Luigi Fontanella: Lo scialle rosso, poemetti e racconti in versi.

Nove poemetti, quelli del libro “Lo scialle rosso” di Luigi Fontanella, che potrebbero essere pensati come un unico e omogeneo poema, incentrato sul tema del ricordo e della ricerca di impronte, per dar vita a una mitologia delle proprie origini, della propria identità, del segno da lasciare sull’onda della complessità dell’esistenza.

Luigi Fontanella vive tra Long Island, New York e Firenze. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggistica. Fra I titoli più recenti L’angelo della neve. Poesie di viaggio (ed. Mondadori, Almanacco dello Specchio 1909), Controfigura (romanzo, ed. Marsilio 2009), Soprappensieri di Giuseppe Berto (ed. Aragno 2010), Migrating Words (Bordighera Press, 2012), Bertgang (ed. Moretti & Vitali, 2012, Premio Prata, Premio I Murazzi), Disunita ombra (ed. Archinto, RCS, 2013, Premio Città di Sant’Anastasia), L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015); La morte rosa (Stampa, 2009, 2015), Lo scialle rosso (Moretti&Vitali, 2017), Il dio di New York (romanzo, Passigli 2017).

Dirige, per la casa editrice Olschki, “Gradiva”, rivista internazionale di poesia e poetologia italiana (Premio per la Traduzione, Ministero dei Beni Culturali, Premio Catullo) e presiede la IPA ( Italian Poetry in America). Nel 2014 gli è stato assegnato il Premio Nazionale Frascati Poesia alla Carriera.

Luigi Fontanella (Foto di : Dino Ignani)

Di lui abbiamo già parlato nell’articolo che trovate, sempre su questa rubrica, al link:
http://www.altritaliani.net/spip.php?article2270

Nel frattempo la conoscenza con l’autore si è naturalmente fatta più profonda ed ho potuto incontrarlo, nella sua splendida abitazione di Firenze, per un confronto sulla poesia, un approfondimento sul suo lavoro, una condivisione di poetiche. Luigi Fontanella sarà ospite il 17 gennaio al primo incontro del nuovo anno 2018 del ciclo di appuntamenti Un thè con la poesia, a Bologna, Presso il Grand Hotel Majestic, insieme a Giancarlo Pontiggia. In questo articolo parleremo di un altro libro di poesie dell’autore: Lo scialle rosso (Moretti&Vitali, 2017).

LO SCIALLE ROSSO

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Nove poemetti, quelli del libro Lo scialle rosso, che potrebbero essere pensati come un unico e omogeneo poema, incentrato sul tema del ricordo e della ricerca di impronte, per dar vita a una mitologia delle proprie origini, della propria identità, del segno da lasciare sull’onda della complessità dell’esistenza.

Anche così si dovrebbe immaginare questo lavoro di Luigi Fontanella, poeta e narratore da sempre, abituato a viaggiare tra l’America e l’Europa, in un moto continuo fatto di incontri e incantamenti, dove tutto si tiene nella dimensione onirica – ma spesso anche molto realistica – del camminamento e dell’attraversamento. Nove poemetti con il sentore della continuità di un percorso che parte dalle origini per il poeta, circumnavigando situazioni, rivisitando eventi, sostando in stazioni, un percorso da condividere con svariati compagni di viaggio, e chiede venia l’acqua/della sua esistenza//l’acqua/che precipita/ruzzola capitombola sballotta/sbanda rotola danza ritorna/sui sassi sbatacchia sballa/mulinella pisteggia sbuca//riciarla sdrucciola e/lieve/lieve/svana//[…].

Ma è, certo, nel secondo testo, Lettere al padre che si intuisce, molto più a fondo, quanto la propria origine, ricercata nella figura generatrice, martelli l’autore facendogli inscenare, attraverso la descrizione del padre, del suo vissuto, della relazione con la madre, il rapporto non facile con l’uomo, e l’agnizione delle possibili somiglianze o differenze – di cui è perennemente sulle tracce – :

Stamattina ti ho improvvisamente riconosciuto/in una mia espressione/casualmente catturata allo specchio/in rimbalzo veloce atroce/nella sua nuda comunicazione/lo sguardo triste sul tuo/sorriso sempre ottimista. E ancora: Troppo presto ci mancasti/e forse oggi sei stanco d’esser morto/eppure (lo vedi?) da me promosso/ritornato appari in un altro volto/che ha un po’ di te/e un po’ di me addosso.

