Il rogo della Repubblica, di Andrea Molesini. Tra storia e finzione un avvincente romanzo.

Venezia 1480. Tre innocenti ebrei bruciati vivi per ragion di Stato e di ordine pubblico. Tramite un narratore-protagonista immaginario che non manca di fascino, lo scrittore Andrea Molesini – autore del noto libro Non tutti i bastardi sono di Vienna –  mette in scena uno degli iniqui processi orchestrati dalla Chiesa contro gli ebrei in una Serenissima che pure vantava una tolleranza specchiata verso questa comunità. Una ricostruzione potente di una vicenda di ordinario antisemitismo restituita con forza al lettore, trascinato nel turbine di una violenza che perdura ancora oggi. Ce ne parla Fulvio Senardi.

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MolesiniAndrea Molesini che con la narrativa neo-storica si è ritagliato un suo ruolo di rilievo nel panorama letterario italiano, ritorna in libreria proponendo ai lettori Il rogo della Repubblica, vicenda ambientata nella Venezia del tardo Medioevo.

Correva l’anno del Signore 1480 e ciò che il narratore racconta (lo rivela la breve appendice che completa il libro) sono purtroppo fatti realmente accaduti, rievocati dalla ricerca storica con «impeccabile acribia». Un capitolo dell’eterna discriminazione e persecuzione subita dagli ebrei in terra cristiana, da quando ha trionfato la religione della croce; nella fattispecie un processo per omicidio rituale, che dà sostanza giuridica a una diffusa credenza – ovvero che i giudei impastassero il loro pane col sangue di fanciulli cristiani, in spregio e per vendetta contro la fede di Cristo – tanto presente nel Medioevo da trovare una supposta conferma in un famoso “caso” criminale, conclusosi con la condanna a Trento, nel 1475, dei quindici ebrei presenti in città e con la beatificazione (1588) di Simonino, l’infante trucidato, così la sentenza, per mano giudea (bisognerà poi attendere il 1965 perché la Chiesa decida di cancellare il culto del beato Simonino, con tutte le ritualità ad esso collegate).

In questo caso l’accusa è portata da una città intera: il borgo di Portobuffolé, sul fiume Livenza, a una ventina di chilometri da Conegliano, ai tempi della Serenissima importante centro amministrativo e commerciale. La responsabilità del delitto, in una comunità messa in fibrillazione dalle infuocate prediche anti-giudaiche di Fra’ Bernardino da Feltre, il religioso cui si deve l’istituzione dei Monti di Pietà per contrastare la pratica dell’usura, viene confermata non solo da numerosi testimoni, ma anche dagli accusati stessi, che dopo ripetute sessioni di tortura confessano l’omicidio.

Le autorità di Venezia, cui Portobuffolé appartiene dalla metà del Trecento, e a cui gli ebrei hanno fatto appello ritrattando la confessione, vuole vederci più chiaro e incarica di un’indagine informale Boris di Candia, un agente segreto diremmo oggi, agli ordini della Repubblica, oltre che protagonista e narratore del libro di cui parliamo: «Boris è il mio nome. Vivo d’inganno e di rapina. Scaltro, ricco, temuto, sono nato dall’altra parte del mare, a Candia, da madre bulgara. A tratti un lupo ringhia nel mio sangue». Non manca di fascino il personaggio inventato da Molesini: Boris è uomo d’azione, ma anche di cultura, ama e frequenta i classici, come del resto la buona tavola e le donne, è scettico di fronte alle credenze diffuse e diffidente verso il potere, che pure ha deciso di servire, mascherando con una sorta di “dissimulazione onesta” (che a tratti pericolosamente si incrina) il suo più schietto sentire.

