Quale futuro per il lavoro? Un dibattito con Luca De Biase e Stefano Scarpetta.

Quale futuro per il lavoro?” è stato il tema dell’incontro ospitato il 15 gennaio scorso dal Direttore Fabio Gambaro all’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, con il giornalista de “Il Sole 24 Ore” Luca De Biase e il Capo della Direzione dell’Impiego, del Lavoro e degli Affari Sociali dell’OCSE Stefano Scarpetta. In un momento di grandi cambiamenti tecnologici e di crisi economica, come immaginare la futura configurazione delle relazioni di lavoro?

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Luca De Biase

A fianco del moderatore Paolo Modugno, responsabile delle attività riguardanti l’Italia e il Mediterraneo a Sciences Po, erano dunque riuniti due tra i maggiori esperti sul tema. De Biase è stato tra l’altro fondatore del supplemento “Nova” (innovazione) de “Il Sole 24 Ore”, cofondatore dell’associazione “Italia Start-up” (aderente all’ESN, “European Startup Network”), insegnante di media digitali alle Università di Padova e “Bocconi” (dove s’è laureato) ed è autore de “Il lavoro del futuro” (Codice Edizioni 2018) e “Come saremo” (idem 2016). Scarpetta, prima d’esserne a capo, è stato a lungo nella stessa sezione dell’OCSE ed è stato anche Direttore dell’ “Employment Outlook”; prima ancora è stato “Labor market advisor and lead economist” alla Banca Mondiale a Washington e, dopo la Laurea in Economia a Roma, ha conseguito i masters della “London School of Economics” e dell’EHESS, “Ecole des Hautes Etudes en Science Sociales” di Parigi. Ha fatto parte di Comitati Scientifici sul Lavoro presso Ministeri ed enti governativi francesi. Come De Biase, partecipa ai principali dibattiti economico-sociali in Italia: come quelli dello Studio Ambrosetti, il festival dell’economia di Trento, il “Wirednextfest” a Firenze (2018) ed è spesso intervistato quale esperto dai principali giornali.

I loro interventi sono serviti a ricordare che anche nei prossimi anni a fronte dello sviluppo della digitalizzazione e della robotica, il problema della scomparsa di lavori non sarà maggiore di quello della diseguaglianza nelle specializzazioni informatiche, per cui diventano ancora più importanti gli investimenti nella formazione: in proporzione tanto più grande quanto più si vorrà riavvicinare gli estremi ai quali i più specializzati guadagneranno sempre di più e i più digiuni in materia saranno sempre più emarginati dal lavoro. Questa disuguaglianza oggi rimane ancora favorita dai maggiori investimenti in formazione più per i più qualificati che per gli altri per cui questi ultimi, al netto di quelli non riadattatisi dai lavori scomparsi, dovranno ancora di più adeguarsi agli sforzi di formazione.

Viceversa lo squilibrio degli investimenti nella formazione si manifesta anche nella presenza di lavoratori con titoli superiori alle loro mansioni sia negli uffici che nei mestieri da loro meno ambiti: badanti, fattorini, traduttori, addetti ai call centers o altri ancora (compresi gli informatici) impiegati con mansioni inferiori, alle proprie capacità, nei centri di outsorcing. All’estremo opposto i softwaristi più avanzati sono stati invece spinti fino all’ingordigia accomunata con i finanziari che con i derivati anche sui futures del petrolio non indovinati hanno rovinato i rispettivi tempî del credito.

Stefano Scarpetta

La digitalizzazione generalizzata sta coinvolgendo anche i Paesi più arretrati: per combattere la fame sono infatti in corso da parte degli organismi internazionali ulteriori tecnologie softwaristiche per la produzione e distribuzione del cibo che inevitabilmente coinvolgono anche le masse che finora ne sono state prive.
La macchina può sostituire le braccia, mentre il software per farla lavorare nei singoli settori non può più non diffondersi anche laddove la globalizzazione è stata finora ai margini: lo si è già visto in India, dove alla formazione tecnologica necessaria ha contribuito lo spirito collaborativo imprenditoriale tra tutti i settori (pubblico e privato, straniero e locale, al di là delle differenze sociali, religiose e politiche), e lo si vedrà ancora laddove anche questo capitale per la formazione rimarrà meglio distribuito tra i più anziché riservato ai pochi, con gli analoghi risultati di democrazia.

Dunque per un futuro del lavoro ben diverso dai tempi in cui si sapeva dove trovarlo quando mancava vicino a casa (il ché oggi vale prevalentemente per le persone specializzate), e per contrastare per quanto possibile un benessere inferiore per le generazioni successive, anche la tassazione delle multinazionali di Internet meglio distribuita tra gli Stati che ne usufruiscono dovrà avere come conseguenza quella di meglio distribuire tra tutti le risorse per la formazione tecnologica: come pure nelle aziende (i nuovi corsi di management come quelli a Sciences Po devono tenerne conto), e nell’ulteriore collaborazione tra gli enti pubblici e i privati anche per favorire una migliore distribuzione geografica delle start up.

Il dibattito sul futuro del lavoro è stato il primo d’un ciclo d’altri incontri sul futuro organizzati all’IIC (come quello del prossimo 19 febbraio sul cambiamento climatico – Quel futur… pour la planète? -, con il Presidente della Società di Meteorologia Luca Mercalli) che consentono così di soffermarsi sulle considerazioni concrete prima che i tempi le divorino.

Lodovico Luciolli

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