‘Ebbe nome Lionardo. Il Genio nato a Vinci’ di Elisabetta Gavrilina

Leonardo Da Vinci, un genio inarrivabile, il più grande di tutti i tempi. Come lo è diventato? Il romanzo svela le origini del suo ingegno poliedrico a cominciare dalla storia della nascita, tutt’altro che semplice. Con leggerezza, rigore storico e un tocco d’ironia propria dei toscani, Elisabeta Gavrilina racconta il Leonardo più intimo nel suo « Ebbe nome Lionardo. Il Genio nato a Vinci« , Edizioni Angelo Pontecorboli.

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Nell’articolo “Théosophes” de l’Encyclopédie, Denis Diderot sottolinea, a proposito del genio, che : «Les hommes doués d’une grande sensibilité» sono i più adatti ad accorgersi dei rapporti fra i fenomeni della natura e a elaborare delle ipotesi. Questo articolo de l’Encyclopédie Diderot – D’Alembert fa l’elogio dei presentimenti e del legame fra le cose così fulmineo nel genio. Per Diderot, i presentimenti sono i giudizi rapidi dei geni che tutto tocca, ai quali non sfugge niente, che si emozionano: «[…] Ils rapprochent les analogies les plus éloignées ; ils voient des liaisons presque nécessaires où les autres sont loin d’avoir des conjectures» (Théosophes, «Encyclopédie», 1755, Encyclopédie de Diderot et D’Alembert, CD-Rom publié par Redon, reproduit l’édition originale, in – folio de Paris, 2001).

Poi, più diffusamente, i “Philosophes” collaboratori dell’Encyclopédie si pronunciano sulla definizione del “Genio” in tutte le arti:

L’étendue de l’esprit, la force de l’imagination, et l’activité de l’âme […]. L’homme de génie est celui dont l’âme plus étendue frappée par les sensations de tous les êtres, intéressée à tout ce qui est dans la nature, ne reçoit pas une idée qu’elle n’éveille un sentiment, tout l’anime et tout s’y conserve.
Lorsque l’âme a été affectée par l’objet même, elle l’est encore par le souvenir ; mais dans l’homme de génie, l’imagination va plus loin ; il se rappelle des idées avec un sentiment plus vif qu’il ne les a reçues, parce qu’à ces idées mille autres se lient, plus propres à faire naitre le sentiment.
Le génie entouré des objets dont il s’occupe ne se souvient pas, il voit ; il ne se borne pas à voir, il est ému : dans le silence et l’obscurité du cabinet, il jouit de cette campagne riante et féconde ; il est glacé par le sifflement des vents ; il est brulé par le soleil ; il est effrayé des tempêtes. L’âme se plait souvent dans ces affections momentanées ; elles lui donnent un plaisir qui lui est précieux ; elle se livre à tout ce qui peut l’augmenter ; elle voudrait par des couleurs vraies, par des traits ineffaçables, donner un corps aux fantômes qui sont son ouvrage, qui la transportent ou qui l’amusent… » (Idem, première édition 1757 – t.7 pp. 581-584).

Questa definizione del genio è frutto delle riflessioni degli Illuministi che, spinti verso la natura, la sua filosofia, le conquiste della scienza, il cosmopolitismo e l’entusiasmo, vedevano nel genio una manifestazione gloriosa dell’individuo. Essa si adatta benissimo a Leonardo da Vinci, il genio inarrivabile, il più grande di tutti i tempi. Come lo è diventato?

Noi abbiamo trovato, nella smisurata bibliografia dotta emersa in questo cinquecentesimo anniversario leonardiano, un romanzo storico, documentatissimo, che svela le origini del suo ingegno poliedrico a cominciare dalla storia della nascita, tutt’altro che semplice. Un bambino prodigio concepito, come dice lui stesso nei suoi appunti, “dal grande amore e gran desiderio delle parti”: l’amore impossibile tra un notaio ambizioso e una donna straordinaria con l’unico difetto di essere povera.

