Se il giorno della Calabria verrà. Un sogno…

Ho un sogno….. e alla fine sarà evidente.
Ma per ora ho come una profonda amarezza, un senso di nostalgia e rimpianto che cercherò di chiarire e di comunicare.

Di fronte ai fatti noti della Calabria, tre nominati commissari che si dimettono, uno ennesimo ai domiciliari, polemiche a non finire, un mio amico, esule in terra straniera, mi diceva:
Mi sono salvato, sono andato via.
L’amarezza mi prese come un colpo di misericordia alle reni.

E mi balzarono agli occhi le immagini letterarie ma piene di tenera dolcezza dell’Addio ai monti manzoniano, del ‘Ntoni verghiano che ne I Malavoglia deve allontanarsi dalla sua terra e contempla il mare, dei passi ritmati dalle scarpe chiodate del poeta calabrese Franco Costabile ne Il canto dei nuovi emigranti. Il cattolico Manzoni piange con il laico Verga insieme a chi è costretto a lasciare la sua terra.

L’antico sentimento ctonio che legava i Greci alla piccola patria sembra davvero  il sentimento che unisce l’Italia, il sostrato della sua unità. Come dire che non può amare la grande patria chi non ama quella originaria, piccola anche se lontana.

E mentre la memoria letteraria lievitava con il pianto sommesso di Lucia che dava l’addio ai monti sorgenti dalle acque e quello di ‘Ntoni nel silenzio degli affetti, mentre la risacca faceva sentire la sua musica, ecco che compresi come la crisi della Calabria è soprattutto crisi umana. Tutti via, via via dalle strade silenziose con i passi ritmati degli emigranti.


Se il giorno della Calabria verrà, come profetizzava Leonida Repaci (ne Quando fu il giorno della Calabria), uno dei suoi scritti più belli dedicati alla sua Calabria, allora vorrà dire che loro, i figli dei figli, torneranno. Torneranno dall’America, dall’Australia, dai punti più disparati del globo.

Quando sono stata in America venne ad accoglierci un italo-americano che sapeva una sola parola di italiano, anzi di dialetto:
Trasiti, cioè entrate.
La sua nonna con la generosità tipica dei calabresi così accoglieva gli ospiti.
E quando un mio allievo tornò dall’Australia mi raccontò di un’intera contrada con i nomi del paese di origine, la sua ricostruzione perfetta.

La Calabria ha un segreto nascosto sotto l’ispessimento mortale del degrado e del dominio della perduta gente.
Lo sapeva bene il filosofo Tommaso Campanella che pensava che ciò potesse avverarsi ai suoi tempi e sopportò con questa fede trent’anni di carcere e tortura per vederne la realizzazione.
Il suo segreto è la natura incontaminata dell’Aspromonte con le sue acque, le sue voci, la sua vita multiforme. La natura.
L’Aspromonte è una riserva naturale con la foresta amazzonica. Il ritorno alla natura è il segreto della sua missione. Come se, come nel racconto di Isaac Asimov, qualcuno avesse nascosto qui sotto infinite mascherature, il messaggio conclusivo per la salvezza del pianeta.

Paese di Roghudi/Aspromonte ©D.donadoni/Marka/age fotostock

Ma lasciando da parte lirismo e profetismo, l’aridità del mio amico che si congratulava con se stesso per essere scampato andando via dalla Calabria non tiene conto del sacrificio delle nobili generazioni di meridionalisti, che inorridendo per il popolo di formiche che lasciava la terra di origine, cercava soluzioni, dai patti agrari di Manlio Rossi Doria, alle conurbazioni di Lucio Gambi, mio maestro.
Il loro sacrificio non deve esser vano.
La terra è stata abbandonata e come in una processione sconsacrata ha dato asilo a gente che ha perso memoria ed identità.

Il sogno è dunque esplicito: il ritorno.
Questo hanno annunciato gli alteri bronzi di Riace, questo attendiamo.
E devo al mio amico smemorato l’inno alla memoria!

Carmelina Sicari

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