Merini e Pasolini, la Poesia oltre la morte

Voglia di accomunarli, perché…

6 anni fa e 40 anni fa, rispettivamente, seppur in circostanze molto diverse, c’han lasciato due tra le migliori voci poetiche del Novecento, ma, forse, di tutti i tempi, MERINI e PASOLINI.

La loro modernità, infatti, nell’esprimersi, nell’antecedere non solo la Poesia, ma anche la Storia, quel loro voler guidarci affettuosamente ma in silenzio, spenti dalla vita e dalla violenza della vita stessa – declinata a più livelli – rimarrà sempre con noi, con chi non vorrà dimenticare di ricordarli, aldilà degli anniversari, autentico patrimonio dell’umanità oltre il tempo, fuori dal tempo.

Ecco allora due piccoli omaggi ‘a quei due’, due loro liriche ad accompagnarci, nella vita di ogni giorno.

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ALDA MERINI

Ti aspetto e ogni giorno

mi spengo poco per volta

e ho dimenticato il tuo volto.

Mi chiedono se la mia disperazione

sia pari alla tua assenza

no, è qualcosa di più:

è un gesto di morte fissa

che non ti so regalare.

.

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PIER PAOLO PASOLINI

La ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,

presi in un giro mai compiuto

d’esperienze così diverse dalle loro,

che sguardo avrebbero negli occhi?

Se fossero lì, mentre voi scrivete

il vostro pezzo, conformisti e barocchi,

o lo passate, a redattori rotti

a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore

antico, quello che come un male

deforma i lineamenti in un biancore

che li annebbia, li allontana dal cuore,

li chiude nel vecchio rifiuto morale.

Madri vili, poverine, preoccupate

che i figli conoscano la viltà

per chiedere un posto, per essere pratici,

per non offendere anime privilegiate,

per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato

con umiltà di bambine, di noi,

un unico, nudo significato,

con anime in cui il mondo è dannato

a non dare né dolore né gioia.

Madri mediocri, che non hanno avuto

per voi mai una parola d’amore,

se non d’un amore sordidamente muto

di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,

impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli

a chinare senza amore la testa,

a trasmettere al loro feto

l’antico, vergognoso segreto

d’accontentarsi dei resti della festa.

Madri servili, che vi hanno insegnato

come il servo può essere felice

odiando chi è, come lui, legato,

come può essere, tradendo, beato,

e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere

quel poco che, borghesi, possiedono,

la normalità e lo stipendio,

quasi con rabbia di chi si vendichi

o sia stretto da un assurdo assedio.

Madri feroci, che vi hanno detto:

Sopravvivete! Pensate a voi!

Non provate mai pietà o rispetto

per nessuno, covate nel petto

la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,

feroci, le vostre povere madri!

Che non hanno vergogna a sapervi

– nel vostro odio – addirittura superbi,

se non è questa che una valle di lacrime.

E’ così che vi appartiene questo mondo:

fatti fratelli nelle opposte passioni,

o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo

a essere diversi: a rispondere

del selvaggio dolore di esser uomini.

Maria Cristina Nascosi Sandri

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