Florestano Vancini,  un cineasta, uno storico, un signore, a 10 anni dalla scomparsa.

Molti anni fa, chi scrive, ebbe l’onore di conoscere da vicino Florestano VANCINI ad Imola, in occasione di una personale che un intelligente piccolo grande cinefestival, il CortoImolaFestival, gli aveva voluto dedicare.

Florestano Vancini Altritaliani.net
Florestano VANCINI a Ferrara nel 2009 – Foto Franco Sandri – AIRF

Fu una splendida lezione di cinema: lui mi parlò di molti dei suoi cortometraggi, alcuni, purtroppo, andati perduti – nemmeno lui ne possedeva più una copia – ma quanto ricchi, nell’affabulazione, della sua saggezza di vita, del suo sapere, terragno, contadino – lui stesso si vantava della sua provenienza.

– Ferrara è terra di contadini – disse – La sua matrice, il suo nascere, la sua lingua dialettale sanno di terra, sono al risparmio, alla sintesi.

Sul teatro dialettale aveva girato un corto, nel 1957, Teatro minimo, con il commento di Giorgio Bassani: nulla del suo luogo natale era stato da lui negato, neppure per un momento.

Così quando gli inviai una mia opera che, in fondo, era un altro piccol pezzo della storia e civiltà ferraresi, I settant’anni della Straferrara, la compagnia teatrale più antica nostra, ebbe calde parole di encomio, forse immeritate, ma quanto care: quella lettera, scritta di suo pugno, rimane uno dei miei ricordi professionali più belli ed affettuosi.

Era davvero nato per fare lo storico.

Se non avessi fatto il regista avrei fatto lo storico –

Non a caso, questa fu la frase pronunciata, tra le altre, da Florestano Vancini nella mattinata del 16 maggio 2008, quando ricevette dall’Università di Ferrara la laurea honoris causa in Filosofia.

Ferrara l’aveva, dunque celebrato, poco prima della sua scomparsa, con grande affetto, come uno dei  suoi più  illustri concittadini.

L’amore per la Storia, forse più grande di quello per il Cinema, era stato ribadito poi nella sua lectio doctoralis che seguiva la consegna del diploma di laurea da parte del rettore Patrizio Bianchi, non a caso intitolata “Pro Domo mea: la Storia come passione civile”.

« Oggi ? Parlerò di Storia, così come ho sempre fatto. E’ la Storia, la mia grande passione – aveva esordito –  Perché credo che, se non si conosce il proprio passato, non si possa neppure comprendere il proprio presente. Ed è proprio questo che ho sempre cercato di raccontare in tutti i miei film ».

Regista impegnato, uno dei massimi maestri del cinema italiano del dopoguerra,  grande  e riconosciuto documentarista – Florestano Vancini, classe 1926, è mancato dieci anni fa, tra il 17 ed il 18 di settembre del 2008.

Uno dei suoi primi capolavori, all’inizio degli anni ’50 era stato Delta Padano, girato nelle nostre valli con l’aiuto regia di Fabio Pittorru, altro grande cineasta ferrarese, scrittore e sceneggiatore (scomparso nel settembre del 1995), come poi Vancini per La Piovra 2, anche per la TV.

Non aveva mai scordato le sue radici: l’amore per la sua terra, per la sua acqua, non l’avevano mai abbandonato. Alla sua città d’origine tornava spesso, con grande affetto e nostalgia.

Molti dei suoi film sono ambientati nella sua Ferrara, a cominciare dal primo lungometraggio, La lunga notte del ’43 (1960), liberamente tratto – come volle precisare lo stesso scrittore –  da una delle Cinque Storie Ferraresi di Giorgio Bassani, per finire con E ridendo l’uccise, l’ultimo film che avrebbe girato, per sua stessa ammissione, del 2005, ambientato alla corte di Alfonso d’Este e Lucrezia Borgia, soggetto e sceneggiatura redatti a quattro mani con un altro ferrarese Massimo Felisatti, morto due anni fa, a settembre 2016, collega e sodale, per tanti lavori, in ispecie televisivi, di Fabio Pittorru.

Quelle ultime giornate ferraresi nel 2008 che lo videro, lui già provato, per l’ultima volta protagonista nella sua città, erano state occasione per proiettare, presso una sala cittadina, Le stagioni del nostro amore, del 1966, ed il succitato capolavoro La lunga notte del ’43.

La pellicola aveva ottenuto nel 1960 il Premio Opera Prima alla XXI Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e l’attribuzione del Nastro d’Argento – tra i più ‘antichi’ riconoscimenti cinematografici – assegnato dal S.N.G.C.I., il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani – nel 1961, ad Enrico Maria Salerno, come attore non protagonista.

Fu dopo la pubblicazione delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani che Vancini decise, insieme con l’amico Valerio Zurlini, di trasporre per il grande schermo uno degli episodi raccontati nel libro, l’uccisione di undici antifascisti da parte delle Brigate nere ferraresi e non solo, episodio del quale il regista, come molti suoi coetanei, era stato commosso e sensibile testimone oculare – ricordo indelebile – a soli sedici anni.

Fu girato praticamente tutto negli studi cinematografici, ricostruendo una Ferrara eclatantemente sproporzionata: ma lo stesso Vancini volle fare anche per l’ultimo E ridendo l’uccise, per il non più storicismo filologico delle locations ferraresi.

Alla sceneggiatura del film diede il suo contributo un giovane Pier Paolo Pasolini, al quale le porte del cinema erano state aperte da poco dall’altro grande ferrarese già citato, Giorgio Bassani.

Giorgio Bassani

Scrittore, sceneggiatore, dialoghista, Bassani: dunque i suoi rapporti con il cinema furono particolarmente attivi, come con la letteratura di altri – lui ‘aveva scoperto’ anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed il suo Gattopardo, quando era direttore per Feltrinelli della collana I contemporanei e lo fece uscire, postumo, nel 1958 – esattamente sessanta anni fa – a pochi mesi dalla morte del Principone.

Ma sia da Vancini, che da De Sica per Il Giardino dei Finzi-Contini del 1970 che da Montaldo per Gli occhiali d’oro del 1987, Bassani aveva preso le distanze: per tutte e tre le pellicole volle che nei titoli di testa fosse inserita la frase succitata

‘liberamente tratto dal libro di G. B.’.

Eppure insieme avevano lavorato, Vancini e Bassani, fin dal 1955: di dieci anni più vecchio, lo scrittore l’aveva introdotto al lavoro di Mario Soldati di cui era spesso collaboratore, oltreché ottimo amico; così si ritrovarono entrambi ad occuparsi, insieme con Flaiano, Franchina e Pasolini, della sceneggiatura de La donna del fiume, i cui dialoghi furono affidati, per la stesura, a Bassani e Pasolini.

Ma dalla storia (e dal documentario) era partito, Florestano Vancini e ad essa tornò ellitticamente fino alla fine, passando, ad esempio, attraverso il Risorgimento di ‘Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato’ (1972), testo mai realmente capito ed accettato, fino a ‘Il delitto Matteotti’ (1973), forse più docu-fictions.

Nella storia del cineasta ferrarese c’era stato spazio persino per la recitazione, pur se per un…unicum: aveva recitato per Francesco Rosi in Cadaveri eccellenti, il film del 1976 tratto da Il contesto di Leonardo Sciascia.

Maria  Cristina  Nascosi  Sandri

SNGCI

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