Guido Gozzano, il poeta del cuore monello.

C’è un anniversario mai celebrato.
Nell’agosto del 1916, a soli 32 anni, moriva Guido Gozzano, poeta di professione e di scelta, dalla raffinata parola e dal verso estremamente musicale.

Guido Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916) con la madre Diodata Mautino

Il viaggio che aveva tentato di evitare, andando in India, quello dell’al dilà, il viaggio verso la morte che un altro poeta, Leopardi, invocava instancabilmente, lo aveva afferrato inesorabilmente. È morto di tisi.

Crepuscolare è stato definito con un termine sgraziato e umbratile.
Forse umbratile era la persona di Guido Gozzano che odiava chi saliva alla ribalta e faceva parlare gli altri diffusamente di sé, con evidente allusione a D’Annunzio, ma il suo verso è luminoso.

Sicché io amo non tanto La Signorina Felicita ovvero la felicità *, considerata il manifesto della sua poetica, quanto altre poesie dei Colloqui, la sua raccolta poetica.

Amo La canzone di Piccolino, la storia musicale dell’orfano che tutti rifiutano  e che trova accoglienza in Paradiso:

Piccolino, morta mamma,
non ha più di che campare;
resta solo con la fiamma
del deserto focolare;…

Tutti gli ingredienti del cuore sono di un’emozione sentimentale profonda.

Ma la suggestione è forte come forte è l’emozione nel racconto della Notte santa. La stanchezza profonda di due pellegrini che cercano un rifugio e vengono a loro volta rifiutati, mentre lento il tempo scorre, scandisce l’attimo della storia e nasconde il mistero dell’animo.
In fondo la vicenda della nascita del piccolino Cristo e dell’altro cui accennavamo è una storia di un lungo peregrinare dei pargoli e dell’indifferenza che li circonda.

L’indifferenza si colloca come senso profondo del nulla dell’esistenza umana.
Tutti gli uomini sono pellegrini, ma inconsapevoli dell’incanto dell’infanzia senza saperlo.
L’inconsapevolezza è la grande tragedia dell’umanità, l’infanzia un tesoro, ma una luce ironica la traveste come se il poeta fosse lontano da essa. Nei suoi versi c’è un tono  colloquiale che dissolve l’epica della “vita inimitabile” di dannunziana memoria, per renderla dimessa e mediocre.

Cocotte, la prostituta, guarda un altro piccolino:

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì…. vedi la mia Mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità….

«Una cocotte!.…»

È l’unica a sapere e a comprendere. La nostalgia struggente dell’infanzia è totale e drammatica, la malinconia profonda è il segno della rinuncia di vivere.

Poeta del cuore dunque. Monello giocondo che ride finanche nel pianto.

Poeta dell’ironia e soprattutto dell’autoironia. Probabilmente per questo, per la sua sottile capacità di sorriso così estranea al mondo paludato della poesia ispirata al suo grado più alto a Calliopè, epica e solenne, il poeta tardò ad essere riconosciuto come tale nelle patrie lettere.

Fu letto ma con un certo imbarazzo da Montale e Cecchi, riconosciuto in modo ambiguo come crepuscolare. Ma seppe fare a meno di tutta l’impalcatura retorica del passato ed aprire la strada alla semplicità della mente e del cuore.

Gozzano non è solo il poeta delle cose vecchie di cattivo gusto de L’Amica di nonna Speranza (la modesta suppellettile del salotto: Loreto impagliato, i fiori in cornice, il Busto di Napoleone sono definite buone cose di pessimo gusto), è il poeta dell’infanzia, del suo profumo di innocenza, poeta della tenerezza come Leopardi che può ben definirsi cantore della giovinezza.

Gozzano è anche il poeta delle farfalle come Nabokov e come altri poeti botanici.

Carmelina Sicari

  • *La signorina Felicità (voce di Vittorio De Sica)

LAISSER UN COMMENTAIRE

Please enter your comment!
Please enter your name here

La modération des commentaires est activée. Votre commentaire peut prendre un certain temps avant d'apparaître.