Giordano Bruno Guerri: D’Annunzio nel centenario dell’impresa di Fiume

In occasione del centenario dell’impresa di Fiume, il direttore Roberto Giacone ha ospitato, il 3 febbraio alla “Maison d’Italie” della “Cité Universitaire” di Parigi, una conferenza di Giordano Bruno Guerri su D’Annunzio.
Di fronte alla vastità d’azioni e opere de “L’amante guerriero” (suo libro pubblicato nel 2009 da Mondadori), era inevitabile che il Presidente de “Il Vittoriale” (che dopo la ristrutturazione e l’arrivo d’altri documenti e ricordi ne ha fatto uno dei maggiori centri d’attrazione turistica) si limitasse agli aspetti più appariscenti del “Vate”, i quali sembrano in contraddizione tra di loro e invece hanno un percorso univoco.

Se rimangono discutibili le personalità di Balbo, Bottai, Ciano e Malaparte, tutti protagonisti delle altre biografie di Guerri, meno sembra esserlo quella di D’Annunzio. In primis il suo interventismo nella Prima Guerra Mondiale, nel discorso di Quarto del 1915, richiamandosi a Garibaldi (quando fu inaugurato il Monumento ai Mille). Il Vate portava avanti il patriottismo che aveva fatto la Storia d’Italia nel secolo precedente, l’unità non si era completata né alla fine di quella prima guerra mondiale, con i suoi protagonismi, come per la beffa di Buccari alla flotta austro-ungarica e poi il volo su Vienna con il lancio dei manifesti, né dopo, quando il suo protagonismo si espresse nell’occupazione di Fiume conseguenza della “vittoria mutilata” andando oltre i territori dell’Istria già promessi (insieme a una parte della Dalmazia) all’Italia con il patto di Londra del 1915. Ed era andato oltre il principio di nazionalità di Wilson per i confini, quando questi non conoscendoli nel nord Adriatico aveva ritardato la firma dei trattati di pace, finché quello di Saint Germain aveva definito quelli del Brennero, rinviando a un trattato italo-serbocroatosloveno la definizione di quelli orientali e facendo intanto di Fiume uno Stato libero. Li tuttavia, metà degli abitanti parlavano italiano e avevano quindi chiesto, con il loro leader Grossich a Roma e il Generale Grazioli dei Granatieri di Sardegna (allontanati da Fiume a Ronchi), a D’Annunzio d’essere a capo della loro resistenza.

Da Ronchi, D’Annunzio era arrivato a Fiume per proclamarvi, dal Palazzo del Governo, l’annessione all’Italia, cosa da questa non riconosciuta e perciò seguita dalle trattative vane di Badoglio, finché il testo proposto dal Governo italiano d’impegno d’evitare l’annessione allo Stato serbocroatosloveno, approvato dal Consiglio nazionale della città, non aveva avuto seguito nel referendum successivo ed era stato seguito, l’anno dopo, dalla proclamazione dello Stato indipendente della “Reggenza del Carnaro”. Poi il trattato di Rapallo tra l’Italia e lo Stato serbocroatosloveno aveva riconosciuto Fiume Stato indipendente ma non la Reggenza di D’Annunzio, allontanato da lì nel “Natale di sangue”, e infine gli accordi di Roma del 1924 e di Nettuno del 1925 avevano stabilito la spartizione di questo Stato con la città di Fiume all’Italia.

La “Carta del Carnaro” conteneva tuttavia (oltre all’aspirazione di Fiume italiana) dei principî modernissimi, non dissimili dalla Costituzione attuale:

articolo 2: “La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l’armonica convivenza degli elementi che la compongono”;

articolo 5: “La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”.

Principî seguiti a quelli del manifesto del Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista del 1914 degli interventisti e sindacalisti rivoluzionari dell’Unione Sindacale Italiana (fondata nel 1912 e soppressa nel 1925 dai fascisti);
principî pressoché contemporanei a quelli del programma di San Sepolcro pubblicato nel 1919 su « Il Popolo d’Italia » diretto da Mussolini (“Bisogna…accettare i postulati delle classi lavoratrici…anche perché vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva delle aziende”; “Per quello che riguarda la democrazia economica, noi ci mettiamo sul terreno del sindacalismo nazionale e contro l’ingerenza dello Stato”);
e principî attenuatisi dopo che il movimento dei “fasci di combattimento” s’era trasformato in “Partito Nazionale Fascista” e dopo gli avvenimenti dal 1922, in seguito ai quali nella “Carta del Lavoro” approvata dal “Gran consiglio del fascismo” erano stati introdotti quelli dei corporativismi.

Principî dunque attenuatisi contemporaneamente all’uscita di D’Annunzio dalla scena politica dopo Fiume.

Nel 1921 s’era ritirato a Gardone Riviera in una villa che da luogo provvisorio per scrivere e “twittare” frasi (anche da « La provincia di Brescia ») al regime è poi diventata “Il Vittoriale degli Italiani”, con i numerosi e spesso voluminosi oggetti e ricordi delle sue imprese.

