Poesia con Mariastella Eisenberg: Madri vestite di sole

“Madri vestite di sole” (Interlinea Edizioni 2014), un libro, questo di Mariastella Eisenberg, che nella dimensione narrativa del dolore, nei versicoli ungarettiani – brevissimi – sintetizza una fase della vita che, se si verifica, non riesce a restare provvisoria, ma accompagna per sempre il percorso di chi resta, della madre dolente che pure velata di sole porta la sua parola di conforto a tutte le madri.

Mariastella Eisenberg è nata a Napoli, da padre medico rumeno laureato a Montpellier e fuggito in Italia a causa delle leggi razziali, e da una giovane pianista napoletana; ha studiato al Liceo Genovesi, si è poi laureata in Lettere moderne e si è specializzata in Storia dell’Arte; dopo aver insegnato nei Licei Scientifici e Classici Italiano e Latino, è diventata Preside nelle scuole superiori, impegnandosi con fervore in numerosi Istituti della provincia di Napoli e di Caserta, nonché a Caserta stessa.

Mariastella Eisenberg

Fin da ragazza ha coltivato la passione per la scrittura, ed è stata premiata in alcuni concorsi di poesia di livello nazionale; ha poi pubblicato testi scolastici, ad esempio un’edizione per i licei dei Promessi Sposi, e ha tenuto numerose lezioni in convegni e in corsi di aggiornamento, in particolare sulla letteratura italiana e sul tema della disabilità e dell’inserimento dei diversamente abili nei curricula scolastici. Dal 2004 ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura e all’impegno sociale e civile per il quale ha fondato e coordinato un gruppo di lettura presso il carcere di Lauro su incarico della Fondazione Premio Napoli; ha svolto numerosi incarichi in associazioni di livello nazionale, quali l’A.N.F., e locale, quali il CLABARC; ha tenuto una rubrica settimanale sulla diversabilità sulla rivista Il Caffè; si è impegnata in interventi a favore delle donne violentate e abusate con l’associazione casertana Spazio Donna. Collabora con diverse riviste, quali SUD, di cui è anche componente del Comitato di Redazione; nonché con Fresco di stampa.

Ha pubblicato: Perché ancora i Promessi Sposi, Marimar – Napoli, 1989; Sara, Guida – Napoli, 2005; Andare oltre, Sud n.11 Lavieri – Caserta, 2008; Negozio, Sud n.13 Lavieri – Caserta, 2008; Carovita, Lettere arti scienze – Caserta, 2009; Nelle città come Napoli, Narrazioni periodico di cultura, 2009; Chiedi alle mani, Sovera – Roma, 2009; Alfabetando, L’Aperia – Caserta, 2011; Cantico nella parola svelata, Compagnia dei Trovatori – Napoli, 2013; Madri vestite di sole, Interlinea Edizioni, – Novara, 2013.

Conosco Mariastella Eisenberg da alcuni mesi. L’ho incontrata a Bologna per un colloquio e dopo aver ascoltato la sua esperienza di vita e intorno alla poesia, ho accettato di promuovere il suo lavoro durante gli incontri di “Un thè con la poesia”. Sarà, infatti, ospite della rassegna proprio nel prossimo mese di aprile. La sua poesia, almeno per quanto riguarda l’ultimo libro pubblicato, è una poesia che scava nella parola per rendere conto della sofferenza, per lei particolarmente e comprensibilmente forte nel momento in cui scopre una grave malattia della figlia che morirà di lì a poco. Il suo libro vuole essere un messaggio di conforto a tutte le madri che possono trovarsi in una situazione analoga, un messaggio lanciato sotto la forma del linguaggio poetico.

Per Mariastella la poesia si fa, davvero, strumento quasi di preghiera e di supporto alla ricerca di un coraggio che a volte sembra abbandonarla ma, che mai le manca se pure spesso le sembra di vacillare, trovando forza proprio laddove il silenzio sembrerebbe l’unico rifugio possibile. La poesia soccorre l’autrice, arma la sua mano, le concede di raccontare, suggerire, mettersi a disposizione di quanti vorranno ascoltarla per trovare una consolazione di consonanza dolente.

Madri vestite di sole

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Dice Giampiero Neri nella prefazione al libro che la poesia «ha il compito di informare, che le viene assegnato dai tempi più antichi, si potrebbe dire dai primordi, da Esiodo e da Omero, come uno degli uffici più alti che le spettano di diritto, con il compito di unificare la cultura che la diaspora dei greci, sparsi nel Mediterraneo, aveva reso problematica. Insieme, la poesia si incarica di unire gli ascoltatori e i lettori nella partecipazione corale degli eventi che vengono rappresentati.» E niente, per questo libro della Eisenberg, è più consono a descriverlo di questo frammento. Poesia come messaggera, poeta come aedo: un urlo di dolore che diventa corale, che unisce cuori e pensieri per dar forza a chi avrà voglia di ascoltarla. Ed è la parola di cui è portatrice la poesia in questione che assume un valore fortemente magico, per dirla con Pavel Florenskij, perché magico è il rapporto che il linguaggio instaura col mondo, la sua capacità di farsi tramite della spinta centrifuga del soggetto verso la realtà e di condensare la sua volontà e di farla conoscere. Dice Florenskij: «La parola è energia umana: sia quella del genere umano, sia quella della singola persona, è l’energia dell’umanità che si rivela attraverso la persona[…] nella sua attività conoscitiva la parola guida lo spirito al di là dei confini della soggettività e lo mette in contatto con il mondo che si trova oltre i nostri stati psichici. […] la parola del mondo non svanisce come fumo, ma piuttosto ci mette faccia a faccia con la realtà…». E la parola usata dalla Eisenberg sembra coniata per confermare questi importanti concetti. Sapientemente dosata per cercare di curare quella che antropologicamente si chiama “elaborazione del lutto”, e che in realtà fatica ad essere risolta subentrando nella psiche, ancora più fortemente, la paura di liberarsi dal dolore in quanto legato alla propria identità e che potrebbe lasciare, al suo scomparire, un vuoto ancora maggiore, ovvero quello della perdita di sé stessi, della parte di sé stessi legata all’amore e dunque alla sofferenza per la perdita subita.

