Poesia con Gabriele Borgna: “Manufatti del dissesto”.

Per Missione Poesia, “Manufatti del dissesto” di Gabriele Borgna (collana Cleide Edizioni Minerva): un libro sull’importanza dei luoghi e della tradizione poetica, sull’uso della lingua come strumento che determina l’appartenenza e sulla dimensione esistenziale dell’uomo, che nel dissesto appunto trova la propria finitezza. La Liguria con i suoi portici, i carruggi, gli arenili, le lampare e via dicendo, è la prima protagonista dei testi di Borgna.

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Gabriele Borgna (Savona, 1982) vive a Porto Maurizio (Imperia). Del 2017 è la silloge d’esordio Artigianato Sentimentale (Puntoacapo Editrice, prefazione di Giuseppe Conte), presentata al Salone Internazionale del Libro di Torino e al Festival Internazionale di Poesia di Genova. È curatore del Concorso Internazionale di Poesia Parasio – Città di Imperia, e membro del comitato scientifico del Festival della Cultura Mediterranea. Suoi testi sono presenti in antologie, riviste e siti letterari italiani ed esteri. Manufatti del dissesto (Minerva Edizioni, 2021) è il suo secondo libro di poesia.

Conosco Gabriele Borgna da diverso tempo, ed è un autore a cui sono legata per vari motivi. Intanto perché il suo primo libro, Artigianato Sentimentale, è uscito con la Casa editrice Puntoacapo con la quale ho pubblicato anch’io, e con la quale collaboro da anni a vario titolo. Poi perché, ed è il motivo più importante, Manufatti del dissesto, il libro che presentiamo oggi, è appena uscito nella collana di poesia Cleide che, insieme a Giancarlo Pontiggia, curo per la Minerva Edizioni di Bologna. È una collana under 40, inaugurata nel 2018, che ci sta dando grandi soddisfazioni, e che si arricchisce ogni anno di ottimi giovani autori che, sia io che Giancarlo, sentiamo un po’ come figli nostri… Cleide era in fondo il nome della figlia di Saffo, alla quale l’autrice dedicò dei bellissimi versi, dei quali sono stati ritrovati alcuni frammenti.

Con questa recensione mi piace dare, così, il benvenuto a Gabriele Borgna nella famiglia di Cleide e della Minerva, Gabriele che insieme a Claudia di Palma, è uno dei due autori usciti appunto quest’anno. Un anno ancora difficile, in cui si sta tentando di ricominciare a vivere dopo il dissesto, in cui si prova a rinascere, come tutti ben sappiamo. E anche questo libro, in fondo, parla di un dissesto e di una nascita, quella del proprio figlio, a cui sono dedicati e affidati alcuni versi del libro perché, dice proprio Gabriele, impari dai luoghi e dagli elementi che, se saprà ascoltare, gli insegneranno di più degli uomini, di più anche di suo padre stesso…

Manufatti del dissesto

Sappiamo che ogni poeta si affida ai propri luoghi non solo per raccontarli ma per raccontarsi, ricercando nell’essenza di questi la propria. Lo scavo che viene compiuto sul terreno, usando la parola come vanga che affonda nelle zolle, è in realtà uno scavo interiore; lo scandagliare l’azzurro profondo del mare e dei suoi elementi è lo scandagliare che facciamo verso la nostra anima; la ricerca e lo sguardo sulle macerie sono la ricerca e lo sguardo dentro noi stessi – spesso siamo anche noi pieni di macerie, di dolore: spesso anche noi siamo dissestati, per citare il sostantivo del titolo del libro usato da Gabriele – e questo scavo e questa ricerca servono per arrivare a comprendersi meglio e per poter meglio capire anche gli altri.

Caproni, che con il territorio ligure aveva molto a che fare, avendo vissuto a Genova sin dall’infanzia dopo il trasferimento della famiglia da Livorno, ed essendo sepolto a Loco di Rovegno in Val Trebbia, ma soprattutto per aver dedicato a Genova alcuni tra i più belli dei suoi componimenti, Caproni diceva proprio questo, ovvero: che il poeta è un minatore che scava dentro di sé continuamente, per arrivare a capirsi e per poter capire meglio gli altri.  E anche lui ha comunque scavato nei luoghi, nei territori che sono stati il teatro a cielo aperto della sua poesia.