“Twittare”, termine usato in omaggio alla sua modernità: come se i mass-media fossero stati quelli di oggi, nel 1879 s’era finto morto perché “Primo vere” avesse più pubblicità; a cavallo del secolo il suo rapporto con Eleonora Duse doveva essere un veicolo di pubblicità oltreché di sentimenti e ispirazione per le sue opere teatrali; e nel 1911 a Parigi il suo “Martyre de Saint Sébastien”, trasformato in balletto (coreografia di Fokine e musica di Debussy) con Ida Rubenstein come interprete aveva scatenato le ire dell’Arcivescovo che aveva minacciato di scomunicare chi fosse andato a vederlo al Châtelet.
D’Annunzio allora è stato tutt’altro che decadente: a meno che questo non s’identificasse nell’estetismo, e allora la quantità delle opere in cui questo si rispecchiava ne giustificava la classificazione. Di fatto, però, rimane difficile paragonare con i microcosmi e le introspezioni di Pascoli e Leopardi la vita di D’Annunzio fin dal suo periodo romano poiché egli, oltre a scrivere anche articoli sportivi con pseudonimi sui giornali (come “La Tribuna” fondata dalla Sinistra storica di Zanardelli l’anno dopo quello della sua legge sull’allargamento del voto), aveva fin da allora cominciato la sua vita sfrenata anche mondanamente.

Poi, con i successi letterari in crescita esponenziale, e dopo il periodo a Napoli egli s’era trasferito a Settignano, alla Villa “La Capponcina” da lui arredata a dismisura (come successivamente “Il Vittoriale”) per stare vicino alla villa “La Porziuncola” d’Eleonora Duse. In quel periodo, eletto deputato, era andato alla Camera con una frequenza pari a quella con cui era andato quando vi era iscritto alla Facoltà di Lettere a Roma, ossia minima e oscillando dalla destra alla sinistra.
A Parigi, infine, dove s’era trasferito dopo Settignano, la sua vita altrettanto sfrenata mondanamente, i suoi ulteriori successi letterari, la frequentazione d’altri ambienti intellettuali (Marinetti e il futurismo) e artistici (Debussy) e le corrispondenze anche per il Corriere della Sera avevano fatto sì che rimanessero non decadenti solo i debiti da lui contratti per il gusto del lusso, anche se non ne aveva tenuto conto rifiutando di diventare membro della Crusca e preferendo le spiagge d’Arcachon all’offerta d’una cattedra a Bologna.

Debiti accumulatisi ancora dopo la guerra, per i quali Mussolini aveva finanziato la sua permanenza al Vittoriale in cambio sì dell’amplificazione verbale dei propri gesti, in cambio sì della firma (insieme a Marinetti che l’aveva seguito anche a Fiume – VEDI Marinetti e la Grande Guerra-) del Manifesto degli intellettuali fascisti (1925), in cambio sì dei modelli di oratoria scritta e dai balconi, ma in cambio pure del suo silenzio quando i rispettivi protagonismi e le rispettive idee erano non più in sintonia o in contrasto. Non in sintonia era stata ad esempio la mancata adesione di D’Annunzio al Partito Nazionale Fascista (1921) dopo quella ai Fasci di Combattimento (1919). Non d’accordo egli era stato sui Patti Lateranensi (1929). Non in sintonia più tardi era stata la sua assenza di posizione sulla guerra civile spagnola (1936) dopo quella d’esaltazione della guerra d’Etiopia (1935).

Infine in pieno contrasto era stata la sua posizione riguardo all’”Asse” con la Germania (1936) – nonostante l’apprezzamento della posizione di questa durante la guerra d’Etiopia – a tal punto da avere poi cercato a Verona (1937) di dissuadere Mussolini da quest’alleanza. Già nel 1934 egli s’era espresso contro il putsch dei nazisti a Vienna, ipotizzando l’entrata in Austria delle truppe allora inviate al Brennero, anche al fine di tenerla orientata più verso l’Italia che verso la Germania, com’era stato fatto fino ad allora con Dollfuss vittima di quel putsch.

Allora l’oro di Mussolini per coprire il dente cariato di D’Annunzio (insieme agli altri onori datigli in tutto il periodo a Gardone: dall’attribuzione del titolo di “Principe di Montenevoso” nel 1924 alla Presidenza come successore di Marconi dell’Accademia d’Italia nel 1937), se non è stato sufficiente a fargli trattenere la lingua altrove, lo è stato invece per fargli lasciare per testamento il Vittoriale al demanio.

La sua morte nel 1938, anche se fosse stata dovuta a un’overdose di morfina avuta da chi si curava di lui, gli ha comunque risparmiato gli spettacoli orribili cominciati in rapida sequenza pochi mesi dopo: l’Anchluss dell’Austria, l’illusione della Conferenza di Monaco e perciò la capitolazione della Cecoslovacchia e la guerra mondiale iniziata nel 1939 dalla Germania, alla quale con il Patto d’Acciaio s’era unita un’Italia che non era più quella dei principî risorgimentali che egli aveva portato fino a Fiume. Tantomeno quella dei principi sopra accennati della “Carta del Carnaro”, che Guerri e gli altri storici ricorderanno nelle ricorrenze del centenario che, dopo quella alla “Maison d’Italie”, avranno luogo anche a Trieste e in Istria: accanto a quelle per non dimenticare neanche gli orrori vendicativi che d’altra parte, subito dopo la 2a guerra mondiale, sono lì stati conseguenti agli errori della politica estera prima di questa. (VEDI: Foibe e esodo. Il giorno del ricordo).

Lodovico Luciolli

(P.S. I 3 link interni: ‘Il Vittoriale’, ‘Marinetti e la Grande Guerra’, ‘Foibe e esodo. Il giorno del ricordo’ sono stati aggiunti dalla redazione Altritaliani)

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