L’addio a Damiano Damiani, regista di impegno civile.

Mancherà al cinema Damiano Damiani, autore di impegno e non solo sociale. Amante delle storie, capace di raccontare l’horror, e la complessità esistenziale, periodi storici e finanche il west, sempre in modo particolare, come il suo angolo di narrazione, mai banale.

Lo avevamo incontrato nell’estate del 2006 a Nova Siri, dove era ospite delle intense giornate di Cinemadamare, rassegna internazionale itinerante promossa da Franco Rina. Persona colta, discreta, ci aveva confidato delle proprie impressioni sulla Basilicata e sul Sud. “Il mio interesse verso questa terra nasce da una grande curiosità: qui più che altrove al sud sembra che lo sviluppo è stato maggiore”. “Dal punto di vista cinematografico – ha aggiunto il cineasta – la mia storia personale è però più intimamente intrecciata con la Sicilia”.

Damiano Damiani. Foto di Pugnet, TF1, SIPA

E’ in Sicilia che ha luogo il suo film di maggior successo, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia “Il giorno della civetta” con Claudia Cardinale e Franco Nero; era il 1968. E sarà ancora la Sicilia a consacrarlo in una massima visibilità, mediante “La Piovra”, con Michele Placido, fiction della Rai vista ed apprezzata praticamente in ogni angolo del mondo. Trasmesso nel 1984, a poco più di un anno dall’assassinio del generale Dalla Chiesa.

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Damiano Damiani si segnala nel 1960-62 con la trilogia psicologica “Il rossetto”, “Il sicario” e “L’isola di Arturo” (tratto dall’omonimo romanzo di Elsa Morante), fu poi esponente del filone politico-civile con Quien sabe? (1967), Il giorno della civetta (appunto), Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica (1971), L’istruttoria è chiusa: dimentichi (1972), Perché si uccide un magistrato (1974), Io ho paura (1977), L’avvertimento (1980), Amityville Possession (1982), Pizza Connection (1985), L’inchiesta (1987), Il sole buio (1989), L’angelo con la pistola (1992). Per la televisione ha diretto, tra l’altro, oltre agli sceneggiati “La piovra” (1984), anche “Il treno di Lenin” (1988).

Fine regista e sceneggiatore, nonché attore e scenografo, Damiano Damiani nasce a Pasiano di Pordenone il 23 luglio del 1922. Ultimati gli studi di pittura presso l’Accademia di Brera, a Milano, si affaccia al mondo della celluloide nel 1947 realizzando un documentario “La banda d’Affori”, di cui cura regia e sceneggiatura, segue nel 1954 “Le giostre”.

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Lavora assiduamente come sceneggiatore e solo nel 1960 decide di ritornare dietro la macchina da presa per il suo primo lungometraggio, “Il rossetto”, ispirandosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto. Una ragazzina assiste all’omicidio di una donna e s’invaghisce dell’assassino, che la usa per sfuggire alla giustizia, che inesorabile arriva, grazie alle indagini di un commissario di polizia. Tra gli attori da segnalare la presenza del regista Pietro Germi, un grande talento dietro e davanti alla macchina da presa.

È dello stesso anno “Il sicario”, un noir che punta il dito sul marcio di certa borghesia italiana senza scrupoli, interessata solo ad arricchirsi. Fin dalle prime opere appare chiaro che il cinema di Damiani non è solo espressione artistica, ma è soprattutto un mezzo di denuncia sociale, che mostra senza censure la normalità con cui molti vivono la violenza, il potere asservito al proprio interesse, le ingiustizie che ci circondano. Il tutto senza penalizzare l’intreccio narrativo, sempre interessante, ed il girato, in cui anche i silenzi hanno voce.

Nel 1962 realizza la sua prima trasposizione cinematografica di un’opera letteraria, con “L’isola di Arturo”, dall’omonimo romanzo di Elsa Morante, di cui cura anche la sceneggiatura assieme a Ugo Liberatore e Cesare Zavattini.

