Le Lettere di Ungaretti a Bruna Bianco, suo amore tardivo.

Mio amore, mia poesia mia luce”… Quando l’amore conosce un’altra stagione.

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Fino ad ora ho sempre citato il poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) soprattutto per la sua raccolta Allegria di naufragi, a proposito delle liriche scritte in occasione della I Guerra mondiale a cui partecipò: brevissime, quasi sillabate per indicare il distacco del suo animo raggelato nell’orrore del terribile disastro in cui si sono riconosciuti i contemporanei e gli ermetici.

Ora apprendo che il poeta visse un amore appassionato nella sua vecchiaia. Aveva infatti 78 anni, quando s’innamorò di Bruna Bianco (26 anni), incontrata a San Paolo di Brasile dove si era recato per delle conferenze (aveva insegnato infatti prima all’Università di S.Paolo tra il 1937 ed il 1942) e per visitare la tomba del figlio Antonietto, morto nel 1939, a nove anni, che gli ha ispirato, nel 1947, la raccolta Il dolore. Dominava nel mio animo la sua immagine di uomo di pena dolente per le avversità che aveva patito e lacerante m’era sembrato il suo grido per il dramma del figlio scomparso: “e t’amo, t’amo ed è continuo schianto!

Che sorpresa ritrovarlo nella veste d’innamorato che pronunzia con altro intendimento quasi le stesse parole!

“Roma,18-02-1967. Caro amore mio tutto.Ti penso sempre. Ti amo.Ti bacio. Il tuo Ungà!

Indubbiamente lo preferisco in questa veste, anche se a ben pensarci è lo stesso poeta, dotato di una grande sensibilità, che avverte profondamente tutto quel che gli accade, il dolore ed il piacere, il sogno di felicità e la disperazione d’una grave perdita.

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Sono 377 lettere d’amore, curate da Mondadori (pp.658, 21€) e presentate dal critico Silvio Ramat e dal poeta Davide Rondoni a “Pordenone legge” il 15 settembre del 2017, kermesse che si tiene nelle serate settembrine d’ogni anno, molto frequentata prevalentemente dai giovani, ma non solo.

Bruna Bianco delle Langhe, da una decina di anni viveva in Brasile con la famiglia in un’azienda produttrice di spumanti. La corrispondenza cominciò quasi subito, per iniziativa del poeta, dalla motonave che lo riportava in Italia. Lei rispose lusingata e felice. Ebbe così inizio una corrispondenza che non conobbe pause se non quelle imposte dalle necessità della vita e dalla lontananza, nell’arco di tempo che va dal settembre 1966 all’aprile del 1969, con quattro visite durante le quali non ebbero bisogno di scrivere, due volte per la visita di lui in Brasile e altre due per la visita di lei in Italia.

Nessun’ombra sul loro rapporto intensamente condiviso se non il cruccio di Ungaretti per via dell’età, nonostante che dichiari che “ha la mente lucida e che continua a lavorare come se non avesse che 18 anni e che si muove come nulla fosse da un capo all’altro della Terra”. E’ un sentimento per niente dissimile dalla giovinezza, intenso, quasi ossessivo, in cui non ci sono solo parole, ma visioni di amplessi e soprattutto spazio di lunghi dialoghi, informazioni, cronaca di vita, giudizi sugli uomini e sul tempo presente, consigli ed informazioni sull’arte e sulla letteratura (Bruna s’era avvicinata a lui, nel momento dell’incontro, per parlargli di alcune sue poesie) ed anche ricordi e qualche rimorso “per la passiva complicità col fascismo”.

Ungaretti con Bruno Bianco in Argentina

C’è una tensione che fa da contrappunto al racconto e genera stupore e nello stesso tempo emozione:

Mi stringo con le due mani il viso, e l’accarezzo e nel mio viso rinasce il Tuo nelle mie mani, la più cara cosa, la sola che amo su tutte, l’anima della mia anima, sei l’anima della mia anima, l’ultima forza che mi resta, l’ultima mia poesia, la vera, l’unica vera.”

Il problema dell’età avanzata piuttosto che essere d’impedimento deve avere rafforzato il vincolo d’affetto, rendendolo inimitabile e forte.

Si avverte una certa tendenza ad apparire più grande agli occhi di lei, pero certo non è la sua gloria ch’egli vuol dimostrare di sé, ma una grande tenerezza che si traduce negli appellativi leziosi che inventa : “angelo mio, luce mia, amorissimo mio, piccolina mia, graziosa mia sovrana, intrepido amore. Ti amo tanto, tanto tanto e ti bacio fino all’oblio di me e di tutto”.

Dolcezza e furia s’intersecano con la malinconia dell’inarrestabile fuga del tempo e non lasciano più traccia di polemiche e di ritorsioni che invece si ritrovano nell’altra raccolta di lettere al suo allievo Leone Piccioni, nel 2013, sempre per Mondadori a cura di Silvia Zoppi Garampi.

Veramente qui possiamo dire : Omnia vincit Amor.

Gaetanina Sicari Ruffo

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