Quel non formidabile Mondiale del ’90.

Trent’anni dai Mondiali di Italia ’90. Per chi allora era bambino o adolescente, un ricordo indelebile. Per me no. Noi, nati negli anni Sessanta, allora avevamo vent’anni o poco più; e come Paul Nizan, non permetteremo a nessuno di dire che quella è la più bella età della vita. Italia ’90 è, ai miei occhi, un prodotto scaduto. Studente eternamente fuori corso, anziano ridicolmente travestito da giovane, che corre per darsi arie sportive, e gridando “impossible is nothing” si fa cadere la dentiera. Un uomo che arriva alla stazione, ma il treno è già partito e non ce ne saranno mai più altri. Il soldato di Faulkner che torna dalla guerra con occhio giallo e deluso.

Ciao, la mascotte di Italia ’90

Il mondo di Italia ’90 era ancora, in apparenza, quello terribile e meraviglioso del Novecento. Ma in realtà era svuotato, incrinato, sopravvissuto inutilmente. La continuazione degli anni Ottanta con altri mezzi. Il PCI al capezzale del comunismo morente (almeno nella sua forma storica di socialismo reale), con Gorbačëv curatore fallimentare, dopo la fase di mummificazione senile di Andropov e Černenko. La DC senza democrazia e senza Cristo, potenti con buon senso da tinello: infiniti Mastella, a perdita d’occhio. Il Partito Socialista con occhiaie e mal di testa, l’anima in disparte, come al mattino dopo una notte di bagordi. (Quella notte erano stati gli anni Ottanta, e ora la coperta era gelata e l’estate finita). Il Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini con impermeabile e Ray-Ban, fascista a sua insaputa. Pino Rauti (versione tascabile di Julius Evola) che dopo pranzo filava a farsi un pisolino nella penombra, sognando gli arditi che si lanciano oltre l’infinito. Cossiga che ancora non dà di matto, e un Cossiga che non dà di matto, lo vedete anche voi che non va bene. L’abuso della cosa pubblica per comprare il consenso. L’evasione fiscale come status symbol (“tu quanto paghi?”).

Le università a sfornare di manica larghissima lauree in gran parte prive di valore. E quindi a penalizzare, per eterogenesi dei fini, i figli dei poveri; che non possono contare su reti familiari o altri paracaduti sociali. Perché quando la scuola, per fingersi progressista, diventa lassista, preferendo il todos caballeros a studio e coltivazione del talento, ne fa le spese chi solo attraverso la scuola avrebbe potuto migliorare la sua condizione. Il clero il partito il sindacato l’azienda, “non sai chi è suo zio?”. La corruzione trionfante, orgoglio delle famiglie, ideologia dei partiti, religione dello Stato.

Gli stadi di calcio rifatti malissimo, sotto il sorriso splendente di Montezemolo. Spese fuori controllo, progetti mostruosi: lo spettrale e funereo “stadio delle Alpi” a Torino, spalti a distanza siderale dal campo, santuario del nada nostro che sei nei cieli. Lo stadio di Genova, bellissimo prima (certo un po’ da risistemare, come noi del resto), trasformato in una scatola di tonno di regime, e diventato subito vecchio senza essere mai stato giovane. L’inno dei mondiali, con Gianna Nannini, Edoardo Bennato che fa la smorfietta e via con le “notti magiche”. Melassa orripilante, ma forse non tanto quanto la mascotte. Burattino tricolore scoordinato nel gesto, simile a me quando giocavo a calcio e ho detto tutto. L’allenatore della nazionale italiana Azeglio Vicini, brava persona per carità, risorgimentale nella pettinatura, un Carlo Azeglio Ciampi che non ce l’ha fatta. Allenatore che fa giocare cani e porci (senza offesa per i cani né per i porci), tranne il venticinquenne Roberto Mancini, giocatore tra i più grandi della sua generazione, e che in quel mondiale sarebbe stato perfetto. E tranne il formidabile difensore Vierchowod contro l’Argentina (l’unico difensore che Maradona stimava e temeva, e lo sapevano tutti, belli e brutti. Tranne Vicini).

Lo stadio Ferraris di Genova.

Maradona già ormai verso la fine, e ogni volta che finisce Maradona, è il mondo che finisce. Una pietosa Germania campione del mondo di cui nessuno saprebbe dire non dico la formazione, ma forse neppure tre o quattro giocatori (il bravissimo Matthäus, certo, il terzino Brehme, d’accordo, e poi?). In tutto questo, un ricordo tra i tanti: il pubblico dell’Olimpico di Roma che fischia l’inno argentino (italiani brava gente), e Maradona che in risposta sibila il suo hijos de puta. Dopo trent’anni, Diego, oggi si rinnova il tuo labiale: ci sono dei luoghi, dice Céline, da cui non bisognerebbe mai tornare.

Maurizio Puppo

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