Curzio Malaparte e i suoi tempi : una lezione per oggi?

Malaparte littérature italienne

Presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, il 13 settembre, il « Cahier » des Editions de l’Herne a lui dedicato a 120 anni dalla sua nascitaCurzio Malaparte ancora “scippato” dai francesi, come aveva dichiarato lo studioso Giordano Bruno Guerri quando “Malaparte, vies et légendes” di Maurizio Serra era stato pubblicato da Grasset nel 2011?

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Dopo la precedente biografia di Guerri (“L’arcitaliano – Vita di Curzio Malaparte”, Bompiani 2008), e dopo che nel 2011 i “Prix Goncourt de la biographie” e “Prix Casanova” (creato da Pierre Cardin) erano stati attribuiti a Serra per questa sua biografia (ripubblicata in Italia nel 2012 da Marsilio), Les Editions de l’Herne hanno presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, l’ultimo “Cahier” di raccolta d’altri scritti su Malaparte e il suo periodo. Questa è stata curata da Maria Pia De Paulis Dalembert (Professoressa all’Université Sorbonne 3, autrice – oltreché dell’introduzione e d’un altro scritto nel “Cahier”- d’una precedente monografia su Malaparte). La stessa, insieme al saggista Jean-Claude Thiriet (autore nel “Cahier” degli “Heurs, heurts et malheurs de Malaparte à Paris”), ha raccolto ulteriori contributi di storici e scrittori come Benjamin Crémieux (che descrive il contesto dell’Italia di fronte all’Europa nella prima parte del XX Secolo), Frédéric Vitoux (“Malaparte le détesté”), Dominique Fernandez (“Malaparte le visionnaire qui nous manque”), René de Ceccatty (“Une amitié insolite: Malaparte vu par Moravia”) e di Luigi Martellini, autore di “Le «prospettive» di Malaparte” (Edizioni Scientifiche Italiane, 2014) e curatore del volume su di lui dei Meridiani di Mondadori.

Malaparte a Lipari

Prima di rimproverare a Malaparte (1898-1957) tutti i suoi successivi opportunismi, dapprima con il fascismo, poi con gli Americani durante l’occupazione, a metà degli anni 50 con Tambroni e altri democristiani e infine con Togliatti da cui aveva avuto la tessera del “Partito Comunista” (insieme a quella avuta dal “Partito Repubblicano”) è necessario risalire al contesto storico della prima parte del secolo scorso che ha determinato la sua personalità.

Cresciuto come D’Annunzio alla Scuola Cicognini di Prato (Toscana), nel 1914 sedicenne, quando l’Italia non era ancora in guerra, s’era fatto arruolare dalla Legione Garibaldina in aiuto in Francia sul fronte antitedesco. Nel “Cahier”, insieme a Thiriet, Annita Garibaldi Jallet descrive magistralmente lo spirito con cui la Legione, fondata dai suoi zii Peppino, Bruno e Costante (morti nelle battaglie delle Argonne), Ezio, Ricciotti jr e Menotti jr e suo padre Sante (ossia i 7 figli di Ricciotti figlio di Giuseppe), aveva combattuto con la camicia rossa insieme alla Legione Straniera. Il patriottismo democratico di Sante, che aveva poi combattuto sulle Dolomiti, è continuato fino al punto d’essere arrestato nel 1943 in Francia dove, dopo il delitto Matteotti del 1924, era tornato come esule e imprenditore edile, e liberato insieme ad altri prigionieri trasportati da Dachau in Val Pusteria nel 1945.

La figura del Malaparte combattente patriottico è dunque addirittura anteriore all’entrata in guerra dell’Italia e si conferma poi con l’arruolamento nell’Esercito combattendo al Col di Lana e nella “Brigata Alpi” con cui aveva combattuto in Francia. Dopo la guerra, come inviato alla conferenza della pace di Parigi (1919) e come diplomatico a Varsavia nel 1920, dove aveva assistito alla capitolazione bolscevica, comincia a formarsi la figura del Malaparte brillante mondano, alla quale successivamente si unisce quella del Malaparte polemico per farsi conoscere. Quell’anno infatti a Roma s’era fatto mettere in aspettativa dal Ministero degli Esteri e aveva pubblicato “Viva Caporetto”, un atto d’accusa contro i generali e la classe dirigente politica nell’anno della disfatta (1917). Polemico e offensivo, già nel titolo, il libro era stato censurato. Ripubblicato nel 1923 con il titolo “La rivolta dei santi maledetti” (intendendo per questi la fanteria sacrificata), era stato nuovamente censurato. (Vedi qui su Altritaliani l’articolo a firma di Carmelina Sicari e la ripubblicazione recente del libro in Francia).

