Paolo Carnevali: la poesia come senso profondo della vita.

Missione poesia. Dagli anni ottanta Paolo Carnevali spazia tra riviste letterarie, saggi monografici, testi teatrali, traduzioni, ma soprattutto poesia. Una poesia che è come una carta velina che avvolge parole ed immagini. Un poeta onesto e sincero che nella sua clandestinità interiore compone degli acquarelli mentali.

Paolo Carnevali è nato a Bibbiena in provincia di Arezzo nel 1957. Risiede a Londra. E’ poeta e traduttore. La sua tesi di laurea su C. Cassola gli permetterà di stabilire un’amicizia con lo scrittore e l’adesione al movimento per il Disarmo Unilaterale. Ha pubblicato: I Dialoghi di ebe e lio’ per l’editore Lalli, dal cui testo è stata realizzata una pièce teatrale e un saggio monografico (1984); la plaquette poetica Trasparenze per le edizioni Tracce (1987).

Nel 1985 entra nella redazione di Micromacro, periodico di cultura valdarnese. Collabora al Circolo Letterario Semmelweiss di Angelo Australi, organizzando nel 1987 Inventario, convegno nazionale riviste di letteratura, al teatro Garibaldi di Figline. E’ critico musicale e traduttore presso Salisburgo (Austria) ed è giornalista free-lance.

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Paolo è un autore che non conosco personalmente ma che ho avuto il piacere di seguire su Faceboock, questo intrigante quanto invadente mezzo di comunicazione che, se usato con moderazione e scopi benevoli, ha una sua funzione mediatica non indifferente. Un mezzo quindi da non sottovalutare e da non prendere alla leggera.

Paolo mi è sembrato da subito una persona aperta, un poeta sincero ed è per questo che ho pensato di chiedergli qualche suo testo da proporre ai lettori di Missione poesia. I testi che mi ha mandato fanno parte della plaquette Trasparenze (Tracce, 1987): l’autore mi ha infatti confermato che al momento si sta occupando di traduzioni letterarie.

La cosa incredibile – che conferma il mio pensiero su di lui – è che questi testi, oltre che da alcuni ritagli di articoli comparsi su riviste a commento del suo lavoro, sono accompagnati da una lettera scritta a mano. Erano anni che non vedevo qualcosa del genere. L’ultimo e unico pezzo scritto a mano, penso da dieci anni a questa parte – l’ho ricevuto e lo conservo come una reliquia – risale all’anno scorso quando ricevetti una nota di recensione al mio libro Incontri e Incantamenti scritta dal prof. Barberi Squarotti. Dunque, Carnevali è poeta che scrive ancora a mano le sue poesie, i suoi testi? Questo non lo so, non glielo chiederò nemmeno, lascio al lettore l’idea di immaginarselo con carta e penna a riempire di versi quello spazio bianco del cuore, quella dimensione dell’anima che porta alla composizione poetica.

Certo è che lui stesso afferma:

“Il mio rapporto con la poesia nasce da qualsiasi sentimento che influenzi la coscienza. Uso le parole come velo per immagini, concetti, brevi momenti da fermare: con una varietà di stili e di riprese. Una poesia vissuta alla macchia, in una felice clandestinità. Ricerco le immagini nette e chiare, la dolce vertigine piena di strana melanconiosa cantabilità. Io li chiamo: acquarelli mentali da scrivere. Arriva un momento nella vita, in cui il desiderio di scrivere è riuscire ad infondere i gesti quotidiani, anche i più banali che offrono il senso profondo della vita, il raccontare la umanità normale. Il motivo della vita nel suo fluire sotto la soglia della coscienza pratica. Perché l’ emozione poetica appartiene alla coscienza subliminale. Una poesia deve essere scritta con l’immaginazione del momento privilegiato in cui prevale la coscienza interiore. Però è anche vero che la poesia è questione di attimi e spesso ho creduto che per ritrovare il tempo sia necessario il racconto. Perché il tempo equivale a dare il senso all’ esistenza. Ho sempre pensato che siano sufficienti poche frasi per dare il senso all’ esistenza, ogni particolare aggiunto è inutile; tanto che quando incominciai a scrivere i miei primi racconti: erano di poche righe, simili a poesie, secchi, al punto che smisi di scrivere.”