Nel testo citato, attraverso l’escamotage del rovesciamento temporale, compaiono a tratti un padre e un figlio dai ruoli invertiti, o con un’età diversa dalla propria nel momento in cui sono descritti, metodologia stilistica di cui fu maestro Giorgio Caproni, (e dei suoi testi in alcuni passaggi di Fontanella cogliamo anche lo stile piano e le rime chiare): pensiamo alla madre Annina ormai scomparsa che, nel ricordo del poeta ritorna giovane e fidanzata di lui che, ormai vecchio, è invece un ragazzo ne Il seme del piangere, Versi livornesi; o al figlio Attilio Mauro al quale chiede di diventare suo padre ne Il muro della terra -. Qui, il padre ritorna bambino: In treno/alla volta di mio padre/improvvisamente piccolo piccolo/leggero leggero/s’era seduto sulle mie ginocchia/si guardava attorno/compiaciuto e fiero […]; qui il figlio, nel ricordo, si vede alto poco più di un soldino di cacio accanto a quel padre a lato/insciarpato e chiuso/in quel [suo] cappotto gogoliano: un padre a cui vorrebbe chiedere conto di un abbandono; un padre che imponeva riti – come il baciamano alle zie zitelle -, che richiedeva calcoli – questioni di vita o di morte – per il suo lavoro, che fu un grande impostore quello in cui il figlio, questa volta, non si riconosce ammirandolo e detestandolo al tempo stesso; un padre che riverserà spesso la propria furia su quella moglie-madre-figlia, che poi abbandonerà insieme agli stessi figli.

E la madre è la figura che chiude il cerchio vitale, ne Il canto del distacco, laddove il poeta ripropone in sintesi di nuovo l’inizio, l’origine, questa volta rivedendosi nelle braccia di una madre bambina, in quest’ultimo poemetto che lui stesso definisce nervaliano, ovvero dove si ritrovano momenti di totale immersione nel sogno da sembrare tutt’uno con la realtà, da non riuscire a distinguere la follia dalla ragione. Del resto Gerard de Nerval riversò nella sua scrittura anche il mito della madre, figura tanto assente quanto desiderata e rimpianta (il concetto di Madre finirà per originare il mito della Donna che presenta dentro di sé l’ambiguità: santa-fata, madre-amante, angelo-demoni, spettro-realtà). In questo senso Fontanella celebra così Il canto del distacco – e certo il mito della madre – portandosi dentro il margine di un ritrovo a ritroso, di una memoria immediata dove piegare le ginocchia d’aria e raccogliere la voce di quella madre, molto amata e compatita per quell’abbandono del padre, una voce che è ruscello d’ombre e di luci e che la rende, agli occhi del poeta, nella sua eterna giovinezza, facendolo sentire come di nuovo pronto al primo singulto, all’acqua che inonda incosciente la sua unica pianta (ancora l’immagine dell’acqua come elemento originario).

Il poemetto e il libro regalano, comunque al lettore, il passaggio finale del canto che restituisce, attraverso un’immagine di verità e di bellezza, metafora della vita stessa e del bisogno di poesia, anche il superamento del passato che avviene tramite la catarsi rivelatrice nel canto stesso: una scalinata di salite e discese che portava a casa e tanti mandorli in fiore in quegli anni ripassati di corsa.

Il nucleo portante della raccolta ha ancora un paio di elementi ai quali è necessario accennare. Intanto sicuramente il testo eponimo del libro: Lo scialle rosso, con l’evidente archetipo riproposto sia in poesia sia in letteratura, dove l’oggetto assurge a correlativo oggettivo dei sentimenti provati dagli autori nelle circostanze descritte e che, possiamo notare, hanno un filo conduttore comune: l’indagine dell’animo umano, la rappresentazione dei suoi pregi e dei suoi difetti, tanto da rendere impossibile, per il lettore, amare o odiare univocamente il protagonista, colto nella propria umanità.