La raccolta inizia con un riferimento alla figura di Andromaca che sembra riprendere l’interpretazione omerica, ovvero attribuirle quelle caratteristiche di intelligenza e saggezza che la rendono forte, se pure disperata, anche dopo i vari lutti che ha dovuto subire: la donna non diventerà mai una vittima del “furor” come accadrà invece ad Ermione, ma dimostrerà come si possa restare contenuti anche nel dolore. Questo è l’atteggiamento suggerito dunque dall’autrice, seppure nello strappo lacerante della perdita. Lo dimostrano i testi di questa prima parte, dove la Morte – clandestina della vita; la – grande/spudotata ladra/ (che) ruba/talvolta/studiata la lentezza/un attimo/alla volta; colei che – dissolve/il tempo che vaga per il mondo (e) mastica/la stoffa di ogni giorno – personificata sembra paragonata a un’onda che tutto vorrebbe cancellare: meno l’amore, meno il dolore. La morte/di un figlio/è/sempre/oggi dice l’autrice che ha un’anima che fa male che è/ormai/ solo/ spugna che/ assorbe lacrime e che si affida, col testo d’inizio della seconda parte del libro a Maria, la madre/di tutte le madri (che) è impicciolita/ai piedi/della croce, laddove vengono raccontati i tantissimi, troppi episodi di morti filiali tra Miti, Cronache e Storie, come se a condividere il dolore, a trovarlo rappresentato nelle forme più disparate si riuscisse, in qualche modo, a rammagliarlo, a circoscriverlo in uno spazio per poterlo controllare.

Ma è nella terza parte del libro, la parte veramente dedicata alla figlia, che l’autrice ci propone la cifra esatta della dimensione straziante dell’assenza. Là, dove ciò che era c’è ancora, è solo passato da un’altra parte, là dove la figlia pensierosa e solare colma il petto e gli occhi di erbe e fiori, là dove il mondo si è capovolto e la madre sola si trova dalla parte sbagliata, mentre nel canto corale dell’Epilogo, nell’invito ad unire le voci, fatto a tutte le madri “sfigliate” riecheggiano i cori delle tragedie greche, a commento e chiosa del lutto: siano le parole, quelle sacre e magiche parole della poesia, donate a fare/testo infinito/di chicchi di ricordi/sparpagliati/sparigliati/senza nesso tra loro/pronti/da schegge impazzite/a rientrare/nei cuori.

Un libro dunque, questo di Mariastella Eisenberg, che nella dimensione narrativa del dolore, nei versicoli ungarettiani – brevissimi – sintetizza una fase della vita che, se si verifica, non riesce a restare provvisoria, ma accompagna per sempre il percorso di chi resta, della madre dolente che pure velata di sole porta la sua parola di conforto a tutte le madri.

Qualche testo da Madri velate di sole :

Del tempo che è stato

nulla

da scorgere

in controluce

per riavvolgere

il nastro

e

cominciare da capo.

La proiezione

è finita.

***

La bellezza dell’oltre

cancellata

dalla cattura

che la terra ha fatto di te

continuamente

affiora:

sei soltanto

passata dall’altra parte

dall’altra parte della terra

tu

pensierosa e solare

colmi

il petto e gli occhi

di erbe e fiori

ora

sudario di terra.

Si è capovolto

il mondo,

tutto qui

e

sono rimasta

dalla parte sbagliata.

***

Se

nominare

è

far essere ciò che si nomina

nominerò

te

in continuazione

finché

avrò fiato

e

così

il tuo nome

non si potrà perdere.

***

Ragazza era l’estate

e luminosa

tu

avevi

già

profumo di novembre

e

così

d’improvviso

è invecchiata

l’estate.

***

Icaro

Forse

anche

Icaro

ebbe una madre:

pianse le ali bruciate dal sole

di figlio imberbe.

***

Jan Palach

S’è bruciato

su fornello

da nessuno spento

cibo

buono

di madre premurosa.

Studente modello

questo figlio

– correva il 1969 —

laddove

carri armati

schiacciavano

speranze.

S’è bruciato

su una piazza

piazza San Venceslao

mentre

una madre

aspettava

preparando

cibo

buono.

Quando seppe

tacque

per sempre



cucinò

mai più.

Kladiva

ebbe parole per te

parole della storia

dell’Università

per uno studente bravo.

Tua madre

no

toccare parole per te

le fu impossibile.

***

Astianatte

Andromaca

Astianatte

pianse

non

lo stupro

del vincitore

le rincrebbe

non

l’onta

della schiavitù

l’avvilì:

impietrato

divenne

il cuore

per

le piccole ossa

calcinate

al sole

per

gli occhi

cibo

dei rapaci

per

il piccolo sesso

sconciato

dai rovi.

Silente

urlo

lacerava

le viscere

prive

del frutto

d’Ettore

Andromaca

varcava

ogni giorno

il confine.

Tra la notte

e

la luce

moriva

per le piccole mani

all’aria

artigliate.

Cinzia Demi

Da Bologna

P.S.:
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“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI il link: http://www.altritaliani.net/spip.php?page=rubrique&id_rubrique=58. Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

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