Si chiamava Caterina e Leonardo l’accoglie il 16 di luglio 1493 nella sua casa di Milano. Il libro di Elisabeta Gavrilina, nel prologo, racconta con delicatezza e dolcezza la scena dell’incontro fra la madre e questo figlio misterioso. Caterina non ha mai visto i suoi dipinti ma ora che sono accatastati nella stanza, ne percepisce le presenze e i volti le sembrano tutti delicatamente familiari…Caterina non vede suo figlio da undici anni ed è ormai vedova e anziana, stanca dal lavoro in campagna e dalle gravidanze, intimorita dal lusso delle stanze dagli arredi della casa del figlio, ormai celebre, e dalla personalità di Leonardo, al quale fa dono, fra l’altro, dei preziosi stami dei crochi che servono alla pittura.
Ma il racconto torna indietro nel tempo: nel 1451, ed è subito il ritratto del padre a emergere : un notaio, ser Piero da Vinci, un giovane ambizioso e povero che s’innamora della bella e sensuale Caterina da cui avrà questo Leonardo, figlio illegittimo: una condizione che influenzerà tutta la vita dell’artista e della sua famiglia.

Come uno scenario di teatro, il libro inserisce la figura dell’artista nel seno di una società aperta: il borgo di Vinci e i suoi abitanti, la campagna toscana di questo periodo storico in cui Firenze era governata da un’oligarchia di mercanti, da ricche famiglie notarili e di banchieri come i Pazzi, i Vespucci, i Medici, i Rinuccini, etc. E poi i letterati, i filosofi come Marsilio Ficino, gli artisti (Lippi, Masaccio, Verrocchio che inventerà l’anello nunziale di ser Piero nel suo momento di apprendista orafo e che in seguito sarà il “maestro” di Leonardo…). Non siamo ancora nel Rinascimento pieno ma ogni dettaglio delle scene porta a questa apoteosi di gusto e di bellezza, di crudeltà e di meschineria in cui sfolgora come un miraggio la città ancora terreno di scontri tra fazioni, di giochi di potere, di libertà repubblicana e di fierezza. In questo contesto, Cosimo il Vecchio diventa sempre più influente e si allunga l’ombra dei Medici sulla città. Fra i piccoli possidenti di Vinci, non ricchi ma proprietari di una casa e di terre che danno frutti, erbe, cereali e animali, e di una fabbrica di maioliche, vi sono i nonni paterni di Leonardo e la sua famiglia: lo zio Francesco, un “libero pensatore” ante litteram che tanto influenzerà la sua formazione poliedrica, la fantesca Filomena, le donne del contado, le ricamatrici, le madonne e le contadine come sua madre, la splendida Caterina.

