L’abbandono scolastico e la fuga all’estero impoveriscono l’Italia.

Il settimanale ‘L’Espresso’, in edicola domenica 9 settembre, ha anticipato i risultati di un’indagine della testata giornalistica ‘Tuttoscuola’. Il tema: la fuga dalla scuola. I numeri sono impressionanti e significativi di un fallimento sociale ed economico.

Ogni anno 150.000 ragazzi abbandonano la scuola. Sono 3 500 000 negli ultimi vent’anni. Il settimanale parla di ‘catastrofe culturale’. L’espressione è appropriata. I numeri dovrebbero scuotere e far riflettere sulle conseguenze di un tale fenomeno. Gli studenti sono infatti la forza più vitale di una società e giorno dopo giorno si perde la capacità di sperare e la forza di innovare.

Il Dossier di ‘Tuttoscuola’ – ormai consultabile e scaricabile – dimostra che il degrado dell’istruzione ha costi enormi sulla qualità della nostra vita, presente e futura, e che lo scarso livello dell’occupazione giovanile cosi come la dispersione scolastica sono fenomeni che producono gravi conseguenze sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di impoverimento del capitale sociale e umano. È una emergenza, oltre che un doppio spreco per il Paese.

I numeri, le conseguenze, qualche soluzione (in primis + istruzione) sono riassunte in un breve video“La scuola colabrodo”, pubblicato sul portale della rivista, e poi approfonditi nel dossier stesso.

Il secondo punto sensibile del dossier ‘Tuttoscuola’ vede protagonisti i pochi giovani che arrivano alla laurea e la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ all’estero: altro grande ‘tallone d’Achille’ del sistema formativo e sociale italiano. Fenomeno questo che fa perdere all’Italia in termini di capitale umano circa 14 miliardi all’anno. Dal 2008 al 2015, periodo in cui il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,7% all’11,9%, hanno spostato la residenza all’estero 509 mila italiani: di questi, circa 260mila avevano tra i 15 e i 39 anni, il 51% del totale degli emigrati, un’incidenza quasi doppia rispetto a quella della stessa classe di età sulla popolazione (28,3%). Un fenomeno che ha ormai le caratteristiche dell’esodo.

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La nostra Gae Sicari Ruffo, già docente di Italiano, Latino e Storia, ci propone una riflessione personale su quali siano le cause del fenomeno della dispersione scolastica :

A giudizio dell’Espresso di domenica 6 settembre, un gravissimo pericolo s’è impadronito della scuola italiana: la dispersione scolastica. Problema sempre più frequente, tanto che la scuola è presto abbandonata dai ragazzi (almeno uno su quattro) prima che raggiungano il diploma. Il giornale la definisce una catastrofe culturale, perché è un dato di fatto che tre milioni e mezzo di studenti l’hanno già abbandonata, cioè il 30,6% è scomparso, prima di concretizzare i propri iniziali intendimenti. Miliardi bruciati e appelli caduti nel vuoto, dovunque. È un fallimento sociale oltre che economico.

Il costo finanziario di questo fallimento formativo? Tuttoscuolalo ha calcolato. Tenuto conto che lo Stato investe per ogni studente della scuola secondaria superiore € 6.914,31 l’anno (fonte Education at a glance,OCSE), il costo per quei 3,5 milioni di studenti che non ce l’hanno fatta, a valori correnti, tenuto conto di chi ha abbandonato dopo il primo anno (1,4 milioni di alunni), chi dopo due anni (473 mila) e così via si può stimare in circa 55 miliardi di euro (55.452.717.800 euro).

Ma, ci siamo chiesti con mia figlia, che insegna in un liceo ed è stata sempre ben motivata all’insegnamento, cosa può aver causato questo fenomeno preoccupante che inaridisce le sorgenti della cultura e non trova esiti di compensazione in un opportuno e gratificante sistema di preparazione alternativo.

