Torna la Golino a Parigi con “Euforia”, delicato film sulla malattia e la sofferenza

Il 20 febbraio prossimo è prevista l’uscita nelle sale francesi del film “EUFORIA”, secondo lungometraggio di Valeria Golino che conferma il suo solido talento di filmaker. Un’opera che entra nell’intimità di una classica famiglia italiana, dove l’incomunicabilità tra due fratelli molto diversi la fa da padrona.

Due fratelli con due percorsi diversi, che si ritrovano insieme a causa di una malattia incurabile. Uno è Matteo (Riccardo Scamarcio), giovane imprenditore di successo, affascinante, dinamico e spregiudicato, e anche un po’ bambino. L’altro, il maggiore, è Ettore, (Valerio Mastandrea), rimasto nella natia Nepi, ad insegnare nelle scuole medie. Un uomo cauto, che per non sbagliare ha sempre preferito rimanere un passo indietro, nell’ombra e spesso nel silenzio.

Valeria Golino, alla sua opera seconda dopo Miele (anche stavolta ospitata in Un Certain Regard al Festival di Cannes), scrive – insieme a Francesca Marciano, Valia Santella, con la collaborazione di Walter Siti – e dirige un film narrativamente meno estremo del precedente, ma nuovamente elegante e sottile, dandoci gli strumenti per riflettere ai legami che abbiamo sulla Terra.

C’è ancora una volta la morte all’orizzonte, ma quello su cui si concentra la regista napoletana è il nuovo modo di concepire la fratellanza tra due persone fino a quel momento divise per carattere e interiorità, costrette dai loro percorsi ad allontanarsi e poi nuovamente costrette dalla vita a ricalibrare il loro legame. Ma il film parla anche di un uomo poco maturo, in evidente difficoltà davanti all’analisi e al modo di comunicare sulla malattia e la morte.

Il «non dire» visto come la soluzione migliore al «dire», perché il «dire» sarebbe ancora più duro, aprirebbe altre ferite, ma sopratutto ci obbligherebbe a guardarci nello specchio, e a leggere la vera (e dura) realtà. Ed è la stessa realtà che il protagonista del film non vuole leggere sulla sua vita privata : amici fugaci e poco amore, per paura di cadere nella trappola della perdita della libertà (e dell’adolescenza che si protrae).
Il cast è sicuramente di alto livello (oltre a Scamarcio e Mastrandrea, anche Isabella Ferrari e Jasmine Trinca). Mastrandrea nel suo classico ruolo del buono / introverso / orso. Scamarcio molto bravo nel ruolo dello spavaldo e allo stesso tempo instabile fratello minore.

Foto di Andrea Pirrello

Il film è girato molto bene e la regista Valeria Golino si dimostra precisa e sensibile. La scena iniziale e il suo gioco di luci permettono dall’inizio di inquadrare il talento della Golino, che riesce magistralmente a filmare sia in esterno che in interno. La luce che dà speranza, la pioggia che la toglie durante l’ultimo viaggio della speranza. Molto bella è anche la scena lungo il Tevere, dove gli uccelli sono simbolo di libertà ritrovata.

Senza nulla togliere alla storia che è profonda e molto ben descritta, mi perturba l’ennesimo film che parla dei mali dell’alta borghesia italiana. Il nostro cinema sembra ormai da decenni incapace di raccontare le vicende e la realtà dura di un paese che ha vecchi e nuovi disperati, in un periodo come quello di oggi che pure è pervaso da gravissime tensioni sociali che bene o male coinvolgono non solo il nostro paese ma tutto il continente, come le tremende vicende che riguardano disperati che cercano di scappare alla violenza e alla morte nei loro paesi. Appare così quasi superfluo, effimero, pensare al malessere psicologico di un piccolo borghese romano. La malattia non fa distinzione di classe (per fortuna, a differenza delle cure), questo film si inserisce cosi nell’ormai decennale filone sui mali della borghesia, non pungendola però come facevano un tempo Bunuel oppure Scola, ma quasi assecondandola per trasmetterci della compassione. Che personalmente non riesco proprio a provare.

Fabrizio Botta

PARTENARIATO E TRAILER QUI

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