Così, se per Umberto Saba nel testo Ed amai nuovamente è l’amore per Lina, il cui simbolo diventa il rosso scialle, a dargli la forza di vivere e di scrivere in sincerità, ed è solo per lei che il poeta vorrebbe un’altra vita, vorrebbe ricominciare, se pure ne presenta le mancanze: per l’altezze l’amai del suo dolore;/perché tutto fu al mondo, e non mai scaltra,/e tutto seppe, e non se stessa, amare; così se nel romanzo La ragazza dallo scialle rosso, Linn Ullmann ci presenta – al di là della trama che farebbe presupporre a un giallo – un lavoro psicologico a tema familiare per mostrare i protagonisti senza veli, nella loro vera natura, attraverso una scrittura che disorienta in parte, ma che affonda nel quotidiano senso del vivere, laddove lo scialle rosso – portato da quella figura che, scomparendo, turberà la calma apparente della famiglia – è il simbolo della scomparsa morale dei sentimenti, dell’assenza di una condivisione affettiva, ecco che per Fontanella lo scialle rosso – volato dal Ponte Laurier, a Ottawa – nel momento in cui il vento sembra aver spazzato via tutti i sentimenti e il tempo passato, in un insopportabile oblio, viene evocato come possibilità di abbraccio, attraverso la scia di colore rimasta impressa negli occhi e nel cuore del poeta, per poter volare fino a un nuovo e accogliente Sole che cicatrizzi ogni dolore/ogni ferita, assurge ad archetipo di speranza di recupero almeno del ricordo.

Infine, un ultimo breve cenno al poemetto Dittico Praghese, scritto dal poeta in occasione di un suo viaggio a Praga in compagnia della figlia Emma, e sull’onda delle suggestioni date dalla presenza di altre tracce, questa volta di due grandi autori presi a riferimento quali: Kafka e Urzidil. I segni che la città pone sotto i riflettori di bazar casuali, teatrini ammuffiti, vetrine con manichini e sedie rovesciate, sono sempre accompagnati da rovesci di pioggia e – come nel caso de Lo scialle rosso – da raffiche di vento, come se anche qui non ci fosse scampo all’incedere del tempo, al suo essere spazzato via, qui dove Ogni cosa/ogni persona vicina,/ogni figura/sembra allontanarsi in cieca vertigine/fuga dal tempo,/fuga di ombre e del passato/grandezza,/nostalgia… e l’accenno allo slittino identico al Rosebud/di Charles Foster bambino (dal film IV Potere di Orson Wells) sembra confermare l’irrequietezza dell’animo dell’autore al quale tutto pare effimero senza l’amore, quell’amore che non basta a se stesso come ricordano i versi d’inizio dedicati al mito di Narciso, e nei quali viene evocata la Poesia quale musa ispiratrice della vita stessa.

Un libro questo, molto complesso, anche nella simbologia numerologica dei testi proposti – nove, multiplo di tre -, raffinato nella sua forma compositiva, con incursioni nella Commedia dantesca, e nelle poetiche di molti autori già in precedenza citati, ma capace di mantenere una cifra stilistica personalissima, dotata di grande intuito e di accezioni necessarie, proprio come la poesia, che nella forza della sua parola riesce a testimoniare miserie e nobiltà della vita stessa.

Alcuni testi da: Lo scialle rosso

Dittico praghese
(per Emma)

Grande è ciò che è passato attraverso tempi inimmaginabilmente lunghi, che è passato attraverso passioni, slanci esistenziali e creativi, e si è ereditato e tramandato nella lotta e nello spasimo. Un frutto della nostalgia, ecco che cos’è la grandezza.

Johannes Urzidil

I
Non di sé Narciso s’innamorò

sporgendosi sul fiume… Questo

pensai, arrivati allo Smetanovo nábrezí,

dopo un intrico di grandi e minuscole námesti e

silnicní e poulicní e ulicky. La Moldava,

fiume del destino, scorreva

placida e luminosa davanti a noi.

Non di sé …

ma del suo riflesso, di un volto

che ondulava lieve sull’acqua.

Amore chiama Morte

e l’uno vuole l’altra sempre accanto.

Poesia gentile, che oggi ritorni

a visitarmi sulle rive della Moldava,

raccontami di nuovo la storia di Narciso.

