Amarene. Poesia con Silvia Secco.

Il primo autore del 2019 della nostra rubrica “Missione Poesia” è Silvia Secco con il suo libro Amarene, un doloroso percorso che parte dal riconoscimento dell’esperienza del retrogusto amaro del frutto, in cui si concepisce l’idea di una rinascita che conduce alla costruzione di un’identità collettiva e si riappropria del senso del vivere, sia esso sulle alture di un altopiano che sulla circonvallazione metropolitana. E la lingua giusta per questa riappropriazione non può che essere quella della poesia.

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Missione Poesia AltritalianiSilvia Secco (1978) nasce a Sandrigo, in provincia di Vicenza. Dopo la maturità artistica si trasferisce a Bologna, dove vive, e lavora a Milano. Scrive in italiano e in dialetto alto-vicentino. Suoi testi poetici compaiono nelle antologie di premi letterari, in riviste, in Rete, in antologie collettive (Sotto il cielo di Lampedusa, annegati da respingimento – Rayuela Edizioni – e Muovimenti, segnali da un mondo viandante – Terra D’Ulivi Edizioni -). In prosa ha curato la presentazione di alcune esposizioni fotografiche e artistiche, in particolare per la pittrice vicentina Martina dalla Stella; suoi articoli e recensioni ad altri autori si trovano nella rivista Le Voci Della Luna e nella fanzine on line per la diffusione della poesia Versante Ripido, con la quale collabora dal 2015. Grazie al Premio Franco Fortini, nel 2014 ha pubblicato con la casa editrice CFR di Gianmario Lucini la sua raccolta poetica d’esordio: L’equilibrio della foglia in caduta. Ha fatto parte dello staff organizzativo del Festival Bologna In Lettere, diretto da Enzo Campi, e del gruppo poetico bolognese Gruppo 77. A luglio 2016, con Samuele Editore, pubblica il suo secondo libro di poesia Canti di cicale, le cui presentazioni sono proposte nella forma di recital-spettacolo in collaborazione con il giovane musicista e cantautore Alessandro Baro. Assieme alla redazione di Versante Ripido, da settembre 2016, è impegnata nella organizzazione e proposta della rassegna poetica IGiovedìDiVersi, giunta, nel 2018, alla seconda edizione. Realizza le piccole edizioni artistiche Edizionifolli per le quali ha pubblicato nel 2018 la raccolta Amarene.

Conosco Silvia Secco da diverso tempo. Ottima autrice, da sempre impegnata per la divulgazione della poesia mi convince per il suo approccio doloroso ma non rassegnato alla vita, approccio che condensa in una poesia la cui cifra stilistica è in continua crescita. Apprezzo le iniziative che porta avanti, specie a Bologna, per l’Associazione Versante Ripido insieme a Claudia Zironi e a Enea Roversi, condividendone lo spirito libero di realizzazione. Silvia sarà ospite nel mese di marzo della rassegna che curo per il Grand Hotel Majestic di Bolonfa Un thè con la poesia.

Amarene

missione poesia Altritalilani

Poesia come manufatto, come lavoro artigianale non solo sulla parola ma anche per quanto riguarda il confezionamento del libro. L’ultima “impresa” di Silvia Secco che, una volta scartata dall’involucro delle Edizionifolli – involucro anch’esso tutto rigorosamente predisposto a mano, con tanto di firma a penna, di nastro adesivo trasparente e cordoncino di spago per sigillarlo – ti compare tra le mani, presentandosi con la perfetta luce della sua bianca copertina e dei suoi punti rossi di collegamento tra le pagine, e dandoti la sensazione di essere tornata indietro nel tempo. Molto indietro, all’epoca dove le copie stampate dei libricini di poesia erano piccole gioie che arricchivano di bello e di buono la vita – se pure erano cosa per pochi -. Niente paura però: gli esperti del web potranno acquistare il libro su Amazon o scaricarlo dall’apposito sito… non resterà quindi un’opera solo per gli addetti ai lavori, ma chiunque potrà farla propria.

Dopo questa apertura, che mi sembrava doverosa data l’insolita composizione materiale del libro, veniamo al suo contenuto e alla sua forma stilistica. Alcuni hanno già parlato di questo lavoro considerandolo un’opera di maturazione e di crescita dell’autrice, rispetto alla sua precedente produzione e, proprio Silvia Secco in un’intervista recentissima, afferma che la direzione che ha voluto prendere nella scrittura di Amarene va proprio da quella parte: provare a lasciare la via della comprensione immediata del testo per addentrarsi in quello che potremmo definire il vero linguaggio della poesia, la sua dimensione fondante fatta di immagini e lacerti, di suoni e visioni che non devono necessariamente essere compresi a fondo, che vanno quasi indagati e ricercati tra gli anfratti dei nodi letterari, delle metafore di vita, delle similitudini interiori. Arriva un momento in cui certi poeti sentono, evidentemente, questa esigenza di spingersi oltre il lampante, di affrontare i chiaroscuri della propria interiorità dove si celano le litanie che urlano il cuore, dove devono essere nominate le cose che cercano un proprio nome Mi hai detto rinomina il mondo, dove ci si accorge presto di come il senso disperatamente e amaro muta.

