Romania: viaggio in un paese con la testa in Europa ma il corpo fuori.

Breve reportage e riflessioni del nostro Fabrizio Botta sulla Romania, per raccontare le contraddizioni della nostra Europa ormai prossima al voto. Immagini (tante foto), parole e impressioni su un paese molto vicino per storia e cultura all’Italia, entrato a far parte dell’UE una decina d’anni fa e che, come il Bel paese, vede convivere ingenti ricchezze con una povertà diffusa, specie nelle campagne, simbolo di disparità sociale e di una ingiusta diseguaglianza.

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« La Romania ? ah si, il paese dei Rom e delle badanti ». Purtroppo questa è la risposta più comune che vi darà il cittadino medio italiano, spesso razzista, xenofobo e tanto ignorante. Stufo di luoghi comuni e sparate pre-elettorali, mi sono deciso  a visitare con mio padre il paese di Dracula.

La Romania è il paese che ha conosciuto la dittatura feroce di Nicolae Ceausescu e della quale si libero’ esattamente 30 anni fa grazie a una rivoluzione, organizzata dai suoi stessi amici di partito (come non ricordare i morti di Timisoara raccontati nelle frementi pagine di Paolo Rumiz). Da una decina di anni è entrata a far parte dell’Europa. Dal 1 gennaio al 30 giugno 2019 gestisce la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, tocca a lei, nella rotazione che offre questo diritto prima o poi a tutti gli Stati membri. Le imminenti elezioni europee cadono proprio sotto la sua presidenza. La Romania, per il suo semestre UE, ha scelto di insistere sul pilastro della coesione, declinato in quattro sfumature. Il primo ministro, la signora Viorica Dancilă si è detta «risoluta» nel voler dimostrare che «la Romania è un partner affidabile per consolidare il progetto europeo e assicurare la sua coesione».

Qui occorre una premessa per comprendere che cos’è oggi la ex Dacia, colonizzata dai romani e da lì il loro nome attuale, ci si addentra in una storia di affinità con noi che si ascolta a volte nella musicalità della loro lingua, nelle immagini di una campagna profonda e nei volti che ci ricordano quella del nostro meridione, un’affinità che ce li rende spiritualmente un po’ come dei fratelli che sono più ad est. Un sentimento condiviso, tanto che oggi la comunità di immigrati rumena è forse in percentuale la più numerosa nel nostro paese, un loro tentativo, forse un po’ nostalgico, di sentirsi un po’ più a casa.

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Per capirne di più del paese oggi, cito un articolo del « Sole 24 » : “la Romania è una repubblica semipresidenziale, dove i poteri sono divisi fra un capo dello Stato (Klaus Iohannis: sarà lui a guidare formalmente il Consiglio) e un capo del governo, la già citata Viorica Dancila, alla testa di un’alleanza fra socialdemocratici (il Partidul Social Democrat, fondato da un ex ministro del dittatore Nicolae Ceausescu) e liberali (Alianta Liberalilor i Democratilor). A detta dei più critici, l’esecutivo assomiglia a una clone di centrosinistra dei governi nazionalisti che inquietano l’establishment europeo, a partire dall’Ungheria di Viktor Orbán o dalla Polonia di Mateusz Morawiecki. Anche il governo rumeno è entrato in rotta di collisione con le istituzioni europee con l’accusa di aver violato lo stato di diritto: sul banco degli imputati ci sono alcune riforme del sistema giudiziario che indeboliscono l’indipendenza della magistratura e interferiscono con il contrasto alla corruzione, affossando i principi di trasparenza in un paese già sotto esame per l’opacità che avvolge il suo sistema economico e istituzionale. Altro fattore in comune, fra Romania e il blocco di Visegrad, è un rapporto sbilanciato, a proprio favore, fra fondi versati e ricevuti dalla Ue. Nel 2017 Bucarest ha incassato 4,7 miliardi di euro a fronte di 1,2 miliardi sborsati per le casse comunitarie, con una contabilità in positivo per 3,5 miliardi di euro (l’Italia è in credito di oltre 2 miliardi di euro). E forse è questo il motivo che ha evitato la degenerazione delle schermaglie con Bruxelles, per ora limitate a qualche botta e risposta con le istituzioni”.

Ho avuto la fortuna di viaggiare 8 giorni tra alcune grandi città (Brasov, Iasi) e le zone rurali le più demunite (la Transilvania, la Bucovina e la Moldova rumena). I fenomeni denunciati dai gilets jaunes in Francia assumono qui proporzioni drammatiche. La differenza tra città (moderne, europee e ricche) e campagne (mancanza di fognature, strade sterrate, assenza di centri di assistenza medica) è assai inquietante. Non appena arrivi in una città come Brasov, tutto può sembrare possibile: è infatti una città dove lo stipendio medio mensile è di circa 650 euro, vale a dire il 50% in più rispetto a quello che si percepisce in Bucovina (nord est).