Stamattina a Praga il sole spiove

a tagli accecanti, i pigmei

proiettano ombre rigonfie, e i giganti

si contraggono in maschere grottesche.

Ho cercato Kafka e Urzidil tutto il giorno

passando e ripassando il glorioso

Karlüv most, e riandando su e giù

per la Nerudova. Una signora

che vendeva salsicciotti boemi

alla quale avevo chiesto come

arrivare all’antica Sinagoga

mi ha strillato in faccia

incomprensibili istruzioni

agitando nell’aria la sua grassa mano.

Emma è scoppiata a ridere, e a noi

non è restato che seguire il tragitto

vagamente indicato dal quel pollice paffuto.

Un’agnizione continua la Krízovnická…

a un tratto da un angolo in penombra

è balzato fuori Jan Palach

in tutta la sua fiera baldanza.

La Siroká brulicava di persone

una sull’altra ammassate

come lo sono lapidi e tombe

nel vecchio cimitero ebraico.

Dai vetri di un abbaino

ho intravisto per un istante l’antico Golem

lì segregato da tempo. Tutto

si rimescolava ai miei occhi: mito,

passato prossimo e fluido presente…

Le carte si mischiavano da sole

nascondendosi sulle le targhe stradali

dietro una miriade di segni

segnicoli e segnaccenti per noi stravaganti…

smorfiette di burattini e marionette

che a ogni angolo si burlavano di noi.

Rientriamo infine, esausti

da Václavská Námestí fino

al nostro Beránek, proprio un attimo

prima che si scateni il finimondo… orribili

scrosci e raffiche impazzite

sferzano le vetrine, mentre

la porta girevole d’ingresso

continua a ruotare impavida su sé stessa. […]

*****

Efemeridos
(per Alfredo de Palchi)

In treno

nel respiro di giorni

straniti… Mi riscrivo

(non è forse sempre così ?), Leibowitz

stamattina discetta di possibili

reincarnazioni dopo il fatale congedo

e anche – da scaltro leguleio – di

mediazioni e di auspicabili

faustiane negoziazioni

nei suoi occhi di antico ebreo

l’inestinguibile fiducia

per il gruzzolo d’anni

che ancora ci rimangono, a noi

condannati a morte fin dalla nascita.

A un certo punto l’Heritage

mi è sembrato un barcone alla deriva

e noi due gli unici sopravvissuti:

novelli Vladimiro ed Estragone

scampati al disastro

con la sola parola rimastaci

come lascito estremo

in attesa che Qualcuno o Qualcosa

venisse a salvarci, indicandoci

una via d’uscita, una scelta, uno spiraglio,

una risoluzione, uno scampo.

Poi ci siamo scambiati

consigli e ammonimenti

propositi e medicamenti

come fanno vecchi amici

frattanto divenuti amici vecchi…

“A maggio potremo rigiocare

un po’ a tennis… sì, ma, però,

forse, magari in quattro, chissà, o anche a tre.”

Più tardi accompagno Irene ad Islip

il MacArthur dieci del mattino

quasi deserto, come a dirci

inutile partire o ritornare

perché non restate dove siete?

Sylvia che al solito vive soprattutto

per riflessi e riporti era

ansiosa di sapere ogni particolare

del Gala americo-italiota dell’altra sera

dove si è parlato soltanto di quattrini

di genitori di nonni o bisnonni emigrati

fratelli cognati nipoti cugini

esuli trapiantati in questa

terra di tutti e di nessuno, l’unica

secondo loro che Dio ha benedetto

e bontà sua continua a benedire, e anche

di misfatti e di glorie

di sacrifici e di guadagni

di successi folgoranti per sé e per altri

amici e parenti più o meno benestanti.

Uno dei due festeggiati

ha raccontato della sua fortuna

di ricco palazzinaro, oggi

più che ottantenne, fiero

della sua collezione di 32 Ferrari

(dico trentadue), mentre

con affettata indolenza (o senile demenza)

ha annunciato d’aver già ordinato

la trentatreesima del 2012

e quella del 2013 e del 2014, sicuro

sicurissimo, senza alcuna paura

della sua sopravvivenza. Tutto qua

il discorsetto della sua cultura.[…]

Cinzia Demi
Bologna, 14 gennaio 2018

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