Elezioni europee: Andare al voto e ridare futuro all’Europa.

Il primo dato da seguire con estrema attenzione di queste elezioni europee è quello dell’astensione, scrive Alberto Toscano. L’affluenza alle urne nell’insieme dell’Unione a 27 (lasciamo stare la Gran Bretagna della Brexit, dove questa consultazione è solo una dispendiosa buffonata) sarà un indicatore della credibilità delle istituzioni comunitarie. Si vota per il Parlamento europeo e – se l’affluenza alle urne continuerà a scendere – vorrà dire molto, semplicemente che la gente crede sempre meno al Parlamento europeo. Se l’Europa c’è, deve battere un colpo. E quel colpo si percepisce anche in termini di affluenza ai seggi. Prima ancora di votare con le mani, gli europei voteranno con i piedi. E questo « voto coi piedi » conterà davvero. Il crollo dei votanti sarebbe un pessimo segnale.

Altritaliani Alberto Toscano

 

Ma quand’anche gli elettori aumentassero, l’Europa potrebbe uscire con molte ammaccature da questa importante e delicatissima tornata elettorale. Le considerazioni di politica interna sono infatti in primo piano a scapito di quelle di politica europea. Questo non è un bel segnale. Più che domandarsi se occorra o no un migliore coordinamento delle politiche fiscali (per evitare frequenti e talvolta indecenti fenomeni di concorrenza sleale tra gli Stati dell’Unione) o come giungere a una vera politica estera comune o come favorire gli investimenti nelle infrastrutture di domani, i cittadini dei 27 sembrano partecipare a un maxi-sondaggio sulla popolarità dei partiti politici nazionali.

Il caso dell’Italia è davvero curioso. Due formazioni al governo da un anno – Lega e Movimento 5 Stelle – polemizzano vivacemente tra loro alla vigilia del voto, come se non facessero parte della stessa maggioranza e come se non dovessero render conto ai cittadini di ciò che – rispetto all’Europa – hanno fatto insieme durante gli ultimi dodici mesi. Non solo siamo in presenza di un dirottamento delle elezioni verso temi di politica interna italiana, ma addirittura si tenta di evitare il confronto maggioranza-opposizioni e di spingere l’elettore a scegliere tra l’uno e l’altro dei partiti che pilotano il Paese dal giugno 2018.
Anche il caso francese è singolare. In un’elezione alla proporzionale, in cui non è decisivo sapere chi arriva primo e chi secondo, due partiti tentano di concentrare su di sé l’intera attenzione dell’opinione pubblica, come se fossero i soli protagonisti di un duello d’altri tempi.

Alberto Toscano Altritaliani

Certo non è la prima volta che elezioni europee sono dominate da considerazioni interne di ogni Paese membro. Ma si poteva (e si può ancora) sperare in un diverso sviluppo. Invece oggi constatiamo che noi europei abbiamo difficoltà a sentirsi davvero membri di uno spazio comune. A sentirci tutti insieme europei. Profondamente europei. Diciannove Paesi hanno la moneta unica eppure stentano ad avere percezioni comuni. L’Europa è una costruzione bella e incompleta. Anche la moneta unica resta una costruzione incompleta. Non possiamo (per fortuna) tornare indietro, ma non riusciamo neppure a trovare l’energia per andare avanti. Oggi in Europa c’è come un muro tra le nostre istituzioni, che hanno fatto passi in avanti sulla via dell’integrazione, e le mentalità dei nostri popoli, che sembrano sempre più cercare sicurezza nel guscio nazionale.

E’ stato così anche in passato, fin da quando nel 1979 siamo andati alle urne per eleggere per la prima volta il Parlamento comunitario. Ma adesso l’ipoteca nazionale sulle politiche europee sembra ancor più pesante. I francesi si sentono sempre più francesi e dibattono su come rafforzare le loro frontiere. Gli italiani si sentono a loro volta sempre più italiani, mentre il loro governo predica da un anno sfiducia verso i principali partners dell’Unione oltre che verso Bruxelles. Le coscienze dei cittadini europei sono state « nazionalizzate », in un mondo in cui il nazionalismo non porta nulla di buono. Persino (e questo è proprio il colmo) Paesi che hanno ricevuto ogni forma d’aiuto e vagoni di quattrini dall’Unione europea (come la Polonia e l’Ungheria) hanno la sfacciataggine di sbattere la porta agli altri su questioni importanti come quella migratoria. Il risultato è che queste elezioni avvengono in un clima estremamente condizionato da polemiche politiche nazionali e carico di energie negative d’ogni genere, soprattutto verso le istituzioni comunitarie.

