantare con il narrare e fotografare i suoi luoghi!
    Complimenti per la mostra « Non aprire che all’oscuro » , dove l’autore è riuscito a portare alla luce delle splendide immagini di un tempo antico, il filo della nostra memoria.
    Grazie Flavio Brunetti! Oggi più che mai si ha bisogno della poesia, del sogno e della bellezza!

    Mi

  2. L’Italia: ad ogni borgo la sua storia e la bellezza. Questa è la nostra fata; il nume protettore che purtroppo non riusciamo più a vedere se non in sogno. Cosi’ in questo articolo ci è permesso di aprire uno spiraglio sulla bellezza e sulla storia dei semplici, delle nostre origini contadine; solo dall’oscuro mondo della memoria risalgono in superficie, non ti svegliare fata ché la Bellezza è fragile e fugge, le immagini del nostro passato comune. Che ci insegnino e che ci diano la dimensione della comunità, del condividere; grazie a questo articolo cosi’ inedito, poetico e commovente ancora un messaggio di solidarietà e di bellezza.

LAISSER UN COMMENTAIRE

Please enter your comment!
Please enter your name here