A cinquant’anni dal 68. Incontro con il cantautore Gualtiero Bertelli.

Il 68 forse oggi dice poco a molti giovani, eppure è stato un tempo in cui proprio dei giovani, studenti, operai e semplici cittadini, misero in discussione il potere e i suoi simboli. Tutto il potere, fosse l’imperialismo americano o l’oppressivo comunismo sovietico, dalle scuole, dalle fabbriche alle Università, a Berkley in America come alla Sorbona di Parigi, dalle Università italiane a Piazza San Venceslao a Praga, i giovani si proposero un’utopia, cambiare il mondo. Ripercorriamo brevemente quel tempo anche con un’intervista a Gualtiero Bertelli, uno dei cantautori simbolo di quel tempo.

Gualtiero Bertelli

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A volte basta una sera, alcune canzoni ed ecco che il tempo passato ritorna. Sembra l’ennesima riproposta della « madeleine » proustiana pero’ è proprio così. E’ successo giorni fa, quando qui a Venezia, ad un concerto di un noto cantautore, ho rivisto quel periodo, chiamato « il 68 » e tutto quello che allora rappresentò. Già perché sono ormai 50, gli anni passati da allora, una tempo importante per chiunque ci arrivi, figurarsi per un periodo storico così particolare come quello…

Fenomeno socio-culturale, il 68 divenne tale per una gigantesca e contagiosa forma di aggregazione che unì milioni e milioni di giovani (e non solo) in giro nel mondo dandogli una carica ideologica che li spinse verso una forma contestativa mai vista prima. Non si trattò solo di una semplice protesta, volevano cambiare il  mondo attraverso il sovvertimento del potere, con tutti i simboli che rappresentava. In realtà il 68 nasce qualche anno prima, negli Stati Uniti, nei primi anni 60 e vide all’inizio la rabbia di milioni di afro-americani che presero coscienza della loro condizione di inferiorità. Attraverso leader carismatici come Malcom X e, più tardi, Martin Luther King portarono alla luce la causa della loro rabbia. La protesta poi si allargò a macchia d’olio. Dall’America all’Europa il viaggio delle idee superò velocemente tutte le distanze. Per primi ad accendere la miccia furono gli studenti francesi. In quel maggio del 68 lo scontento che bolliva sotto l’apparente calma cominciò ad assumere toni estremi. Gridavano « Ce n’est qu’un début, continuons le combat ! », organizzando poi cortei per prendere d’assalto (e di sorpresa talvolta) le strade, paralizzandone il traffico urbano.

Da Parigi al resto dell’Europa il passo fu breve. Germania ed Italia furono le nazioni dove la protesta assunse caratteristiche più dure. La svolta fu data dal rapido sviluppo che ebbero le ideologie protestatarie, dal bisogno di capire in quale direzione si volesse portare quell’enorme contestazione. Dopo le scuole e università anche le fabbriche furono occupate. Studenti ed operai si coalizzarono per una svolta che sarebbe servita al paese a far cambiare la sua rotta. L’onda lunga di quel periodo portò qui in Italia all’approvazioni di leggi la cui portata fu ritenuta storica, come quella per l’approvazione del divorzio e la liberalizzazione dell’aborto, grazie anche ai movimenti femministi, altra importante soggetto di quel gigantesco movimento. Ci fu un periodo carico di tensioni e di speranze grandissime. « Rivoluzione », parola che passava di bocca in bocca, non fu solo appannaggio dei francesi. Ci si confrontava leggendo i libri di Marx, Bakunin, rallegrandosi per gli esiti della rivoluzione cinese capitanata da Mao Tse Dong, così come per quella cubana di Che Guevara e Fidel Castro… Tutto sembrava dovesse crollare, ma non crollò…

Di quegli anni, qui in Italia, portavoce importante di quel movimento furono alcuni cantanti definiti di « protesta » le cui canzoni uscivano dalle bocche di tutti, cantate come veri e propri inni, « Fili rossi » che accomunarono le speranze grandi e piccole… I loro testi raccontavano ciò che accadeva in giro, delle lotte degli operai, delle fabbriche e università occupate, del grido di rabbia di quanti vivevano ancora il loro disagio sociale…

Val la pena di ricordarli : Ivan Della Mea, Fausto Amodei, Giovanna Marini, Mario Pogliatti, Paolo Pietrangeli, Gualtiero Bertelli, quest’ultimo il più noto cantautore veneto. E’ proprio grazie a lui se l’altra sera ho potuto rivedere tutto questo. A lui, che a suo modo è stato una delle colonne sonore di quel tempo, si debbono canzoni il cui valore ha superato il tempo. Lui che per scelta ha sempre preferito l’espressione dialettale, ha scritto una canzone che lo portò alla ribalta nazionale. A cantarla fu Bruno Lauzi. Chi non ricorda « Vedrai com’è bello lavorare con piacere in una fabbrica di sogno tutta luce e liberta ? ». La sua qualità artistica si espresse comunque nella parlata locale : il veneziano. « Penso e parlo in dialetto, lingua con la quale mi trovo sempre a mio agio », ci ha detto al termine del concerto. Dialetto che non gli ha impedito, alcuni anni fa, di vincere pure un’edizione del Premio Luigi Tenco. La sua canzone più famosa « Nina », da una giuria di giornalisti di settore, è stata inserita fra le 10 canzoni più belle di sempre.
Lo abbiamo incontrato.