Una propaganda spesso riduttiva, imprecisa e banale – incoraggiata da molto di quel che cresce e si agita nella sterminata prateria di internet – adora accusare di ogni male quell’integrazione europea che ci ha invece regalato il più lungo periodo di pace della nostra storia, che ci ha aiutati nel nostro comune sviluppo e che ci ha comunque permesso di uscire in piedi da una crisi economica pericolosissima come quella cominciata nel 2008.

Ma qui c’è un paradosso. Le critiche aprioristiche, ideologiche e faziose contro l’Europa sono così esagerate da permettere alla tecnocrazia europea di sfuggire a contestazioni ben più serie e concrete nei confronti del suo operato degli ultimi anni. Ben diversa sarebbe questa campagna elettorale se – invece di fare un discorso « teologico » sul sì ol no all’Europa – si focalizzasse sugli sbagli che la Commissione di Bruxelles ha fatto nell’interpretare le regole relative al deficit, nell’ostacolare (talvolta dando l’impressione di usare due pesi e due misure a seconda degli Stati) salvataggi industriali o bancari, nel rivelarsi incapace di far rispettare le intese sul ricollocamento dei migranti e così via.

La Commissione uscente non verrà certo rimpianta dagli abitanti dell’Unione. La tecnocrazia europea si è rivelata insensibile a molti problemi umani – oltre che politici ed economici – dei cittadini dei 27 Paesi. Una casta di persone che si credono geniali ha capito certe cose, ma ne ha sottovalutata una fondamentale : nella cornice dell’Unione c’è mezzo miliardo di esseri umani, che vogliono e devono sentirsi presi sul serio ; sentirsi rispettati. Il primo compito del prossimo Parlamento europeo e della prossima Commissione europea sarà quello di conquistare fiducia della gente. Cosa difficile, visto che – come recita un proverbio – la fiducia si accumula a gocce e si perde a litri. Non sarà una scommessa facile.

Chi impersonerà questa scommessa ? Tra i problemi di questa Europa zoppa c’è il fatto che il Parlamento eletto il 26 maggio dovrà fare i conti con la grande partita a poker che gli Stati giocheranno a partire dal 27 maggio. La volta scorsa, proprio per dare una sensazione di sviluppo delle istituzioni in senso democratico, si decise che il candidato del principale gruppo politico europeo sarebbe diventato presidente della Commissione. Stavolta molto probabilmente le cose andranno in modo diverso. Il candidato dei Popolari, il tedesco Manfred Weber, ha in realtà poche chances di ottenere l’accordo degli Stati e poi il voto favorevole del Parlamento europeo. Ancora minori chances ha il candidato dei Socialisti, l’olandese Frans Timmermans. Dopo il 26 maggio bisognerà vedere se c’è (e se è davvero solido) l’accordo franco-tedesco per « dare le carte » della partita europea delle grandi nomine. Bisognerà anche vedere se l’Italia, oggi isolata in Europa, riuscirà o no a farsi valere.

Il rischio della confusione esiste ed è un rischio grave perché – per ritrovare fiducia – l’Europa ha bisogno di stabilità. Non è impossibile che all’indomani del 26 maggio si faccia strada per la presidenza della Commissione il nome dell’attuale cancelliera Angela Merkel. E’ comunque probabile che il successore di Juncker arrivi dalla Germania (pur non essendo Weber). In tal caso Macron aumenterebbe le proprie chances di collocare un francese il prossimo autunno sulla fondamentale poltrona di Mario Draghi, l’italiano che era succeduto a un altro francese (Jean-Claude Trichet) al timone della BCE. La nomina di un francese non spiacerebbe a Roma, visto che libererebbe un posto di vice-presidente, che andrebbe logicamente a un italiano. La partita delle poltrone includerà ovviamente la presidenza del Parlamento europeo e il posto di responsabile della politica estera (che potrebbe passare da Federica Mogherini a un socialista spagnolo).