POESIE

Ieri, quando parlavo con te

abbassavi lo sguardo,

forse avevi paura

di pungermi

di farmi sentire

un po’ strano.

Certo che ti ho pensata molto

camminando verso casa,

tra le nuvolette

argentate di fiato

del primo mattino.

Ed ero felice

nel ricostruire

il sorriso dolce del sud

che traspariva

dal tuo viso.

*****

Sono uscito

gialle foglie

attorno.

Questa notte

ci sarà la luna.

Una notte pulita.

Domani sarà

come scivolare

su una foglia

sudicia e viscida.

Il mio sguardo

vitreo e freddo

come un click

fotografico.

****

Tutte quelle luci

tutti quei corpi

il vento che passa

tutto che corre via.

Soffermo lo sguardo:

“vietato chiamarsi”

arrendersi all’attimo

al tempo senza tempo

al tempo che corre

che corre via

e lascia nude le cose

aride di immagini.

Solo la mia figura

in mezzo a tanta gente.

Nella lettera che mi ha inviato Paolo Carnevali parla della poesia come di “[…]una malattia privata…(che ha per compito) l’insegnamento appassionato del reale”. Queste due indicazioni mi sono piaciute. Mi hanno dato il senso della dimensione poetica dell’autore, del suo aver declinato la poesia in due direzioni ben precise: una che parte dall’esperienza privata, da una sensazione che diventa quasi fobia: la necessità di scrivere in poesia è una malattia dell’animo, una malattia la cui cura sta nello sviluppo della malattia stessa, che diventa l’arte di scrivere, l’ossessione che si perpetua nei versi, nell’andare a capo necessario al poeta. Dall’altra parte il compito, il ruolo previsto e pensato della poesia: l’insegnamento appassionato del reale, la spiegazione della vita nelle sue verità, senza menzogne, senza artifici dettati dall’ipocrisia. C’è del vero in questa visione, lo condivido appieno: la poesia non può essere menzogna ed è necessaria al poeta, come l’aria stessa, per vivere.

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Trovo quindi, nella dichiarazione di poetica di Carnevali, e in molti dei testi che mi ha inviato, la conferma di pensieri raccolti nel girovagare letterario tra molte poetiche di autori del nostro ‘900 (Saba, Gatto, Caproni, lo stesso Pascoli) evidente segno di frequentazioni e letture importanti e formative per l’autore. Certo è che la critica, in relazione alla forma stilistica, all’uscita di questa raccolta parlò anche di un certo “rapporto con la lontana esperienza ermetica” (Attilio Lollini, ne “Il Manifesto” del 22 novembre 1988) o di “forma asciutta e calibrata, parsimonia delle immagini e delle metafore, uso attento ed equilibrato di assintattismi e interpunzione libera” (Gabriele Ghiandoni, nel “Corriere Adriatico” del 13 giugno del 1990, riprendendo l’introduzione al libro di Ubaldo Giacomucci). Ma qui, quello che interessa, a mio modo di vedere la poesia, sono le intenzioni del poeta che restano, come da lui stesso affermato, se pur a volte sono illusorie, “quelle di essere onesti con le nostre aspirazioni ideali”.

Concluderei questo articolo proponendo la lettura di altri testi per dare al lettore la possibilità di conoscere meglio il poeta proposto:

Mi ricordo parlammo di gatti,

del tramonto, di un luna park,

come in un fumetto a colori,

come due bimbi per mano.

Si può rinascere per caso

semplicemente guardandoti,

come quei fiori

che nascono ovunque.

E come nei sogni,

immaginare una fiaba:

Roma nei tuoi occhi,

era il mondo.

*****

Silenziosi eventi

ricorda la mente

e mente.

E tende le mani

indaffarate a fare
altre cose.

Si sgretola

come un pugno

di tenera sabbia

il sogno.

Non tutto è perduto:

la battaglia continua

anche se seduto

scalcio i sassi

vicino alle mie scarpe.

*****

Cifre si sommano

il doppio è già origine

batte nella notte vuota

rock e coca cola.

Un filo di nebbia:

sarà o è stato

chiederemo increduli.

