Epidemic: ‘Il rumore del mondo’ di Benedetta Cibrario. L’amore ai tempi del vaiolo.

Benedetta Cibrario con: “Il rumore del mondo” è stata finalista lo scorso anno dello Strega, che fu poi vinto dal bellissimo: M il figlio del secolo di Antonio Scurati. Anche il suo romanzo, come quello del vincitore, si può definire storico, raccontato con uno stile classico che ben si adegua all’ambientazione di primo Ottocento, tra la Francia, l’Inghilterra e soprattutto una sabauda Torino.

Il vaiolo, almeno nella prima parte dell’opera è uno dei protagonisti. Certamente il libro della Cibrario è frutto anche di rigorose ricerche storiche e in effetti, non va trascurato che questo male, oggi quasi dimenticato, nell’antichità ha mietuto vittime e, ancor più della morte, che sovente sopraggiungeva, la misura dell’orribile di questa malattia era negli indelebili e crudi segni che lasciava sul corpo e specialmente sul volto dei contagiati, nonché la cecità, si pensi che nell’ottocento più di un terzo dei ciechi nel mondo lo furono a causa del vaiolo. Ancora nel XIX secolo le epidemie di questo male erano ricorrenti, ma proprio in quel secolo l’uso di appropriati vaccini ne segnò pressoché la fine. L’ultimo caso diagnosticato vi fu nel 1977 in Somalia.

La protagonista della Cibrario, Anna Bacon, fresca sposa dell’ufficiale Prospero Vergnon della Regia Accademia Sabauda, ne è colpita mentre attraversa la Francia, alla vigilia del suo atteso arrivo a Torino, presso la ricca casa maritale. Dopo giorni e notte da incubo e con grande sofferenza, la sfigurata Anna è guarita e può ripartire, ma si prospetta per lei, la dura realtà di non poter più offrire la sua avvenente bellezza allo sposo, con le angosce che in una giovane donna tutto questo può determinare.
Tra paure e pregiudizi, i due protagonisti si muoveranno in un contesto febbrile come fu quello susseguente alla restaurazione, quando nuove speranze ed ideali, esauritosi il vento napoleonico, si affacciavano alla Storia, preparandoci a quell’anno fatale che fu il ’48.
La Cibrario con eleganza e senza indulgere in pietismi ci racconta l’orrore del vaiolo, un male dicevamo quasi dimenticato, ma che recenti studi ci dicono che stia riprendendo spazio, in un mondo che appare sempre meno rispettoso della ricerca e dell’esperienza scientifica e che per troppo tempo ha dato fiato ad associazioni e gruppi, nati un po’ ovunque nel pianeta, che disconosco gli obbiettivi dati della Scienza a favore di pregiudizi e superstizioni. Ogni riferimento ai No-vax è puramente voluto.

Nella pagina che proponiamo del libro ci soffermiamo sulla figura e sulle considerazioni del medico Camille Réglat che è colui che salva Anne Bacon ed, in qualche modo, il romanzo stesso:

Benedetta Cibrario – Il rumore del mondo

Camille Réglat scese al pianterreno e mandò Dominique dalla malata. Bisognava farle bere una tazza di brodo e tenerle fresca la fronte.
Rincasando, fece un lungo giro. Uscì dal paese e camminò per quasi un’ora, prima di tornare sui suoi passi. La mezza estate era il periodo più bello dell’anno, capace di far credere, con la sua luce smagliante e i cieli turchini, che ci fosse per chiunque una nuova vita da cominciare. Era davvero la stagione più simile alla gioventù, carica di promesse. E se lui era riuscito a strappare alla morte una giovane donna in viaggio verso l’Italia, non aveva potuto impedire che un futuro carico di promesse si oscurasse. Molti anni prima aveva curato – o lasciato morire, quando non c’era altro da fare – soldati e ufficiali senza farsi coinvolgere. Lo aveva fatto anche in tempo di pace; quel po’ di malessere che lo assaliva quando doveva accettare una morte non durava che qualche ora. Adesso invecchiava; e la morte e la sofferenza non riusciva più a comprenderle come un tempo. Forse perché insieme agli anni aumentavano anche saggezza e paura?

Affrettò il passo, infastidito dai suoi stessi pensieri. Una o due settimane di convalescenza e la giovane inglese avrebbe potuto riprendere il viaggio. Sapeva di aver vinto. Giacché era un uomo meticoloso, aveva sempre dedicato le sere ad annotare le cure prestate ai casi più difficili, il loro decorso e l’insorgere degli imprevisti. Lo avrebbe fatto anche questa volta, non appena rientrato a casa. Ormai era evidente che se tutti gli stati si fossero impegnati a vaccinare i cittadini, il vaiolo avrebbe potuto essere sradicato. Le generazioni a venire non sarebbero più state sfigurate, né avrebbero avuto lesioni alla vista. Anne era stata fortunata. Non era diventata cieca. Con tutte le spugnature e le applicazioni di unguento che le aveva prescritto, forse non sarebbe nemmeno rimasta troppo deturpata. Era presto per dirlo, ma aveva qualche speranza che le cicatrici si rimarginassero bene e la pelle tornasse ad un colorito gradevole. Quando le aveva disinfettato personalmente ogni ferita le aveva applicato una miscela di sua invenzione, che funzionava miracolosamente sulle ulcere dei cavalli, in questa maniera era riuscito a evitare che i crateri si allargassero troppo. Si era trattato di una specie di esperimento. Ne avrebbe preso nota nei suoi appunti.

Vaccinazione antivaiolo.

Da vecchio soldato aveva l’abitudine di festeggiare la vittoria – si trattava pur sempre di una battaglia – con una mezza caraffa di vino rosso e una presa di tabacco. Pensava di poter considerare la guarigione di Anne proprio come una vittoria, così tornato a casa, si versò un bicchiere di vino e restò a guardarne in controluce il colore rosso cupo. Un tempo, quando la medicina era un cumulo di superstizioni, si credeva che il rosso potesse sconfiggere il vaiolo. I malati venivano vestiti con tuniche rosse, pareti e mobili coperti con drappi dello stesso colore. Le famiglie più ricche appendevano drappi rossi anche alle finestre e sostituivano le cortine dei letti. Si chiamavano i preti a benedire le case e si facevano sudare i malati nella convinzione che gli umori nocivi potessero essere eliminati attraverso la pelle. Per sapere se era riuscito ad evitare che le cicatrici di Anne fossero vistose ci sarebbero voluti anni. Avrebbe dovuto tenersi in contatto con lei, spiegarle che aveva tentato l’impossibile per salvarle oltre alla vita, almeno un po’ della sua bellezza. E se poi il metodo non avesse funzionato? Non sarebbe stato peggio illuderla? Non c’era alcun fondamento scientifico nella sua cura, aveva solo sperato che le ulcere vaiolose non fossero troppo diverse da quelle dei cavalli. Sarebbe stato crudele da parte sua darle una speranza non accompagnata da una ragionevole certezza. Era un uomo di scienza fino al midollo e la scienza, si disse, non ha che due gambe su cui camminare: rigore e conoscenza.
Non toccò il vino.

(Da: Benedetta Cibrario – Il rumore del mondo, editore Mondadori 2018 – Leggi qui la quarta di copertina)

Altri contributi di « Epidemic » nella rubrica Altritaliani « Controcanto »

Nella foto in evidenza: Benedetta Cibrario.

Nicola Guarino

 

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