Ho trovato molto giusto il paragone fatto da Mihaela Iordache (l’Avvenire, venerdì 10 maggio 2019) “Una Romania divisa in due: quella che si sviluppa, come la “smart city” della Transilvania, Cluj-Napoca, la “Silicon Valley” dell’Est Europa e quella dei villaggi sperduti nell’Est del Paese (Moldova romena), ancora senza fognature, senza strade e in alcuni casi addirittura senza elettricità. È là che gente senza un futuro vive grazie ai sussidi sociali. Ci sarebbero posti di lavoro, ma solo in città. E spesso mancano i mezzi di trasporto, oppure lo stipendio offerto non copre le spese di un soggiorno, sia pur modestissimo, fuori casa. Questo mentre nell’Ovest del Paese manca la manodopera e gli imprenditori sarebbero disposti ad assumere subito centinaia di persone. Ma non si trovano e alla fine la soluzione arriva dal Vietnam e da altri Paesi dell’Asia”.

Mancano le infrastrutture e quindi pochi investitori che potrebbero creare posti di lavoro. La Romania ha solo 800 chilometri di autostrade. La Moldova Romena è la più povera in assoluto. E milioni di romeni sono stati costretti ad emigrare per poter aiutare economicamente le proprie famiglie. Ma anche negli indici economici, la Romania è divisa: è tra i Paesi con la più alta crescita economica annua (oltre il 4%) ma allo stesso tempo tra i più poveri dell’Unione. Qui il 65% della popolazione vive in povertà. A livello demografico, assai deflagrante è l’assenza di giovani nei villaggi. Ho assistito ad alcune cerimonie della Pasqua ortodossa in piccoli paesini attorniato da pensionati. Qualche bambino, mentre i genitori vivono all’estero, è costretto a crescere senza poter stare con loro, e di fatto i loro genitori sono i nonni (quando sono ancora vivi).

Che la domanda al consumo sia in forte rialzo lo hanno capito molte multinazionali: sono decine i centri commerciali (che assomigliano alle nostre cattedrali nel deserto) sorti recentemente a Bucarest, Iasi (per esempio il METRO) oppure a Brasov. Ai supermercati non mancano clienti, i prezzi in alcuni casi sono più alti che in Europa occidentale, e continuano a salire: l’inflazione infatti ha raggiunto il record degli ultimi quattro anni, attestandosi al 3.2%. In queste zone troviamo centri commerciali e prezzi occidentali, ma alla fine chi può permetterselo? È un paradosso rispetto ai tempi del comunismo : « avevamo tantissimi soldi, ma non c’era nulla da comprare ».

Tra l’altro, la presenza massiccia di multinazionali europee nelle pianure e nelle periferie di molte città mi ha finalmente mostrato il volto più feroce della delocalizzazione. Una delocalizzazione che ha permesso a qualche fortunato operaio di poter sfamare la sua famiglia, ma che non ha certo contribuito alla creazione di una solida e stabile classe media. La mancanza cronica di lavoro in alcuni territori ha portato ad uno spopolamento quasi-totale di villaggi e piccoli centri.

Altritaliani Fabrizio Botta

Emigranti stabili (badanti, camerieri in Italia) oppure emigranti stagionali (lavoratori agricoli in Germania ad esempio). Lavoratori costretti a lavorare 12 ore al giorno (tutti i giorni) per 1500 euro al mese, al quale si devono sottrarre pure le spese di viaggio, assicurazione e tasse (circa 350 euro a persona).

L’Europa appare lontano, Bruxelles sembra un altro pianeta quando si viaggia per le povere terre della Transilvania. La gente non possiede mezzi per lavorare questa terra ostile, spesso si incontrano ancora cavalli con carretti al traino. I soli centri moderni sono quelli dove la nuova borghesia di città si rende per le vacanze invernali e estive.

I soli segnali dell’Europa sono le bandiere blu stellate sui pannelli che ci ricordano come i finanziamenti europei qui siano l’ultimo baluardo alla povertà assoluta. Ma chi ha veramente accesso a queste risorse? Poche, anzi pochissime persone. Mi è capitato di parlare con alcune persone del posto: spesso sono i funzionari locali, i poliziotti, la gente istruita (purtroppo una piccola fetta di popolazione) che è a conoscenza di questi fondi, per lo più anche in maniera disparata a livello geografico (cantieri e lavori ovunque in Transilvania – luogo turistico, il deserto assoluto quando ci si avvicina alla Moldavia e ai confini con l’Europa).

