L’Ultimo Sciascia

Dossier «Leonardo Sciascia 30 anni dopo». (Link al nostro “primo piano” che proseguirà alla rentrée).
In occasione dei trent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia, uno degli autori italiani più importanti dei nostri tempi, ritengo doveroso, oltre che significativo, dedicare alcune pagine al ricordo del suo grande e costante impegno letterario, rimasto tale anche negli ultimi e difficili mesi di vita. L’autore siciliano è scomparso all’età di sessantotto anni, il 20 novembre 1989, in seguito ad una lunga e dolorosa malattia ai reni, i cui primi sintomi hanno iniziato a manifestarsi già all’inizio degli anni Ottanta. Nonostante le gravi condizioni di salute non ha tuttavia smesso di scrivere, lasciandoci delle opere finali estremamente significative, profetiche e testamentarie.

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Leonardo Sciascia

Confrontarsi con la fine: “Il cavaliere e la morte”

Nell’estate del 1988, ormai chiaramente malato, si reca insieme alla famiglia in Friuli dai produttori di grappa Nonino, in compagnia dei quali trascorre i mesi estivi. Nella tranquillità della campagna friulana, compone uno dei suoi ultimi e più celebri romanzi: Il cavaliere e la morte; l’idea, già nella sua mente da alcuni mesi, gli era venuta dopo aver ascoltato la storia di un mafioso italo-siciliano, tale Joe Bonanno, ed aveva preso forma davanti all’acquaforte di Dürer, intitolata Il Cavaliere, la morte e il diavolo, di cui possedeva una copia nel proprio studio.

Era stato colpito dalla ‘storia della spazzatura’ di Bonanno, nella quale dei poliziotti erano finiti a ricercare delle prove di colpevolezza per arrestare dei criminali, addirittura nei rifiuti, ed aveva deciso di utilizzarla come punto di partenza per sviluppare la trama del romanzo. Aveva ritenuto infatti appropriato questo racconto poiché metafora calzante della giustizia italiana a lui coeva: è talmente difficile trovare brandelli di verità da finire addirittura per ricercarli nelle immondizie, nell’ultima speranza di trovarne qualche reliquia.

L'Ultimo Sciascia dossier tematico Altritaliani.netLa vicenda, ambientata ‘nel futuro’ 1989, in una città del nord Italia, inizia ad un pranzo di notabili, durante il quale l’avvocato Sandoz riceve un biglietto con su scritto «Ti uccido», inviatogli ‘per scherzo’ dal Presidente Aurispa, apparentemente geloso per la vicinanza fra Sandoz e una bella signora da lui corteggiata;  Sandoz risponde con un ironico «Lo so che tenterai. Ma ci riuscirai?» e il giorno successivo viene trovato assassinato. Un vice commissario di polizia, denominato semplicemente «Il Vice», viene incaricato di svolgere le indagini e, sebbene il crimine sia stato già rivendicato da un gruppo rivoluzionario chiamato «I figli dell’ottantanove», egli è certo della colpevolezza del Presidente Aurispa. Sandoz è stato infatti ucciso, non per rivalità amorosa, ma per celare loschi affari criminali e la sua morte ha permesso la creazione del fittizio gruppo terroristico, utile copertura di futuri crimini mafiosi.

Il Vice è il tipico personaggio sciasciano che si erge a ricercatore di verità, che va contro gli ordini superiori per un bene superiore; ma in questo caso, mai come in precedenza, egli assume delle caratteristiche incredibilmente autobiografiche, tanto da risultare inevitabile un accostamento con lo stesso Sciascia. Con lo scrittore siciliano il protagonista del romanzo condivide una profonda conoscenza letteraria ed artistica, un insano vizio del fumo, e soprattutto una malattia terminale al suo ultimo stadio, un cancro che gli procura indicibili sofferenze. Il Vice è quindi Sciascia, ma non solo, è anche rappresentazione del cavaliere di Dürer presente in quell’incisione tedesca del 1513 che dà titolo al romanzo.

Sciascia possedeva una copia dell’opera nel proprio studio, così come il Vice ne possiede una nel proprio ufficio ed entrambi la contemplano vedendo quel cavaliere, simbolo della ragione e della giustizia, arrancare faticosamente verso una cittadella lontana, visibile ma non raggiungibile, metafora della verità. Il cavaliere è accompagnato nel suo cammino dalla Morte e dal Diavolo; quest’ultimo tuttavia non è presente nel titolo del romanzo poiché è una figura inutile in un mondo in cui il male compete all’uomo. Nell’opera vi è poi una riflessione quasi profetica, la vicinanza alla propria fine porta infatti il Vice/cavaliere/Sciascia a rivolgere un pensiero ai bambini, e al loro amaro destino in un futuro in cui la memoria verrà cancellata dalla televisione, in cui si assisterà ad un’ omologazione di massa «da pollaio» e in cui scompariranno la gioia, la fantasia e quindi la libertà. E quanta verità se si guarda ad oggi, se racchiudiamo nel termine ‘televisione’ anche quello di social media, internet, telefoni cellulari. La conclusione dell’opera è quella tipica sciasciana, ma a darle un significato nuovo è proprio la condizione del protagonista, che non muore, come ci si aspetterebbe, a causa del suo male, ma per un colpo d’arma da fuoco, mentre continua, instancabile, a lavorare sul caso.