Prima era molto diverso. Si trovava il tempo per studiare, anche se certe volte si faceva ricorso a diverse strategie che però funzionavano. Ancora valevano le raccomandazioni di genitori e docenti a pensare seriamente a formare il carattere e la mente perché fossero ben allenati a crearsi una carriera e un futuro. Ora non più: troppe distrazioni. Non voglio rifarmi alla Institutio oratoria di Quintiliano che fu, per tanti secoli, un modello di educazione anche del cittadino, oltre che dell’individuo, nel Medioevo e nei secoli successivi, perché superato anche nella comunicazione, fatto per élites, che conserva alcuni aspetti d’attualità almeno nella concezione che l’esperienza abbia più valore dei precetti e che valgono il buon esempio e la lode più dei castighi e dei rimbrotti.

Abbiamo analizzato la situazione attuale e abbiamo trovato che ci sono tanti fattori ambientali, atti ad influenzare la distrazione giovanile, non ultimo il comportamento dei genitori, che chiedono prevalentemente per i loro figli, dietro inopportuno suggerimento, sempre più tempo libero, libertà di comportamento, impegno leggero nello studio e ozio, ma non nel modo come era inteso dai Romani.
Ora come si possa educare e saldamente impartire i principi d’una vera cultura su questi falsi principi che incoraggiano al lassismo ed al qualunquismo, è davvero un rebus. Mala tempora currunt. II divertimento, si sa, è amato e ricercato dai giovani che ne fanno la loro ragione di vivere, costi quello che costi. Ma bisognerebbe avere altre curiosità e coltivare altri interessi insieme al piacere di costruire qualcosa che non siano solo vuote ragnatele, come diceva Orazio, che disperdono il tempo e lo nullificano, anziché formare il carattere e la mente creativa. Oggi si ricerca soprattutto la capacità di creare e di trasformare la realtà. Non occorre che le discipline cui ci si dedica siano preliminarmente ben precise e rigidamente prescrittive. Basterebbe che i ragazzi facessero le loro scelte anche a costo di cambiarle nel futuro, se scoprono di avere sbagliato, per provare ad accostarsi ai libri non per trovare e rispettare per forza le regole, ma cercando una loro ragione d’essere, con un sistema diverso, non coercitivo, ma creativo e più libero.

Insomma la scuola va ricreata non solo nei contenuti, ma nel sistema d’apprendimento, che deve essere vocazionale e di ricerca. Ci vorrebbe una sorta di educazione alla scuola: insegnare la riflessione e la coordinazione delle idee in ambiti pur molto vari e distinti è per me il primo dovere dell’insegnante a cui seguono il valore dell’onestà nell’agire, il piacere e non il dovere della ricerca, nei vari campi del sapere, la memoria, l’attitudine a ricreare i dati sempre volontariamente scelti e non imposti, il rispetto degli altri, anche dei diversamente abili che caratterizzano la nostra società.

Spesso i giovani sono interessati solo al profitto senza impegno e non ad acquisire gli strumenti che li rendono veramente capaci d’intendere e di volere. E poi vogliono vivere facilmente senza ostacoli. Alla base del loro apprendimento non c’è la disposizione d’animo di ricevere e d’interloquire sulle varie argomentazioni con disponibilità e buon senso, ma dimostrare un eccesso di superiorità e protervia singolarmente ed in massa, cosa che guasta in primis i rapporti di amicizia e di arrendevolezza reciproca.

Poi troppi neolaureati, quando ci arrivano, cercano il loro futuro all’estero, rivelando così vocazione per carriere subito fruttuose, fuori dall’ambito nazionale, e destituendo di autorevolezza il cammino, non meno importante e serio, delle università nazionali. Ci dovrebbe essere il perseguimento d’una maggiore cura delle Università italiane nell’effettuare i loro programmi e nell’adeguare le carriere ai meriti. Questi ed altri limiti consentono di destabilizzare la scuola e creano disimpegno e scarsa attesa di rinnovamento con la conseguente fuga in universi alieni e grave danno personale e distorta finalità educativa.

Gae Sicari Ruffo

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