Qui però è meglio abbandonare le ipotesi sul negoziato per le poltrone per addentrarsi in quelle sul funzionamento del prossimo Parlamento europeo. Il 26 maggio gli europei sceglieranno il cambiamento ma non lo sconvolgimento degli equilibri dell’assemblea eletta nel 2014. I popolari perderanno seggi, ma resteranno presumibilmente il primo partito. I socialisti ne perderanno ben di più, ma resteranno l’alleato naturale dei popolari. In questo gioco di alleanze tra gruppi all’Europarlamento, un ruolo centrale dovrebbero avere anche due dei gruppi che paiono destinati a rafforzarsi : i liberali (verso cui sembra andare En Marche, forse con l’intenzione di prenderne il controllo) e i Verdi, che vanno a gonfie vele in Germania e che hanno buoni oroscopi in Francia. I Verdi beneficiano sia della popolarità delle tematiche ambientaliste sia dell’indebolimento dei partiti tradizionali in alcuni Paesi come la Francia. Salvo sorprese si rafforzerà anche il gruppo di estrema destra basato sulla coppia franco-italiana Lega-Rassemblement national. Ci sono poi tanti altri dubbi, compreso quello che riguarda la futura collocazione dei 5 Stelle, che nei mesi scorsi hanno tentato la carta (rivelatasi fallimentare) dell’intesa europea con i Gilets gialli francesi. In questo quadro di « cambiamento ma non sconvolgimento » è fondamentale notare che la tradizionale maggioranza Popolari-Socialisti non sarà più sufficiente a dominare i giochi. Ci saranno convergenze più ampie con liberali e Verdi e ci sarà anche una dinamica di maggioranze caso per caso, a seconda degli argomenti trattati dall’Europarlamento.

Altritaliani Alberto toscano

E qui vale la pena di chiudere del tutto la parte sulle previsioni, tornando invece alla considerazione iniziale. E’ importante andare alle urne il 26 maggio. Anzi, è importantissimo. Ognuno ha diritto di pensare quel che vuole dell’Europa, ma tutti devono sapere che niente cambierà in meglio se l’Europa continuerà a perdere credibilità. Quella credibilità dipende anche da noi e dalla nostra passeggiata domenicale verso il seggio. Se vogliamo migliorare le cose e se al tempo stesso vogliamo aumentare il controllo democratico sull’apparato della burocrazia comunitaria, è indispensabile rafforzare la dignità dell’istanza democratica che ci rappresenta tutti, ossia del Parlamento europeo. Non andare alle urne significa rinunciare a un proprio diritto e rinunciare a migliorare le cose. E’ sciocco rifiutare la democrazia e poi andare a protestare per chiederne di più. Cominciamo con usare bene la democrazia che abbiamo, la cui forza dipende anche da noi.

Alberto Toscano

1 COMMENTAIRE

  1. La passeggiata al seggio la farò molto volentieri. Anzi, ne farò due, visto che in Francia abbiamo la possibilità di votare venerdì o sabato, e sarà interessante verificare l’affluenza ai seggi. Personalmente credo che ci sarà un incremento del numero di votanti, soprattutto per quanto riguarda i giovani. Ma proprio per questo, detto che condivido in buona parte analisi e prospettive politiche esposte nell’articolo, ritengo che il primo sforzo del nuovo parlamento dovrebbe essere quello di ridare entusiasmo e spinta al progetto complessivo di integrazione europea. In mancanza di leader carismatici che sappiano parlare al cuore dei cittadini europei (e non solo alle loro « pance »), credo che occorra da una parte fare maggiore attenzione agli aspetti quotidiani e che incidono significativamente sulla vita dei cittadini (perchè non esistono un passaporto ed una patente di guida europei? perchè non si completa finalmente l’equiparazione dei titoli di studio?..) e dall’altra rilanciare « l’utopia » degli Stati Uniti d’Europa, che terrorizza ogni politico di professione ma che imporrebbe di nuovo (e finalmente) la necessità di proporre una prospettiva di medio/lungo termine, non di una semplice gestione amministrativa che ha contribuito non poco all’immagine di una tecnocrazia bruxellese china sul proprio ombelico. In definitiva, continuando con i detti popolari, penso che comunque faccia sempre più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce. La stragrande maggioranza dei cittadini europei si identifica ormai con l’idea e la realtà di un continente almeno in parte unificato. Ci sono ancora tantissimi ostacoli e difficoltà da superare, ma riuscite ad immaginare una persona della generazione Erasmus che torni davvero a desiderare dogane, frontiere, documenti e valute differenti ogni qualvolta si sposta? Sarò un inguaribile ottimista, ma credo che la gente sia meno stupida di quello che talvolta sembra dai messaggi passati dai media. Peccato non riuscire ad evitare l’indecente spettacolo delle elezioni britanniche e del probabile successo del brexit party. Alla fine, comunque, vedremo quale sarà la vera consistenza dell' »invasione » di questi sovranisti in parlamento. Bon courage !

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