Israele sbaglia, ma non è l’origine del male.

Due guerre della Russia in Cecenia (la prima con Eltsin, nel 1994, la seconda cominciata nel 1999 e decisiva per la scalata di Putin) fecero centinaia di migliaia di morti, essenzialmente civili, radendo al suolo il paese. Nell’attuale conflitto in Ucraina, nella sola Mariupol vi sono state di decine di migliaia di vittime civili. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2018 stimava in più di un milione gli Uiguri, minoranza turcofona della Cina, rinchiusi in campi di concentramento, costretti ai lavori forzati e a programmi di “rieducazione” o sterilizzazione.  Negli anni Ottanta l’Iraq di Saddam Hussein sterminò uno spaventoso numero di curdi. La repressione nell’Iran degli Ayatollah (rafforzati, più che indeboliti, dall’attacco americano) sta facendo decine di migliaia di morti, cosa a cui quel regime non è nuovo: nel 1988 migliaia di oppositori furono impiccati. Alla maniera persiana, che prolunga l’agonia. La storia è un massacro, diceva Emil Cioran.

Questi esempi non giustificano né sminuiscono le colpe (almeno, quelle che io considero tali) dell’Israele di Netanyahu: i massacri altrui non sono un laissez passer per i propri. Però possono indurre una riflessione. Qualcuno dice che Russia, Cina, Iraq Iran, sono “un abominio” e non hanno diritto a esistere? No. Di Israele, invece, viene detto ogni giorno. (E la storia della sua nascita è messa sotto la “lente di ingrandimento”, mentre quelle, spesso altrettanto complesse e contraddittorie, degli altri paesi sono ignorate, considerate materia irrilevante). Se persone di nazionalità od origine russa, irachena, cinese, iraniana subiscono un’aggressione, sentite dire che se lo sono meritato? Per fortuna no. Degli israeliani, anzi degli ebrei, sulle reti sociali (riflesso dei luoghi comuni che si radicano nell’immaginario collettivo) e altrove, viene detto in ogni occasione.  Moni Ovadia, qualche tempo fa, disse che Putin era “un grande statista”. Non vi furono molte reazioni critiche. Qualcuno addirittura lo considerò coraggioso, libero, capace di sfidare il cosiddetto “pensiero unico” (che per molti coincide tout court con ogni pensiero opposto al proprio). Nei giorni scorsi Erri De Luca ha detto che per lui il sionismo “indica il diritto di Israele a esistere come Stato” ed è conciliabile con indipendenza e libertà dei palestinesi. (Posizione che richiama quella di Hannah Arendt, che distingueva tra sionismo “progressista” e “nazionalista”).  E ha contestato l’uso del termine genocidio per quella che lui considera “una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile”.  Non ha certo difeso Netanyauh. Eppure ha suscitato una tempesta mediatica, una lapidazione virtuale: minacce di bruciare i suoi libri, desiderio di cancellazione, di purificazione.

Perché questa differenza di attitudine? La ragione forse è questa. Israele non è più (o forse non è mai stato) visto come un paese, tra altri, il cui governo sta commettendo gravi crimini; ma come incarnazione stessa, origine di ogni male. Su ogni delitto commesso altrove è considerato lecito sorvolare, distinguere, invocare la complessità della storia; su quel che è fatto da Israele ogni distinguo cade, la complessità deve lasciare il passo a una condanna senza appello. Persino ogni responsabilità di Hamas  viene frettolosamente derubricata a meccanica conseguenza degli abusi di Israele; del resto, in questa visione, non può esistere qualcosa di cattivo non riconducibile, magari per vie traverse, a una matrice ebraica. Chi, come Erri de Luca, non aderisce a tale condanna senza se e senza ma,  suscita la reazione riservata agli eretici, a coloro che negano una verità assoluta, universale: non la critica, non la discussione (tutte cose benvenute), ma il rogo. Oggi, per fortuna, virtuale. Nihil sub sole novi: quello a cui assistiamo è la riemersione dell’antico desiderio di identificare un nemico a cui addebitare ogni responsabilità, colui che rovina un mondo che altrimenti sarebbe perfetto. A destra, storicamente, questo stereotipo è stato giustificato su base religiosa, razziale, favolistica, mitologica (la leggenda dell’ebreo errante o dell’ebreo vampiro). A sinistra lo è su base apparentemente politica, con il recupero della figura dell’ebreo ricco, potente, capitalista e dominatore occulto del mondo, e adottando lo schema semplificato all’estremo dell’imperialismo occidentale che, da solo, porta il male nel mondo. È una spiegazione che una volta adottata riesce a fornire una spiegazione a tutto.

Erri De Luca

Israele, al di là dei suoi torti (che ci sono eccome) prende il ruolo del demonio.  Per questo chi dice una “parola contraria”, per usare un’espressione di Erri de Luca, anche se moderata e problematica, suscita una reazione tanto violenta. Chi ha trovato una spiegazione a tutto, mal tollera che quella costruzione venga intaccata, messa in dubbio.  Tra le responsabilità che la storia dovrà addebitare a Netanyahu (e Dio sa se ce ne sono) ci sarà anche questa: aver alimentato l’attualizzazione e la rielaborazione della più vecchia, consolatoria e atroce pulsione umana: trovare un colpevole, altro da sé, a cui addebitare ogni male del mondo. Possibilmente ebreo.

Maurizio Puppo

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Maurizio Puppo
Maurizio Puppo, nato a Genova nel 1965, dal 2001 vive a Parigi, dove ha due figlie. Laureato in Lettere, lavora come dirigente d’azienda e dal 2016 è stato presidente del Circolo del Partito Democratico e dell'Associazione Democratici Parigi. Ha pubblicato libri di narrativa ("Un poeta in fabbrica"), storia dello sport ("Bandiere blucerchiate", "Il grande Torino" con altri autori, etc.) e curato libri di poesia per Newton Compton, Fratelli Frilli Editori, Absolutely Free, Liberodiscrivere Edizioni. E' editorialista di questo portale dal 2013 (Le pillole di Puppo).

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