Una luce di giustizia e fraternità: la storia mai scritta su Telesio Interlandi

Sciascia torna nella sua Sicilia sul finire dell’estate e, nella tranquillità del proprio studio, riscrive a macchina il racconto, pubblicato pochi mesi dopo dalla casa editrice Adelphi. Nel frattempo continua ad interessarsi di attualità e politica, scrive ancora per alcuni quotidiani nazionali e rilascia varie interviste; fra queste ricordiamo quelle a Domenico Porzio, raccolte nel libro-intervista Fuoco all’anima, iniziate nell’autunno 1988 e terminate poche settimane prima della sua scomparsa. Le sue condizioni di salute peggiorano velocemente e sempre più spesso l’autore si trova costretto in ospedale, dove si sottopone ad inconcludenti visite mediche; nessuno riesce ancora a comprendere la natura del suo male. All’interno di questo scenario continua a scrivere e ad occuparsi di nuovi e vecchi progetti, fra cui un libro intitolato Ore di Spagna, pubblicato durante il suo ultimo inverno, il quale raccoglie alcuni suoi scritti sulla terra iberica insieme a delle fotografie dell’amico e fotografo Ferdinando Scianna.

Il progetto che più lo appassiona è però un libro su Telesio Interlandi, rimasto a lungo nella sua mente e che era arrivato il momento di scrivere. La vicenda, ambientata durante la fine del secondo conflitto mondiale, era realmente accaduta a due famiglie, quella del direttore de Il manifesto della razza Telesio Interlandi e quella antifascista dell’avvocato Enzo Paroli. Nel 1945 Telesio viene arrestato e imprigionato dai partigiani insieme al figlio Cesare, tuttavia, mentre quest’ultimo viene rilasciato a causa delle sue condizioni di salute, per Interlandi padre la pena capitale è quasi certa; uno scambio di persona porta però al suo erroneo quanto salvifico rilascio e Telesio si trova libero. Nella paura di essere riconosciuto e nuovamente imprigionato, chiede aiuto all’avvocato Paroli, il quale decide di nascondere tutta la famiglia Interlandi nella propria casa, nella quale conviveranno per nove mesi. Due famiglie una socialista e una fascista, o forse solamente ‘due famiglie’, erano riuscite ad andare oltre le barriere ideologiche, diventando testimonianza di rispetto e umanità.  La vicenda è chiaramente meravigliosa, meravigliosa come possono esserlo solo le storie di fratellanza e giustizia, tanto nella misura in cui sono rare; il coraggio dell’avvocato Paroli aveva colpito moltissimo Sciascia, il quale sembrava finalmente aver trovato una storia di luce fra tante di oscurità.

Negli ultimi mesi del 1988 inizia a raccogliere il materiale necessario, entra in contatto con Interlandi figlio e nel febbraio successivo si reca a Brescia da Stefano Paroli per ascoltare direttamente la storia coraggiosa del padre. Il libro tanto sentito e voluto non vedrà mai la luce. Nell’aprile 1989 inizia infatti il vero calvario per lo scrittore, il quale viene ricoverato nella clinica Città di Milano dove riceve finalmente la diagnosi definitiva, che conferma la gravità del male. La famiglia è sconvolta dal dolore.

Dopo un breve ritorno in Sicilia, per le festività pasquali, si stabilisce insieme alla moglie nel capoluogo lombardo, dove trascorre i mesi estivi nell’appartamento in via Solferino messogli a disposizione dalla famiglia Sellerio. Le sue giornate si dividono fra  dialisi, cure ospedaliere e visite di amici e collaboratori, utili a spezzare la difficile routine; ma è l’attività letteraria l’unica a donargli davvero l’illusione del sollievo, per questo motivo continua instancabilmente a scrivere, a pensare di scrivere.

L’ultimo libro: “Una storia semplice”

Fra i molti progetti editoriali che prendono forma nella sua mente riesce a mettere nero su bianco un ultimo romanzo giallo, Una storia semplice, scritto in una ventina di giorni fra Milano e Palermo.

Leonardo Sciascia 30 anni dopoLa storia, che di semplice ha solo il titolo, inizia con una misteriosa telefonata al commissariato di polizia da parte di un ex diplomatico, Giorgio Roncella, il quale, tornando dopo molto tempo nella sua casa di campagna, ha scoperto una ‘cosa’ che lo ha allarmato molto e che desidera far vedere alla polizia. Quest’ultima tuttavia, non ritenendo la questione urgente, giunge sul luogo solamente la mattina seguente, scoprendo il corpo ormai esanime del Roncella. Anche se inizialmente si pensa all’ipotesi del suicidio, l’ex diplomatico è stato ucciso per celare il furto di un prestigioso quadro, nascosto nella sua residenza di campagna, ritenuta ormai disabitata. A dipanare l’intricata matassa della verità è questa volta un giovane e intuitivo brigadiere, il quale – grazie anche all’aiuto dell’amico del Roncella, il professore Carmelo Franzò – riesce ad individuare i responsabili del crimine, fra cui lo stesso commissario della polizia. Fra i colpevoli vi è anche don Cricco, un parroco che insieme ad altri malviventi si macchia dell’omicidio di altre due persone nel tentativo di nascondere il dipinto nel casello ferroviario della stazione di Monterosso.