Nel 1963 dirige un Walter Chiari in stato di grazia in “La rimpatriata”, vincitrice del premio Fipresci, dove il regista vuole indagare sulla borghesia dell’epoca, attraverso un incontro di vecchi amici, che con malinconia pensano a ciò che sono diventati e a ciò che sarebbero voluti essere. Sempre al 1963 risale “La noia”, trasposizione dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, sceneggiato con Tonino Guerra. Nel 1966 con “Quién sabe?” riesce a coniugare l’impegno politico con lo spaghetti – western. Il protagonista, interpretato da Klaus Kinski, è un bandito, che ritrova la strada della giustizia, e si prodiga per i più deboli. Nel 1971 dirige due polizieschi, dove la denuncia della criminalità mafiosa sposa l’azione: “Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica” con Martin Balsam e Franco Nero, e “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”, sempre con Franco Nero, dove mostra come l’organizzazione mafiosa sia forte anche dentro alcune carceri.

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È del 1972 “Girolimoni, il mostro di Roma”, con un grandioso Nino Manfredi che veste i panni di Gino Girolimoni, fotografo romano, accusato negli anni ’20 d’aver ucciso delle bambine, e poi segretamente scarcerato per mancanza di prove. Il regista punta il dito sulla manipolazione di molti casi di cronaca che trasformano le masse in giudici assetati di vendetta, problema attuale ancora oggi, se pensiamo all’accanimento morboso dei media su alcuni delitti, che distraggono probabilmente chi guarda da altri accadimenti altrettanto importanti. Ma Damiani mostra anche come la superficialità investigativa può rovinare per sempre la vita di un uomo, in questo in molti hanno voluto leggere un riferimento al caso dell’anarchico Valpreda accusato della strage di Piazza Fontana, e alla seguente ‘strategia della tensione’.

Nel 1973 passa davanti alla macchina da presa per Florestano Vancini in “Il delitto Matteotti”, dove interpreta Giovanni Amendola. Ancora nel genere western brillante del 1975 “Un genio, due compari, un pollo”, con Terence Hill; il thriller con Tony Musante e Claudia Cardinale “Goodbye e amen” del 1977, e “Io ho paura” dello stesso anno, che vede Gian Maria Volonté protagonista di un drammatico thriller. È del 1978 “Un uomo in ginocchio”, pellicola drammatica con Giuliano Gemma, Eleonora Giorgi e Michele Placido.

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Nel 1982 si cimenta nell’horror con “Amityville Possession”, dove racconta di una famiglia che si trasferisce in una casa infestata da anime dannate. Dirige ancora Michele Placido nel 1985 nel film nel poliziesco incentrato sulla mafia “Pizza connection”. Nel 1986 realizza “L’inchiesta”, con Harvey Keitel e Keith Carradine, dove racconta il tentativo dei romani di comprendere la sparizione del corpo del Cristo dal sepolcro. In seguito collabora con il piccolo schermo, fino al 2001, realizzando per il cinema pellicole di poco spessore.

Un cineasta a tutto tondo. Una nuova grande perdita per il cinema italiano.

Armando Lostaglio

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Armando Lostaglio
ARMANDO LOSTAGLIO iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Basilicata; fondatore del CineClub Vittorio De Sica - Cinit nel 1994 con oltre 150 iscritti; promotore di altri cinecircoli Cinit, e di mostre di cinema per scuole, carceri, centri anziani; autore di testi di cinema: Sequenze (La Nuova del Sud, 2006); Schermi Riflessi (EditricErmes, 2011); autore dei docufilm: Albe dentro l'imbrunire (2012); Il genio contro - Guy Debord e il cinema nell'avangardia (2013); La strada meno battura - a cavallo sulla Via Herculia (2014); Il cinema e il Blues (2016); Il cinema e il brigantaggio (2017). Collaboratore di riviste e giornali: La Nuova del Sud, e web Altritaliani (Parigi), Cabiria, Francavillainforma; Tg7 Basilicata.

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