Nel 1922, poco prima della marcia su Roma, polemica e vanità l’avevano indotto a iscriversi al partito fascista: la prima avente come scusa presunta l’insoddisfazione delle classi sindacali e di quelle più deboli verso i governanti. Se la polemica poteva riflettere nello stile vulcanico di Malaparte le insoddisfazioni interne del Paese dopo la guerra, la vanità senza scrupoli (neanche dopo il delitto Matteotti) e senza riserve (per esempio sulla firma del Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile del 1925) gli aveva poi consentito di dirigere, appena trentenne, riviste e giornali come “La fiera letteraria” e “La Stampa”, dove però, aveva avuto dissidi con il senatore Giovanni Agnelli, che allontanatolo dal giornale nel 1931, si era anche opposto nel 1935 al suo matrimonio con la nuora Virginia Bourbon del Monte, rimasta vedova con i 7 figli di suo figlio Edoardo (morto in un incidente aereo a Genova).

Malaparte era allora tornato a Parigi. Nel 1931 Grasset aveva pubblicato la sua “Technique du coup d’Etat”, ossia il suo primo successo letterario ove – rievocando Trotzky, Marx, Bonaparte, Primo de Rivera, Pilsudzki, Mussolini e Hitler-, evidenziava la prevalenza della necessità di uomini e tecnici fidati per l’occupazione dei posti chiave (stazioni, radio, ecc.) su quella dell’occupazione dei palazzi-simboli dei poteri.

Con il divieto della sua pubblicazione in Italia, iniziarono anche i soprusi verso l’autore. Accusato d’attività antifasciste all’estero, pur non essendoci atti dell’OVRA che lo provassero, era stato confinato nel 1933 a Lipari e poi fatto liberare dall’amico Galeazzo Ciano, altro illuso dal fascismo, specie dopo la costituzione dell’Asse con la Germania.

Villa Malaparte a Capri

Malaparte aveva allora costruito la sua villa a Capri e diretto “Prospettive”, opponendosi alle leggi razziali del 1938.

Tanto forte fu la vanità di Malaparte in quegli anni, anche con la realizzazione della sua villa a Capri, quanto forte fu di nuovo il suo coraggio in guerra, all’inizio del decennio successivo. Dal ‘40 al ’42, come corrispondente al seguito dei tedeschi in Grecia e nei Balcani, e poi sul fronte sovietico. Da lì in Finlandia, paese ancora nelle mire dei sovietici, dopo che questi erano stati respinti nel 1940 nella guerra descritta dal più giovane corrispondente del “Corriere della Sera”, Indro Montanelli, con il quale le “punzecchiature” successive furono più “di penna” nello stile dei suoi “Maledetti toscani” scritto nel 56, che “di spada” essendo egli stato anche un duellante.

La raccolta degli orrori allora visti dappertutto è stata romanzata nei capitoli di “Kaputt, edito da Casella nel 1944. Se il titolo equivaleva a dire che tutto era saltato per aria e che perciò Malaparte s’era riscattato, questo riscatto gli servi per diventare ufficiale di collegamento con gli americani durante Liberazione. Ma il gusto della descrizione del macabro gli è rimasto per La pelle, edito nel 49, che solo una regista rude e solida come Liliana Cavani poteva poi (1981) trasporre in un film contenente tutti i contrasti della Napoli sotto occupazione americana.

Il riscatto non gli è stato però sufficiente per gli anni successivi: dopo un’esperienza nel 1951 come regista con “Il Cristo proibito (ex prigioniero di guerra –interpretato da Raf Vallone- che tornato nel suo paese in Toscana non riesce a farsi dire da nessuno chi aveva denunciato il fratello partigiano, fucilato), proiettato all’IIC, Malaparte passò a svolgere corrispondenze varie per “Il Tempo” ed altri giornali ma, gli rimase sempre il marchio di collaboratore attivo del regime fascista che aveva trovato accoglienza in giornali e riviste sorti o risorti con le firme di coloro che quel marchio non avevano. Da qui la tiepida accoglienza parigina, dopo l’insuccesso nel 47 dei drammi “Du côté de chez Proust” e “Das Kapital”.