*****

il vuoto ci ha raggiunto

il colore nero

sembra avere cancellato

i sorrisi.

Finti duri

duttili alle mode

avanzano

con i perché del quando.

Cinzia Demi

P.S. “MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI, il link Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

3 Commentaires

  1. Paolo Carnevali: la poesia come senso profondo della vita.
    Ho conosciuto Carnevali quando scrivevamo entrambi per il periodico culturale Micromacro a Figline Valdarno.Eravamo un folto gruppo di intellettuali uniti dall’interesse per la scrittura.Malgrado il tono simpaticamente strascicato e rifuggente ogni letteraria alterigia, “Trasparenze” ed Tracce è stato recensito da noti e qualificati critici. Quale il mio compito allora? dire che queste poesie sono improntate alla immediatezza.Una scrittura schietta più che ufficiale.Si mostra un po malinconico,ma non intossicato nè portatore di agenti patogeni.Avviene invece che seguendolo si scoprano sentieri disarmati e pacifici,peraltro poco conosciuti,lungo i quali allontanarsi dal “baccano”.Importante è l’uso del plurale.”siamo tutti qui/in un palcoscenico affumicato/…/illuminati e senza risposta/cerchiamo il futuro nelle notti/. Evoca spazi con quel suo gioco nel tenere la voce bassa. E’ cosi che noi abitatori della terra ci potremmo rinnovare.Cedendo in maniera cosciente alla difficoltà di respiro,alle innamorate stanchezze, purchè innamorate siano.Ecco, è sulla linea del calore di una fiamma,elemento di innegabile necessità per tutte le presenze vitali e non solo umane che l’autore registra e lascia udire affermative note individuali.D a trasformare in richiami,in archi da lanciare e agganciare possibilmente su chi passa,sia pure in modo distratto. Questa poesia scopre canali aerei,magnetici,con i quali analizzare contatti fra posizioni di assorto raccoglimento.Vorrebbe,secondo me, sfatare il mito dell’isolamento eroico e,contemporaneamente, il tabù della intangibilità dei solitari.Muovendosi su un sentimento e un’idea per i quali conta, l’afflato creativo che tutti ci avvolge e che fa da modello alle nostre singole creazioni. Quale ad esempio, una buona pagina di poesia.

    Alberta Bigagli
    (da Micromacro periodico culturale)

  2. Paolo Carnevali: la poesia come senso profondo della vita.
    E’ molto intrigante “Missione Poesia”,rubrica curata da Cinzia Demi.Naturalmente ho letto con interesse l’articolo dedicato a Paolo Carnevali e mi rallegro vivamente con lui.A suo tempo ho scritto qualcosa su questo autore,perciò il sapiente articolo della Demi non può che confermarci di un Carnevali che saprà nel tempo incidere e non poco nel panorama della poesia contemporanea.

  3. Paolo Carnevali: la poesia come senso profondo della vita.
    Ho apprezzato e condiviso il bell’articolo e in particolare quel tuo richiamo agli acquarelli mentali poetici,alla trasparenza che per assurdo o magia può formare un pensiero, trasformandosi in parola scritta.La mia poesia evidenzia forme asciutte con l’uso di assintattismi ed interpunzioni libere. Palcoscenici affumicati:avvolti nella carta velina come dici. La trasparente disgregazione dietro il vetro/appannato dai respiri affannosi esiste/:uno sguardo agli eventi e al senso dell’espressione lirica che sembra leggersi attraverso una carta velina che avvolge le parole. Pur spingendo verso una improbabile “trasparenza”,il contesto è opaco e pesante,crea tensioni drammatiche. Non è nichilismo e nemmeno poesia dell’assenza:è poesia della soggettivazione,della resa.Il desiderio è quello di ritrovare una semplicità,una purezza coerente che riporti ad essere nel fare,ad agire senza attendere.Tutto il resto è fuori campo e comunque una trappola per risolvere la nostra/ mia vita in una dipendenza.Una “sorpresa esplosiva/così tanto ossessiva/” è indice di un bisogno rimosso atto ad alimentare lo stupore che ci illude d’essere innocenti e trasparenti.Mentre l’unica trasparenza sarebbe quella di essere onesti con le nostre aspirazioni ideali.

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