Comprenderà la dirittura d’animo degli ebrei ingiustamente accusati, e di uno in particolare, al quale lo avvicina un crescente sentimento di stima; d’altra parte capisce che la Repubblica non può che confermare la condanna emessa a Buffolé, oro colato per i notabili e gli abitanti del borgo liventino, perché cassarla porterebbe a conseguenze imprevedibili sul piano giuridico e dell’ordine pubblico. La falsità, la doppiezza e l’ipocrisia, strumenti necessari per l’esercizio del potere, finiscono così per apparirgli il lato oscuro e inevitabile dell’uomo in quanto animale sociale, un essere che accetta l’inganno di considerare coincidenti la forza ed il diritto: «da quando Adamo ed Eva, con il loro gesto arrogante, ci hanno consegnato alla macina della storia, non riuscendo a fare forte il giusto, noi mortali diciamo giusto il forte». Una dura lezione cui Boris reagisce facendo propria l’antica saggezza epicurea, che scivola dentro il romanzo nella forma dell’oraziano «Tu ne quaesieris […]», con cui si apre il capitolo del Commiato. Ripiegando nel “privato” Boris è consapevole della necessità di «adattarsi al viscido assalto del quotidiano», ma qualcosa si è spento dentro di lui, nell’abrasivo contatto con la virtù perseguitata; tanto l’illusione di un bene che possa indirizzare la società tutta, quanto il miraggio di una felicità a portata dell’individuo nonostante l’imperversare del male intorno a lui. Inizia infatti a sorgere anche nella sua coscienza di uomo disincantato l’amara certezza che ogni diga eretta nell’intimo è destinata a franare, perché, così Solone chiamato a darci in sintesi il sugo della storia: «il male pubblico giunge alla casa di ognuno».

Ecco dunque il piccolo “eroe” di questo libro finire intrappolato in un vicolo cieco etico e psicologico di sapore tragico: non c’è redenzione per la società condannata al male, ma nemmeno per il singolo, ancorché, protettivamente, metta in opera tutti i “farmakoi” consigliati dalla filosofia post-classica. Chi conosce le regole del gioco non può che imboccare la strada della disillusione e della rinuncia.

E non manca di fascino nemmeno l’universo veneziano modellato da Molesini, che è guidato da una solida cultura e dall’affetto per la sua città, e che contempera, sull’orizzonte di una ricostruzione storicamente plausibile del mondo tardo-quattrocentesco, la seduzione dell’avventuroso con il gusto dello scavo psicologico che semina tracce di letture e riflessioni non banali, e con la cura, puntigliosa ma non pedantesca, dei registri espressivi: la scrittura, pur nello svariare dei toni, è sempre fluida ed elegante, comunicativa ma ricca di colore e sfumature. Coinvolgente, quanto alla materia, riposante, quanto ai velluti dello stile. Insomma, per chi ama le buone letture, un appuntamento da non perdere.

Fulvio Senardi

Andrea Molesini
Il rogo della Repubblica
Sellerio, Palermo 2021
pp. 344, euro 15,00 – e-book 9,99 €
SCHEDA DEL LIBRO sul sito di Sellerio
Disponibile a Parigi a La Libreria e La Tour de Babel

Infos in più:
– Video YouTube:
Andrea Molesini racconta Il rogo della Repubblica
Link interno pro memoria: Venezia, gli Ebrei e l’Europa 1516-2016, mostra a Palazzo ducale

Andrea Molesini ha pubblicato con questa casa editrice: Non tutti i bastardi sono di Vienna, che nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio Comisso, tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e molte altre lingue, La primavera del lupo (2013), Presagio (2014), Dove un’ombra sconsolata mi cerca (2019) e Il rogo della Repubblica (2021).

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Fulvio Senardi
FULVIO SENARDI ha insegnato nelle scuole e all’università in Italia e all’estero. Attualmente presiede l’Istituto Giuliano di Storia Cultura e Documentazione di Trieste e Gorizia. Oltre a numerosi saggi di argomento storico-letterario, traduzioni e curatele, ha firmato varie monografie. Fra di esse: Il punto su d’Annunzio (1989); Gli specchi di Narciso: aspetti della narrativa italiana di fine Millennio (2001); Il giovane Stuparich – Trieste, Firenze, Praga, le trincee del Carso (2007); Saba (2012). Sua la curatela di miscellanee che raccolgono gli atti di Convegni promossi dall’Istituto Giuliano: Scrittori in trincea. La letteratura e la Grande Guerra(2008); Riflessi garibaldini – Il mito di Garibaldi nell’Europa asburgica (2009); Silvio Benco, «Nocchiero spirituale» di Trieste (2010); Scipio Slataper, il suo tempo e la sua città (2013); Profeti inascoltati. Il pacifismo alla prova della Grande Guerra (2015)

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