La critica nel cinema: Film Moments.

Film Moments: Criticism, History, Theory. È questo il titolo di un saggio pubblicato negli Stati Uniti, a cura di James Walter e Tom Brown, che intende porre l’accento sul ruolo della critica, del suo senso relativamente compiuto, lungi dall’essere didascalico e didattico.

Il testo si interroga su storia e teoria del cinema, in un contraltare ideale che vede nella critica uno sforzo non accademico ma di visione soggettiva del linguaggio, nel suo essere “marcatamente focalizzato sulle qualità interne dei film”. Messa in scena ed interpretazione, fotografia e montaggio (che è poi l’elemento strutturale del film), ritmo e comunicazione postulata: qualità queste che necessariamente inducono ad un giudizio di merito, al di là della condivisione da parte dello spettatore/lettore, dei propri gusti e sensibilità. Critica come mediazione intervisiva.

MomentsGli autori americani partono dall’assunto che il film è fatto di momenti, le sequenze che restano impresse. E nella sua forma originaria il cinema era composto di attimi, registrati e proiettati nel buio della sala.

I 38 saggi di Film Moments esaminano una vasta selezione di scene chiave in una antologia di opere, periodi storici e generi, con autori memorabili: Alfred Hitchcock, Jean Renoir, Federico Fellini, Vincente Minnelli e registi contemporanei come Pedro Costa, Zhang Ke Jia e Quentin Tarantino, trattando film tra cui Luci della città, Via col vento, Il mago di Oz, 8 1/2, Bonnie and Clyde, Star Wars, Il Signore degli Anelli, Return of the King. Film Moments offre, dunque, un’introduzione illuminante nella diversità di approcci per lo studio dell’opera e un resoconto organico di sequenze chiave, utili a migliorare la comprensione del cinema, del suo linguaggio, l’idioma che va oltre il genere comunemente detto. Importante è, nell’approccio all’opera, coltivarne lo stupore.

Ma ha senso ancora scrivere di un film? La critica va letta prima (come indicativa) oppure dopo per un confronto ed approfondimento? Intanto, va detto che sono cambiati (e cambieranno ancora) i modi di fruizione dell’opera cinematografica; in Italia le sale spesso deserte specie nei periodi caldi, oppure affollate solo per i richiami tradizionali (prime importanti, festività natalizie). E poi la visione su canali web e non più in sala, Netflix su tutti. “Andare al cinema è come andare in chiesa …” sentenziava Martin Scorsese; ebbene, questa potrà divenire una liturgia sempre più di nicchia. E in sostanza la critica scritta su riviste, quotidiani e in tv rischia di restare argomento per pochi eletti e cultori. Anche su questo ci si interroga, e questo libro entra a pieno nella sua analisi.

Gli Uccelli di Hitchcock

La critica è studio, è verifica dell’immagine e della scrittura, che tuttavia si confronta anche con l’interesse e la reattività dell’autore della stessa. Il film va “letto” per quel che ispira e che può offrire agli altri. E sia dunque un film: intrattenimento o cultura? Sia l’uno che l’altro; né l’uno né l’altro. L’opera cinematografica che nel tempo rimane nella memoria è quella che per lo spettatore (comune o analista) può passare alla storia, personale o collettiva, il resto è funzione di svago. Eppure, nell’un caso e nell’altro, ogni operazione cinematografica (idea e soggetto, produzione, casting, realizzazione, distribuzione) è sinonimo di tormento creativo prima ancora che “industria”.

Acquisito questo, al critico rimane l’opera visiva nei suoi perimetri emotivi e ciascuna valutazione potrà e dovrà tener conto della propria esperienza culturale, evitando persino di inveire contro opere dette “minori”. Il critico saprà anche “leggere” e proiettarsi ben oltre di quanto un regista riesca a manifestare nelle sequenze del film, al di là dei rimandi ad opere altrui oppure proprie. Perché – va sempre ribadito – nessuna arte contiene come il cinema poesia e fotografia, musicalità, interpretazione e visionarietà, acquisizione di luoghi ed ambiti interiori. E tuttavia, ogni autore non potrà fare a meno di comparare il proprio ego al servizio degli altri.

L’occhio che uccide di M. Powell

Il platonico mito della caverna e la sala di proiezione conservano una similitudine emozionante: uomini fermi, incatenati, ed un fuoco acceso alle loro spalle che proietta ombre sulla parete davanti ai loro occhi. Quando usciranno all’aperto proveranno smarrimento, scoprendo che quanto visto e conosciuto è solo un’ombra del mondo reale. La moderna sala buia crea il medesimo turbamento nel ritorno alla luce. Il critico può allora intercedere fra la storia partecipata al buio e la (luminosa) oggettività circostante. In un dialogo shakespeariano (l’Otello), Desdemona chiede a Iago: Che scriveresti di me, se dovesse lodarmi?; e Iago risponde: Non me lo domandate, gentile signora. Non so niente, se non critico.

(Nota bene, nel logo: Il set di Casanova di Federico Fellini)

Armando Lostaglio

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