Bisogna andare in Romania per comprendere in pieno quanto bisogno ci sia che il sogno europeo riparta proprio da queste diseguaglianze, quanto sia necessaria non la retorica nazionalista, che spinge ancora di più all’isolamento e all’impoverimento, ma una Europa che affratelli e venga incontro proprio a queste realtà per dare crescita, sviluppo e futuro.

Non è questa l’Europa che vogliamo. Una Europa priva di visione, che divide i popoli più di unirli, dove i paesi occidentali usano manodopera a basso costo dell’Est, direttamente (emigranti ai quali non si permette una vera integrazione) o indirettamente (installando imprese « sur place » sottopagando i loro dipendenti). Un’Europa che alimenta le delocalizzazioni e impoverisce anche i comparti produttivi occidentali, suscitando paure, rancori ed una sempre più eclatante guerra tra poveri. Purtroppo, va aggiunto, che  finché alcuni lavori saranno « fléchés » con alcuni popoli (ad esempio badante = rumena) non ci sarà mai una vera integrazione europea.

L’Erasmus, strumento d’integrazione per eccellenza per i giovani europei, dovrebbe essere ripensato affinché non sia solo uno strumento per pochi eletti. I pochi rumeni che ho conosciuto che hanno usufruito di questa bellissima chance di vita, sono spesso figli di persone che hanno già dei titoli di studio e spesso anche benestanti. Occorrerebbe invece creare una sorta di borsa di studio europea per i meno abienti e che tuttavia hanno dimostrato di essere meritevoli dell’aiuto delle istituzioni europee e poi anche creare la possibilità di offrire delle formazioni di lavoro all’estero creando un incontro tra giovani di diversi paesi della comunità per condividere esperienze formative e di lavoro. Lo scambio, per l’Europa a cui si pensa, diventa in ogni occasione essenziale anche per ridurre le diffidenze e le divisioni nella prospettiva sempre più concreta ed impegnata di formare il futuro cittadino europeo, affinché il dire “siamo europei” non sia solo un assunto retorico ma un fatto reale, effettivo.

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Questo viaggio mi ha inoltre permesso di vedere come il fronte orientale della prima e della seconda guerra mondiale resti tuttora aperto. La presenza massiccia della comunità ungherese ne è un esempio lampante: a 100 anni di distanza dal patto di Trianon, questa comunità si sente ancora più vicina a Budapest che a Bucarest. Ospitato da più famiglie ungheresi, ho potuto notare che la loro vita si svolge praticamente in una bolla: televisione e canali solo in ungherese, bandiere della terra dei siculi ovunque, scuole in magiaro. E pensare che al potere a Budapest ci sia un nazionalista come Orban (che in passato ha promesso il passaporto ungherese a queste popolazioni) non mi rassicura affatto sulla coesione europea.

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Per concludere, vorrei anche citare un cartello che ho visto più volte per le strade del paese che recita « România merita mai mult în Europa ».

È lo slogan desolante del Partito Social Democratico (in romeno: Partidul Social Democrat, PSD) è un partito politico rumeno di centro-sinistra fondato nel 2001 a seguito della confluenza di due distinti soggetti politici: il Partito della Democrazia Sociale di Romania (Partidul Democrației Sociale din România, PDSR) e il Partito Social Democratico Romeno (Partidul Social Democrat Român, PSDR). Una sorta di PD locale. Dallo slogan appare un approccio decisamente nazionalista per cui il partito ha rischiato l’espulsione dal PSE.

L’Europa attuale non solo sta creando un continente a 2 velocità, ma sta anche spaccando le stesse nazioni al loro interno, fra centri urbani ricchi (con periferie disastrate) e zone rurali sempre più povere, dove la povertà si misura con la mancanza o l’accesso limitato ai servizi di base. Un chiaro segno di uno dei problemi che assilla nel loro essere europei i paesi di quello che fu il blocco sovietico, ovvero il bisogno, prima di acquisire coscienza dell’importanza di essere parte della comunità, di riacquistare una loro identità nazionale che è mal cresciuta e spesso malintesa spesso per le mere questioni economiche sopra citate, che fanno temere a quelle popolazioni di essere considerate poco più di un protettorato UE.

Comunque alla fine di questo viaggio, e quale ultima considerazione, nella speranza di non  deludere i miei compatrioti, debbo confessare che non ho visto neanche uno “zingaro”, ho trovato gente accogliente e disponibile, il che è una speranza per la coesione europea futura.

Fabrizio Botta

Foto inedite © Fabrizio Botta

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