Intanto ser Piero fatica ad affermarsi in Firenze presso il banchiere-usuraio Vanni, amico e creditore di tanti uomini influenti, che lo tratta come un figlio ignaro degli usi di mondo; uno sprovveduto figlio di Antonio del borgo di Vinci, il “villico” anche se suo nonno era stato notaio. Ser Piero era seducente, e le donne lo ricercavano, fra queste cittadine lui sceglie come moglie “giusta” per la sua condizione, monna Albiera, figlia di Giovanni Amadori, amico del ricco banchiere Piero Mellini e nella sfera della famiglia Pazzi. A Vinci Caterina sa di aspettare un figlio da lui e si rivolge, com’era costume, alla famiglia di Ser Piero che le propone di assisterla ma a condizione che si mariti con qualcuno della sua condizione e che affidi il bimbo alla famiglia del padre. Monna Lucia, la nonna, accoglie questo bimbo bellissimo fra le sue braccia il mese di aprile del 1452 e il nonno annota nel suo registro di famiglia: “Nacque mio nipote, figliolo di ser Piero mio figliolo, a di’ 15 d’aprile, in sabato a ore 3 di notte. Ebbe nome Lionardo…” (Firenze, Archivio di Stato, Notarile Antecosimiano 16912,c,105 v.), seguono i nomi del sacerdote che lo battezzo’, dei padrini, le madrine, insomma di quasi tutto il contado.
Così Lionardo appena svezzato entrò in casa di nonno Antonio; vide poco Caterina che accorreva al suo capezzale solo quando era malato e che si sposo’ con un uomo d’armi , un ex mercenario che insegnerà a Lionardo come difendersi nelle “bagarres” e l’uso delle armi. Un tal Antonio di Pietro Buti, tornato alla campagna e che abitava in un villaggio vicino a Vinci.
Il libro incanta per la lucentezza delle figure in pieno sole di questa campagna toscana d’altri tempi, in cui il borgo era una comunità solidale, che “assorbiva” le solitudini e le “eccezioni” come anche nella campagna fiamminga e tedesca e in ogni società rurale di questo fine Medioevo assai meno bigotto e conformista dei secoli a venire presi nelle beghe di Riforma e Controriforma. I nuclei familiari erano “aperti” e le famiglie allargate. Feste religiose e ancora pagane, balli, stornellate, “dispetti”, tragedie, lutti, ogni vicenda spariva nella comunità e ne era governata.

Il borgo Vinci, in Toscana, provincia di Siena

La storia di Lionardo fanciullo fu felice: con lo zio Francesco: in giro per le campagne di Vinci, Empoli etc. Lo zio “fattore” dei pochi ma consistenti beni della famiglia di Ser Antonio. Una comunità sempre presente, vigile e condiscendente verso la birba che era il loro amatissimo Lionardo. Nel contado: i suoi compagni, i figli del borgo. In questo contesto, lui da subito spicca con il suo spirito curioso, libero, ribelle, felice nel e del mondo; sorretto dalla meraviglia che vedeva in tutte le cose, dalle infime alle grandi: naturali e tecniche, vegetali e animali. E’ qui che, incantato, osserva per primo il volo del nibbio e degli altri uccelli su cui un giorno scriverà un trattato. Qui, nella fabbrica di ceramiche del nonno, scopre di saper disegnare, inventare forme e stranezze, poi i congegni meccanici che lo appassionavano e i colori naturali con cui arricchire le forme; con il patrigno scopre le armi, con il nonno la materia delle cose. Questa fu la sua scuola. Scorrazzando per la campagna e i boschi e sotto la guida dello zio Francesco, studierà il cielo e le nuvole e gli altri fenomeni della natura.

Il libro pero’ rivela in fligrana il legame profondo e malinconico con Caterina e di questo struggimento Leonardo scriverà nei suoi Quaderni che “[…]Una medesima anima governa questi due corpi… La cosa desiderata dalla madre spesso son trovate scolpite in quelle membra del figlio…Una mente governa due corpi…”. In seguito, mentre conduceva e scriveva gli Studi anatomici annota: “L’anima della madre desta l’anima che di quel debe essere abitatore, la qual prima resta addormentata e in tutela dell’anima della madre…” per questa intuizione condotta alla ricerca del segreto della vita; quando indago’ sul legame speciale tra la madre e il bambino nel suo grembo sviluppando l’intuizione che l’anima non fosse insufflata da Dio ma dalla donna che dà la vita, Leonardo si attiro’ l’accusa di stregoneria e, denunciato, rischio’ perfino l’Inquisizione.
Il tempo del libro si snoda fino a Lionardo giovinetto che il padre accoglie, per studi e apprendistato in botteghe (Verrocchio…) nella sua modesta casa di Firenze insieme agli altri fanciulli della famiglia della nuova “mammina” , la Albiera eterea e delicata che forse fu un modello, con la “forte” figura della madre di tanti suoi dipinti; il tutto in trasparenza, come un velo di sentimento che permea ogni sembiante dipinto.