Porto Maurizio, Liguria

Dunque la Liguria con i suoi portici, i carruggi, gli arenili, le lampare e via dicendo, è la prima protagonista dei testi di Borgna, è quella che dona la sua linfa vitale ai versi che, se pure pescano inevitabilmente, e com’è giusto che sia, a mio parere, dalla tradizione dei poeti liguri – vedremo quali – sono comunque originali e propri del poeta, abbracciando quell’unicum che contraddistingue una poesia vera quando la si incontra, rendendo riconoscibile la penna del suo autore, forgiando la sua cifra stilistica.

Ma, ricercando e scavando nei propri luoghi della poesia, non si trovano solo i riferimenti agli spazi, ai colori, ai sapori della terra ma si riscopre anche la lingua che di quella terra fa parte, la nostra lingua, quella lingua materna e madre, quella che dà forma alle nostre radici, a quello che siamo stati e siamo. E Gabriele la usa questa lingua, ne inframmezza la sua poesia citando frasi, modi di dire, singole parole di quei dialetti della sua regione: ci sono citazioni del paese di Mendatica (Imperia), c’è la parola carruggi – che indica quei vicoli stretti tipici dei centri liguri – o il termine sciaratto – che significa subbuglio, disordine – , ci sono gli antichi proverbi liguri… insomma c’è tutto il fermento linguistico, del folclore e della vitalità di una filosofia del quotidiano che rende la poesia di Gabriele non solo reale, non solo onesta (per dirla con Saba), ma anche visibile e palpabile, accessibile al lettore che vi si ritrova e vi si riconosce.

E non parlo solo del lettore di quelle terre, ovviamente, ma di ogni lettore così come la Genova verticale/vertigine, aria e scale di Caproni, è stata la nostra Genova; così come la Liguria fatta di contrade grasse dove l’erba/simula il mare; nelle dolci terre/dove si sfa di tenerezza il cielo descritta da Sbarbaro è diventata la nostra Liguria; così come quell’Osservare tra frondi il palpitare/lontano di scaglie di mare/mentre si levano tremuli scricchi/di cicale dai calvi picchi dei versi di Montale è stato il nostro osservare la Liguria; così come, quell’altro osservare osservo il timido balletto delle tortore/e provo a dare voce alla finestra della sala/quando è l’alba, l’alba/ che sboccia come l’ultimo dei sogni/mentre la schiera celeste canta il suo canto dei versi di Morasso, ci rende partecipi dell’esperienza di quest’alba su Genova; così, allo stesso modo, quel luogo, quello spazio, quel tempo dove Restano le conchiglie/come altari caduti/di tutte le derive… dove L’eco dei muti splende/e tace oltre il male/marchiandoci diventa il nostro luogo, il nostro spazio, il nostro tempo: un luogo dove ritrovare la poesia delle conchiglie che restano, uno spazio dove magari pregare su quegli altari caduti di tutte le derive, un tempo dove ci marchia l’eco dei muti che tace e splende oltre il mare.

Guardate che ritrovarsi così tanto nei versi di un poeta, sentirseli dentro o sulla pelle – proprio come un marchio – farli propri e viverli come esperienza, non è cosa di tutti i giorni, non è cosa facile da provare. Tanta poesia esce oggi nelle pubblicazioni, invade i social, visivamente, sonoramente, accompagnata da immagini e da slogan ma non tutto resterà, anzi forse non sarà certo questa a restare. Cosa resterà dunque? La poesia dei bei libri, dei libri veri, di quel sentire universale che prende spunto dalla vita reale, dalle forme che ci circondano, dalla lingua che ci appartiene. Ne sono convinta. E questo libro, e la poesia tutta di Gabriele, ne fa parte, fa parte di ciò che resterà.

