Trieste senza bora, di Corrado Premuda

Trieste senza bora (Watson edizioni), un trittico di racconti: “Il sesto rigo”, “I reduci”, “La madre segreta”, legati dal filo rosso di un’ironica condizione ambientale, il silenzio di quel vento che è per la città adriatica una nozione identitaria e, mettendo in gioco una più sottile parentela, collocati sul reticolo di un’ossessione edipica, o meglio, genitoriale (sfiorando, in due casi, quel tema che il pensiero della differenza ha definito l’“oscuro materno”), dentro uno spazio narrativo dove gioca un ruolo centrale un sentimento di perdita e spaesamento.

Trieste senza bora è anche una Trieste contropelo, guardata con ispida tenerezza, ma senza concessioni folcloriche o acritico entusiasmo per il misero presente turistico e bottegaio di quello che fu, pulsante di cosmopolitismo, il maggior porto dell’Impero. Corrado Premuda, l’autore, descrive scorci cittadini dove l’abituale si piega a prospettive curiose, la normalità guadagna risvolti insospettati e il silenzio delle raffiche rauche che i triestini hanno interiorizzato come una grande voce che li tormenta con la sua sferza amorosa (Trieste epicentro di ossimori …) produce un nuovo inusitato “rumore”.

Nella città sul mare, Premuda declina tre lacerti della condizione umana, seguendo un’ispirazione prevalentemente malinconica ma nettamente al di qua della disperazione, esposti alla luce radente di una tenerezza profonda per le lacrimae rerum che impregnano ogni vissuto di un’ombra di dolore.

Nella calma di vento, di quella bora che per i triestini è la voce imperiosa di un ordine naturale, è la nebbia (fenomeno un tempo effimero, ora invece frequente) a farsi cassa di risonanza di trasalimenti e nostalgie, latrice di nuove esperienze di sensorialità e immaginazione, sullo spartito di una scrittura sinuosa ed evocativa, che non ama colori forti e violenti, ma trova il suo fascino in un suggestivo pointillisme. È dentro un velo di nebbia, infatti, che ne I reduci l’anziano Tadeusz Kantor, in visita a Trieste, ritrova il fantasma del padre, che aveva, lui bambino, abbandonato la famiglia; figure entrambi di quella perdita di orizzonti che sembra così abituale nella città adriatica, nella sua eterna transizione lungo il filo dei secoli: «L’odore del mare si era fuso alla perfezione con i vapori acquei. La salsedine si posò sul volto raggrinzito del Maestro, avvolgendo il naso, le palpebre la fronte e le guance cadenti. […] Il Maestro cercò a tentoni una panchina o un muretto su cui sedersi. Temeva di perdere i sensi. Ma la nebbia era troppo fitta per trovare qualcosa, era così fitta che a un tratto gli parve che quell’enorme nube di umidità lo avrebbe potuto sostenere, sarebbe stata il suo sgabello».

Di un ritorno in città scrive, invece, Il sesto rigo, la riuscita istantanea di un incontro tra madre e figlia che lascia intravvedere un malcelato vissuto di dolore, qualche rimpianto, molto rancore latente; intessuto di rimandi alla grande tradizione letteraria triestina (dall’occhialuto dottore che fa pensare a Svevo, al surrogato ruolo materno di una nonna che richiama Va’ dove ti porta il cuore, della Tamaro), questo racconto è anch’esso, per nel suo breve spazio, una vicenda di randagismo, di partenze e di ritorni, destino comune nell’esperienza del mondo globale, cui Premuda impone una suggestiva tensione “glocalistica”, misurando ansie e inquietudini di chi osa esporsi verso l’altrove, accettando la sfida del perturbante (che spesso è solo il lato oscuro di un rassicurante contesto abituale).

Trieste senza boraSuggestivo e spiazzante per la sua carica metamorfica l’ultimo racconto La madre segreta insegue le tracce di Leonor Fini, artista triestina di nascita, cosmopolita di vocazione, donna forte, capricciosa, spregiudicata, forse per aprirsi un varco in una realtà ancora troppo patriarcale. Premuda la ritrova in una  Parigi inconsueta, perché stravolta dai vortici e mulinelli di un vento che sembra una beffarda replica di quella bora che pare aver disertato la sua naturale sede adriatica: «Eccoti dietro i vetri che tremano sempre per i soffi: ciò che rimane di te è quello che hai nascosto più profondamente per tutta la vita, l’immagine di una piccola bambina ipersensibile della Trieste asburgica, in attesa al riparo dalla bora».

 Fulvio Senardi

IL LIBRO:
Trieste senza bora
di Corrado Premuda
Collana Luci Watson edizioni
p. 115 – Roma 2021 – 15,00€

Corrado Premuda – Foto di Roberto Pastrovicchio

SINOSSI: Un’affascinante musicista si aggira per le strade di Trieste col suo flusso di pensieri: avrebbe voluto diventare pianista e invece è un’icona della canzone pop. È reduce da una grave malattia e in attesa di un misterioso appuntamento. Un grande artista polacco viene invitato a Trieste per un ambizioso progetto teatrale incentrato sulla storia d’Europa. Tutti sono eccitati a causa della sua presenza ma lui è distratto da altri pensieri, come se il vero scopo di quell’arrivo in città fosse una sua ricerca personale. Un ragazzo si presenta nella casa parigina di una celebre pittrice triestina, è bello e sfuggente, sembra un soggetto dei quadri che lei dipinge, e le confessa una sorprendente rivelazione. Tre artisti colti in un momento privato, cruciale, si aggirano in una Trieste che diventa protagonista e voce. Città inattesa e imperscrutabile, svuotata dal vento e sospesa nel tempo e nello spazio, in tre diversi istanti del secondo Novecento.

Corrado Premuda, autore di molti libri per ragazzi, pubblica un trittico di racconti per narrare l’improbabile città senza un filo di vento. È uno scrittore unico e raro: vanta un romanzo inedito in Italia ma tradotto e pubblicato in Croazia. Scrive testi per il teatro e collabora alle pagine culturali de “Il Piccolo” recensendo libri. I racconti di “Trieste senza bora” nascono tra Trieste e Pisino durante la residenza nella Casa degli scrittori.

Ci dispiace tanto la notizia: Corrado Premuda, ci ha lasciato improvvisamente, a 48 anni, per un malore il 7 luglio 2022! Vedi l’articolo del Piccolo di Trieste

BLOG di Corrado Premuda

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Fulvio Senardi
FULVIO SENARDI ha insegnato nelle scuole e all’università in Italia e all’estero. Attualmente presiede l’Istituto Giuliano di Storia Cultura e Documentazione di Trieste e Gorizia. Oltre a numerosi saggi di argomento storico-letterario, traduzioni e curatele, ha firmato varie monografie. Fra di esse: Il punto su d’Annunzio (1989); Gli specchi di Narciso: aspetti della narrativa italiana di fine Millennio (2001); Il giovane Stuparich – Trieste, Firenze, Praga, le trincee del Carso (2007); Saba (2012). Sua la curatela di miscellanee che raccolgono gli atti di Convegni promossi dall’Istituto Giuliano: Scrittori in trincea. La letteratura e la Grande Guerra(2008); Riflessi garibaldini – Il mito di Garibaldi nell’Europa asburgica (2009); Silvio Benco, «Nocchiero spirituale» di Trieste (2010); Scipio Slataper, il suo tempo e la sua città (2013); Profeti inascoltati. Il pacifismo alla prova della Grande Guerra (2015)

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