INTERVISTA A GUALTIERO BERTELLI

Massimo Rosin: Fin dalle prime canzoni ha voluto raccontare storie vere della sua città (Venezia). Cambiati i tempi, com’è oggi il suo rapporto con lei ?

Gualtiero Bertelli: Il mio rapporto con Venezia, dove, come moltissimi Veneziani, non abito da oltre metà della mia vita, è quello di una persona che ha lì le sue radici culturali di cui va molto fiero e nello steso tempo quello di un Italiano preoccupato per la sorte di un suo gioiello sull’orlo di una crisi di identità, di composizione sociale, di creatività politica ed amministrativa che sempre più diventa, a mio parere irreversibile. Ci si preoccupa di pulire la casa (cosa giusta e saggia) ma non delle crepe che la stanno distruggendo.

M.R. Prima di lei le canzoni descrivevano una città immersa tra voli di colombi e i bagliori della luna, languidi baci e carezze amorose. Immagini fin troppo abusate. Le sue canzoni invece ci hanno restituito il volto di una città con ben altre caratteristiche…

G.B. Beh, l’immagine che prevalentemente fa il giro del globo è sempre quella : città degli innamorati e altre balle simili. Il problema è che lo svuotamento popolare di Venezia e la sua propensione a diventare un museo a cielo aperto e un mercato di cianfrusaglie rinforzano sempre di più lo stereotipo Venezia. Dopo di che anche gli sforzi più nobili per parlare di una città più vera, più a dimensione di città vissuta e non solo vista, sono destinati ad essere marginali e perfino consolatori rispetto all’impeto devastatorio di mascherette cinesi e torpedoni mordi e fuggi.

M.R. Il suo rapporto con la parola. So che continua a pensare in dialetto. E’ ancora una lingua viva oppure sarà destinata a scomparire ?

G.B. Nel Veneto è ancora vivissima. I veneziani, intendo non solo quelli che abitano a Venezia essendone nati, ne fanno largo uso. A casa mia si parla in Veneto, i miei amici in larga parte sono Veneti e parlano veneto. Le lingue vivono con le persone e con la loro voglia, propensione o capacità ad usarle. Oggi è più complicato di una volta perchè le agenzie formative e comunicative pervadono le nostre giornate parlando e scrivendo, com’è ovvio, nella lingua che tutti (forse) comprendono. Insomma quasi una lotta di resistenza alla tentazione di essere “come gli altri”. Ma nel Veneto non mi pare. In altre regioni, per esempio in Lombardia, in Emilia dalle grandi città il dialetto sta allontanandosi, ma resiste nelle campagne e soprattutto nelle zone montane. Qualcuno sostiene che è un segno regressivo. Io ritengo che sia uno strumento in più per sollecitare la comunicazione tra le persone e la diversità del linguaggio va vissuta come una ricchezza di possibilità espressive. Certe mie canzoni in italiano, una lingua che parlo e scrivo con discreta fluenza, non sarebbero mai potute nascere. Non avrei mai immaginato “quella” Nina pensandola nella lingua patria. Ho avuto bisogno della mia lingua materna per poterlo fare.

M.R. Perchè le canzoni d’autore che parlano di impegno sociale, oggi non si cantano più? E’ solo perchè sono cambiati i tempi?

G.B. Sono decaduti alcuni archetipi a cui la “canzone politica” si riferiva e la realtà sociale che stiamo vivendo ha cambiato e cambia continuamente i canali attraverso i quali si può raggiungere il destinatario. Inoltre credo che alla canzone didascalica, a volte anche troppo declaratoria, debba subentrare, e c’è già, la canzone che apre squarci di attenzione sul senso delle cose, della vita, della convivenza mettendo ciascuno di fronte alle proprie scelte. E’ tempo di sostituire l’imperativo : “Dovete essere bravi !” con la domanda “Siamo abbastanza bravi ?”. Non è un cambio da poco, tradotto in musica e in parole dense di senso.

M.R. Ha dato alle sue canzoni un valore che sembra aver superato la prova del tempo. Ma ai suoi concerti gli assenti sono proprio i giovani…

G.B. Già, è proprio quello che intendevo quando parlavo di archetipi e canali. Vanno ancora bene i nostri riferimenti culturali? Sappiamo abbastanza di questi giovani per potergli parlare? E come possiamo fare? Non è un caso che invece ci seguano ancora con attenzione, e talvolta con presenze significati, quelle persone con le quali abbiamo nel tempo costruito una familiarità culturale ed esperienziale.

M.R. « Nina » forse la sua canzone più celebre, come vorebbe fosse ricordata?

G.B. Come una delle canzoni che hanno disegnato un’epoca nel ricordo di una o più generazioni. Il ricordo non è una malattia senile. E’ vita per una società che non può prescindere dalla consapevolezza di ciò che ha vissuto, in ogni caso.

Intervista a cura Massimo Rosin

Incisione originale della canzone « Nina » di Gualtiero Bertelli

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