Silvia Secco approda dunque in Amarene a questa consapevole urgenza. Lo fa con tre capitoli di una sorta di scrittura poematica, nella quale la narrazione passa attraverso il filo conduttore che parte dalla dimostrazione del dolore So la gestazione del dolore, lenta/nei sostrati […], reso metaforicamente dalla trasformazione del fiore in frutto, dove le Amarene ne sono la summa sacrificale, per il valore simbolico del retrogusto amaro che segue il sapore che si presenta in prima battuta come dolce – e questo è l’inganno delle cose della vita, che spesso si mostrano dolci e lievi ma nascondono insidie e amarezze La teoria del dolore batte il tempo/cento colpi più veloce: nella gola/il cuore si spacca quando cade. –; si evolve nel desiderio di rinnovamento che va oltre le rovine dell’anima e i disastri ambientali, in un passaggio dal privato al pubblico che allarga il discorso a una dimensione meno intimistica del testo A noi dicono invece, ce ne sarà per degli anni./Che ci faremo anziani e alla cura non basterà la neve… […] e noi incapaci, a spaesaggire; si sviluppa nell’accettazione di un evolversi delle cose – anche in senso negativo – che attraverso la partecipazione attiva torna a concedere speranza per un futuro migliore, per una stagione dei raccolti su un terreno fertile e coltivato dove cresce bellezza Ci sarebbe/da piangere e invece ci teniamo/ognuno nelle proprie braccia/ci lasciamo; si completa come l’arrivo di un viaggio, che struttura il discorso in una geografia poetica toccando diversi luoghi,  nella città di Milano, dove l’autrice lavora e dove si reca ogni giorno, nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore/vasto, come una città – Milano, io mi ricordo[…],  ritrovandosi certo lontana dal tepore di una città-corpo materno ma, certamente, acquistando la forza di tagliare il cordone ombelicale del provincialismo per avvicinarsi al cuore del mondo, dimensione che forse le ha permesso quello scatto verso la maturazione artistica di cui parlavamo prima.

Amarene è uno scatto anche verso una via d’uscita che non passi solo dall’amore, visto che può deludere, ma che permetta fortemente nella crescita di far lievitare una difesa, insegnando il coraggio dei papaveri/ai margini di strada, provando a recuperare quella fede del frutto/che maturerà… quella fede che ha la neve in altitudine/a maggio inoltrato.

E parlando di fede, impossibile concludere questa recensione senza citare quel passaggio della nota di lettura di Alberto Bertoni, posta in quarta di copertina, che fa riferimento – a un certo punto – al fondamento liturgico del libro: Silvia Secco sembrerebbe così fissare forme adatte per l’espressione della propria poetica, in cui tutti possono riconoscersi, impregnandola quasi come atto di fede di una sorta di funzione sociale in quanto unificante. E in un certo senso è proprio così: il doloroso percorso che parte dal riconoscimento dell’esperienza amara del frutto in cui si concepisce l’idea di una rinascita, in cui la neve non è solo un manto pietoso ma una coltre-madre che compie il suo periodo di gestazione, le trasformazioni cicliche indotte dall’umano sulla natura, conducono alla costruzione di un’identità collettiva, subito dopo quella personale, che si riappropria del senso del vivere – rendendolo intriso di spiritualità – sia esso rinato sulle alture di un altopiano che sulla circonvallazione metropolitana… e la lingua giusta per questa riappropriazione non può che essere quella della poesia.

Alcuni testi da: Amarene

Come faranno i figli a imparare a vivere
le madri a scordarlo, a fare largo
se madri e padri non sanno la vastità
bianca dei campi fatti oceani dalla neve.
Né sanno immaginare di contarle: due
le sillabe nella neve, due nella luna
e nelle due il chiarore. All’amore
occorre tacere, come alla neve cadere.
Occorre accarezzare, se brucia soffiare.
Placare se serve, lenire.

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Mi hai detto rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. Questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.

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Neve, se allevi il male
se alleviare sai il gonfiore, il pulsare
delle labbra cucite, di braccia sfinite
a stare alzate a invocare al cielo e a te.
Vieni neve, se sei capace. Fai tacere
le urla a bocca chiusa. Lenisci, smussa
spine di rosa, di filo spinato.
Fai soffi delle offese, fai carezze
se sai degli schiaffi. Delle mura fai
polvere. Poi sollevala: fanne ali.

****

Le bamboline salgono le scale
dei palazzi con le ginocchia sbucciate,
le ciabattine. Portano nomi come
caramelle. Suonano alle amiche
per giocare sulle terrazze sgombre
delle antenne, a unire i puntini dei nei
nella forma del lupo. Indossano
magliette preferite con le ali
contano i loro anni, fino a sei. Poi
si chiudono la bocca con le mani
gridano la faccia dei padri. Fanno
il salto, volano giù otto piani.

****

Capiremo come servano a poco
gli sperperi di fiato come questo
vino rovesciato come una mano:
un pugno di parole che ti sputo,
l’addio che ci baciamo, rigido
un’ultima volta e senza importanza.
Tanto disperatamente t’ho guardato
scordare anch’io, da dimenticarti.
Il tempo che viviamo è un calpestio
di conseguenza di tutte le foglie
– mio, mio sconfinato mancante –
Cadono.

Bologna, 24 febbraio 2019

Cinzia Demi

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P.S.:
_cidpetit_2db8fc4034a725bd5b7594d6e8e98e000a09c538_zimbra.jpg“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani.
QUI il link dei contributi già pubblicati. Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite scrivendo in fondo alla pagina un commento o contattando direttamente la curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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