Elisabeta Gavrilina, storica e guida turistica in Firenze, racconta il Leonardo più intimo: il suo mondo e l’insaziabile curiosità che ne plasmò il pensiero, i sogni e le paure, i capolavori che osservò con occhi sgranati e i mestieri in cui si mise alla prova. Con una prosa passionale e un realismo che non fa loro sconti, l’autrice dipinge i personaggi importanti nella vita del grande artista, novatore, inventore etc. La forza del libro sta infatti nel disegno a tutto tondo dei protagonisti e dei paesaggi come fondali e personaggi nel quadro dell’epifania del genio.

Scritto in una lingua fluida e piena di espressioni toscane, fresca e “saporita”; arricchito da spunti gastronomici, giuridici e storici, questo bel libro prende luce dal genio che lo ispira, quello stesso di cui gli Illuministi tracceranno con gioia il ritratto qualche secolo dopo.

Maria Vitali-Volant


Elisabeta Gavrilina, Ebbe nome Lionardo. Il Genio nato a Vinci, Firenze, edizioni Angelo Pontecorboli, 2018

 

Sinossi. Leonardo Da Vinci, un genio inarrivabile, il più grande di tutti i tempi. Come lo è diventato? Il romanzo svela le origini del suo ingegno poliedrico a cominciare dalla storia della nascita, tutt’altro che semplice.
Un bambino prodigio concepito, come dice lui stesso, dal grande amore e gran desiderio delle parti: l’amore impossibile tra un notaio ambizioso e una donna straordinaria con l’unico difetto di essere povera. Figlio illegittimo: una condizione che influenzerà tutta la sua vita.
Con leggerezza, rigore storico e un tocco d’ironia propria dei toscani, Elisabeta Gavrilina racconta il Leonardo più intimo: il suo mondo e l’insaziabile curiosità che ne plasmò il pensiero, i sogni e le paure, i capolavori che osservò con occhi sgranati e i mestieri in cui si mise alla prova.
Con una prosa passionale e un realismo che non fa loro sconti, l’autrice dipinge i personaggi importanti nella vita del Genio. La forza del libro sta infatti nel disegno a tutto tondo dei protagonisti che, unito alla documentazione puntuale e alla cura del dettaglio storico, permette ai lettori di calarsi nelle atmosfere della quieta Vinci e della Firenze agli albori del Rinascimento.
Un viaggio emozionante che riserva delle sorprese, quasi un pellegrinaggio in un passato molto più attuale di quanto si possa credere.


Elisabeta Gavrilina, georgiana d’origine, vive a Firenze da trentacinque anni e fa la guida turistica da venti; da sempre appassionata della storia e dell’arte. Il romanzo d’esordio ‘La vera storia di Ginevra’, che narra fatti realmente accaduti nel 1504, ha partecipato a due concorsi e ha vinto la medaglia di bronzo alla XXXI edizione del Premio Firenze e si è classificato 5° alla V edizione del Premio Montefiore.

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Maria G. Vitali-Volant
Maria G. Vitali-Volant : nata a Roma, laureatasi all’Università di Roma; abilitata in Lettere, storia e geografia; insegnante e direttrice di biblioteca al Comune di Roma, diplomata in Paleografia e archivistica nella Biblioteca Vaticana, arriva in Francia nel 1990 e qui consegue un dottorato in Lettere, specializzandosi in Italianistica, con una tesi su Giuseppe Gorani, storico viaggiatore e memorialista nel Settecento riformatore. Autrice di libri in italiano su Geoffrey Monthmouth, in francese su Cesare Beccaria, Pietro Verri, è autrice di racconti e di numerosi articoli sull’Illuminismo, sulla letteratura italiana e l’arte contemporanea. In Francia: direttrice di una biblioteca specializzata in arte in una Scuola Superiore d’arte contemporanea è stata anche insegnante universitaria e ricercatrice all’ Université du Littoral-Côte d’Opale e à Paris 12. Ora è in pensione e continua la ricerca.

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