In anticipo su André Malraux (ricevuto quando era Ministro della Cultura nel 1965 da Mao TseTung, anche se nelle “Antimémoires” pubblicate nel 1967 da Fayard aveva poi rincarato la descrizione del colloquio) e su Alain Peyrefitte (“Quand la Chine s’éveillera le monde tremblera”, pubblicato da Fayard nel 1973), Malaparte, nel 1957, forse per reazione al suo passato e per andare oltre la sua presunta conversione politica al PCI fu ricevuto dal Presidente della Repubblica Popolare Cinese, rimanendone entusiasta al punto da lasciare a questi in eredità la villa di Capri (invano data l’opposizione degli eredi). Negli ambienti giornalistici e politici, solo Maria Antonietta Macciocchi (Direttrice di “Vie nuove”) si dimostrò disposta ad accettare i suoi articoli sulla Cina. Nella raccolta d’interviste con gli intellettuali europei in “Al di là delle porte di bronzo” (Mondadori 1987) Macciocchi aveva poi scritto: “quella villa è il simbolo del rigetto di Malaparte, il meno provinciale degli intellettuali italiani, il più arcieuropeo”.

Rigetto conclusosi quando, di ritorno dalla Cina, è morto dopo essere stato visitato in clinica da Togliatti, Napolitano, Fanfani e due Gesuiti per la riconversione finale e i Sacramenti. Sepolto nella natia Prato, si è forse rivoltato nella tomba nel 2017 quando lo “Strega” ha rifiutato la proposta di dargli un premio alla memoria.

La sua è una lezione per l’oggi? Sì, se si tiene conto che alle insoddisfazioni per i trattamenti imposti dalla comunità internazionale non si rimedia con i metodi drastici. La vittoria dell’Italia “mutilata” dalla Conferenza della Pace nel 1919 ha sì giustificato D’Annunzio nell’impresa fiumana, ma i revanscismi per le altre insoddisfazioni (economiche, espansive e coloniali) sono poi stati il miglior pretesto per lasciar instaurare un regime sempre più antidemocratico.

Mentre il regime riempiva d’oro il dente cariato di D’Annunzio al Vittoriale affinché tenesse la lingua ferma, a Parigi Daniel Halévy confidava a Malaparte il dubbio sulla capacità della Società delle Nazioni d’assicurare la pace di fronte a questi revanscismi. Dubbio diventato certezza per il suo amico Pierre Drieu la Rochelle nel 1934, che aveva reagito ritenendo (sulle tracce di Mussolini) che il socialismo in Europa potesse manifestarsi solo tramite il fascismo. E dubbio superato l’anno dopo, con la guerra d’Etiopia. Intanto l’amico Louis Aragon era invece passato nel campo comunista, elogiando i metodi autoritari dell’URSS (che ha condannato solo nel dopoguerra), e André Malraux iniziava la resistenza intellettuale dopo la presa del potere di Hitler nel 1933 (pure conseguente agli errori della Conferenza della Pace) finché nel 1936 andava a combattere contro i franchisti in Spagna.

Malraux intellettuale avventuriero come “D’Annunzio le magnifique” (dal titolo del libro di Serra edito da Grasset nel 2018) ? Poco importa la risposta a questa domanda (nei contesti ideologici descritti da Serra ne “Les Frères séparés – Drieu La Rochelle, Aragon, Malraux face à l’histoire”, ed. La Table Ronde, 2008), rispetto ai contagi delle idee che hanno preceduto la seconda guerra mondiale. Contagi ai quali equivalgono oggi quelli via twitter, i mass-media e simili di fronte alle insoddisfazioni d’ordine internazionale, che per la loro velocità confondono le idee non più in sequenza come succedeva ai tempi di Malaparte, ma mescolandole, facendole precipitare in risultati elettorali inestricabili.

Lodovico Luciolli

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