Ora, nelle domande poste a inizio dell’opera, – modalità che caratterizza la collana Cleide, quella cioè di porre alcune domande all’autore perché presenti la sua poetica – Gabriele risponde alle riflessioni di Pontiggia, che vanno nella direzione di ciò di cui abbiamo parlato. Risponde sull’importanza dei luoghi, sulla tradizione poetica che lo ha preceduto o che lo accompagna nel contemporaneo, sull’uso della lingua come strumento che determina l’appartenenza e la radice alla terra a cui si accennava, ma risponde anche a un’altra importante richiesta che si fonda sulla dimensione esistenziale dell’uomo, e che ha a che vedere col transitorio, col dissesto appunto che riguarda la dissoluzione delle forme e, in fondo, la loro finitezza.

Ebbene, Borgna, consapevole della condizione umana, afferma che lo scrivere e l’amore sono le sue balaustre, ciò che lo sostiene e lo fa resistere nonostante tutto, liberando il suo sentire verso un altrove di speranza cristiana. Questa affermazione mi ha molto colpito, in senso positivo: anche lui, così come Claudia di Palma – incredibile che si siano abbinate due voci molto simili, per le pubblicazioni di poesia della Minerva, di quest’anno –  anche lui, dicevo, soprattutto in un’epoca in cui i valori fondanti della nostra civiltà europea e cristiana sembrano venire meno, dichiara di affidarsi a qualcosa che ci sollevi dai patimenti terreni e ci restituisca quella spiritualità che troppo spesso viene smarrita a favore della materialità.

Infine, mi piace ritornare su ciò che accennavo all’inizio, ovvero sul fatto che, in specie nella seconda sezione del libro, Ostacoli e appigli, l’autore promette, consegna, condivide una sorta di lascito al proprio figlio (la prima poesia inizia proprio con il verso: Sul lascito dei gesti…), un lascito che riguarda proprio il legame con quegli stessi luoghi da lui cantati, perché si possa perpetrare la tradizione, si possano coltivare le radici, si possa imparare non solo ad amare quei luoghi, ma da quei luoghi trarre tutta l’energia e l’amore possibile per imparare a vivere la vita stessa che, con i suoi manufatti, a volte, ci mette a dura prova, ma che ci consente di continuare a parlare e ad ascoltare, anche attraverso la voce dei sassi, colmando le distanze del nostro percorso terreno.

Qualche testo da: Manufatti del dissesto

 dalla sezione: I tempi della caduta

Tutti i tempi i ven
se ti spenti un po’*

I vecchi lo sapevano.

Lo sapevano le schiene
curve a far legna tra i larici.
Loro che avevano la saggezza
nelle mani, temevano l’ignoto
dietro ogni arbusto,
chiamavano casa ogni fuoco
riparato dallo scisto.

E quel tempo dove tutto
non c’è dato di capire
ci raggiunse parallelo al fango,
scordando la quiete di quando
venivi al sagrato per fare la conta.

Di allora è rimasta soltanto
la cocciuta resistenza della brace
e l’incanto – intatto – dell’ultimo
olmo teso verso l’infinito.

*Tutti i tempi arrivano/se sai aspettarli. (Adagio dialettale in uso nel paese di Mendatica. Liguria)

****

Al bastione del Miradore
è ancora cielo sul falso pepe,
parla un fermo d’aria
che smarca la notte da dentro.

Come in una nassa
a bocca aperta
fra le maglie delle cose
mi anniento.

Con le parole tratto di una resa.

****

dalla sezione Ostacoli e appigli

Restano le conchiglie
come altari ai caduti
di tutte le derive.

L’eco dei muti splende
e tace oltre il male
marchiandoci.

****

Veniamo da molto lontano
per qualcosa che già c’era
e torna negli spasmi
delle pause accaldate.

L’odore di sansa e salino
bordeggia tra gli scuri.

L’amore che taglia la strada
si affaccia dal basso
con l’estate
sbaragliandoci

*****

Con l’avvento del buio
fra l’acqua e la pietra
l’onda è un gioco di volumi
dove l’attimo straripa.

Nel grembo dell’arenile
una torma di gozzi in secca
e il morso del sale
che scarnifica.

Cinzia Demi, da Bologna

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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