Maratea in ‘Fuoco grande’ di Cesare Pavese.

Un libro Una città – Maratea, in ‘Fuoco grande’ di Cesare Pavese e Bianca Garufi. Un contributo di Armando Lostaglio.

Cesare Pavese ha toccato con i suoi scritti anche la Basilicata, per via di un breve romanzo dal titolo evocativo: Fuoco grande.

Si tratta di un romanzo scritto a capitoli alterni con l’amica Bianca Garufi (è la Leucò dei Dialoghi), contenuto in alcune cartelle dattiloscritte senza titolo, ritrovate dopo la sua morte.

L’opera verrà pubblicata per la prima volta nel 1959 nella collana “I Coralli” edito da Einaudi, e per iniziativa di Italo Calvino. Il romanzo viene ambientato a Maratea, splendida località lucana (in provincia di Potenza) sulla costa tirrenica da decenni ritenuta « una perla » per il suo habitat naturale. Il romanzo è ritenuto da taluni critici un autentico gioiello letterario per la sua originalità.

‘Focu ranni’ (in italiano ‘Fuoco grande’) è un’espressione del dialetto locale (assomiglia al calabrese) e viene usata per esprimere situazioni concrete ed emotive, difficili e complicate, come, ad esempio, da un innamorato che si trova in imbarazzo nel dover scegliere con chi fidanzarsi fra tre sorelle.

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FUOCO GRANDE, Cesare Pavese, Einaudi Editore.

Ero nato in campagna, questo sì, ma la mia campagna era qualcosa di fantastico e lieve, qualcosa di sognato in città, che non mi aveva dato sangue. […] Accoglievo negli occhi vigneti e colline, ma fin dall’inizio sapevo che il mio destino, la mia vita sarebbero stati in città, con altra gente, e avrei smesso il dialetto e salito scale e guardato da finestre su viali, come le finestre di tutte le Silvie che conobbi.” (p.50)

La casa, il cortile e la campagna contenevano una Silvia immutabile e antica, cui potevo pensare senz’affanno né dolcezza. Mi bastava sentire e assorbire quant’era grande e diversa e familiare quella realtà che l’aveva fatta e cui lei, pur dibattendosi, anzi perché ci si dibatteva, veniva ad appartenere sempre più. Poter fare a meno di lei perché tanto ero giunto a toccare qualcosa di più profondo della sua presenza, mi liberava e mi saziava.”(p.63)

Ed ancora, dal testo:

Giovanni: « Fu poco dopo – ero già a letto – il cuore prese a battermi, prima ancora che capissi il perché. Non mi mossi, non dissi parola con me stesso. Feci finta di nulla. Credo perfino che sorrisi. Ma fu come chi si è presa una fucilata in pieno petto. L’evidenza sgorgò come il sangue… Stavo disteso, immobile, come una bestia che fa il morto… Ad un certo punto saltai fuori, mi vestii e discesi le scale. Non avevo più freddo. Aprii piano la porta e mi fermai sotto le stelle. Volevo andare fino al mare« .

Il mare di Maratea è di un blu cobalto, sembra che rispecchi le sue profondità in una amena capacità di riflettere il fondo di noi stessi. Il fuoco passionale è sempre pronto ad espandersi, coinvolgente. Il mare della Perla del Tirreno contribuisce a rendere speciale queste impressioni. Maratea vista dal mare è un unicum di bellezza arcaica, primitiva, che rimanda a ciclopi e a viaggiatori senza tempo. Come Enea.

Armando Lostaglio

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