Anche in questo racconto, come nel precedente Il cavaliere e la morte, è presente una forte componente autobiografica; questa volta Sciascia non si identifica tanto con il giovane brigadiere quanto con l’anziano e saggio professor Franzò, che come lui e il Vice è affetto da un male incurabile e tanto doloroso da fargli concepire la morte come «ultima speranza». L’opera è anche un’amara riflessione finale sulla giustizia e sul potere volta ad evidenziare i sempre più stretti legami fra criminalità, stato e chiesa. La vicenda dell’uomo ‘della Volvo’, testimone inconsapevole alla stazione di Monterosso di furto e omicidio, che si presenta alla polizia per aiutare nelle indagini e finisce invece in carcere, viene poi inserita nel racconto allo scopo di mostrare l’inefficienza della giustizia, che spaventa i cittadini portandoli a preferire l’indifferenza e l’omertà.

È il finale del romanzo tuttavia a meritare la completa attenzione del lettore, il quale inaspettatamente si trova di fronte a chiare colpe e chiari colpevoli e ad un protagonista che non soccombe. Al contrario di altri personaggi sciasciani, uccisi nel tentativo di toccare una verità irraggiungibile, quasi come in un’eterna raffigurazione della creazione d’Adamo di Michelangelo, il Brigadiere ‘si fa furbo’ e sceglie, uccidendo il commissario, di non pagare con la vita il prezzo della verità raggiunta, la quale verrà comunque nascosta, nuovamente sotterrata da chi detiene il vero potere.

Il libro esce il 20 novembre, giorno della morte di Sciascia, pubblicato dalla casa editrice Adelphi. Gli ultimi mesi di vita sono i più dolorosi, per lui, per la famiglia, per tutti coloro che gli vogliono bene. Ormai troppo stanco e malato per recarsi in ospedale, l’autore continua a sottoporsi alla dialisi a casa, nell’appartamento palermitano che diviene meta di un continuo ‘pellegrinaggio’ di amici e autorità, che giungono per dargli un ultimo saluto. Non riesce quasi più a camminare, ha gravi problemi di vista ma continua ad occuparsi di letteratura. A settembre esce per Adelphi il libro-dizionario Alfabeto pirandelliano, un volume che riprende e amplia quello del 1986 (Pirandello dalla A alla Z) e conferma il grande interesse e il rapporto ‘filiale’ nutrito nei confronti dell’autore agrigentino. Nel mese di novembre la casa editrice Sellerio pubblica la raccolta Fatti diversi di storia letteraria e civile che racchiude saggi ed articoli su varie tematiche; l’opera viene realizzata grazie all’aiuto di alcuni amici ed è l’ultima che l’autore riesce a vedere terminata.

Gli articoli usciti postumi: “A futura memoria”

L'Ultimo Sciascia dossier AltritalianiEsce postuma nel dicembre dello stesso anno la raccolta A futura memoria (se la memoria ha un futuro), pubblicata da Bompiani e fortemente voluta da Mario Andreose ed Elisabetta Sgarbi, che propongono a Sciascia il progetto durante il suo ultimo soggiorno milanese. Il libro raccoglie gli articoli più significativi e discussi della sua carriera giornalistica, da lui scelti e selezionati, in cui analizza con fermezza e lucidità la società che lo circonda. Un’opera finale, estremamente sciasciana, pericolosamente realistica e profetica. Riesce a vederne solamente la copertina, la mattina della sua scomparsa. L’autore si spegne il 20 novembre, nel suo appartamento palermitano, non nel sonno, come aveva sempre temuto, ma da sveglio, come aveva invece sempre desiderato.

La sua opera rimane ad oggi fra quelle che meglio testimoniano  l’impegno civile e politico della letteratura ed il ruolo che gli scrittori rivestono, e devono rivestire, nel portare alla luce verità e realtà troppo spesso nascoste. La libertà della scrittura, la sua unicità, deve essere lontana dall’omologazione e dall’opportunismo; e lo scrittore, il giornalista, il politico ed anche il semplice cittadino non devono temere di andare controcorrente, di uscire dalla ‘comodità’ della maggioranza, di contraddire e contraddirsi e quindi crescere. Tutto questo Sciascia ha sempre sostenuto, con i propri libri, con la propria vita. Anche nell’ultimo e più doloroso periodo, quando ancora imperversava la bufera per il caso «i professionisti dell’antimafia» e si trovava, come tutti ci troveremo, a fare i conti con la vita e le sue delusioni, non ha mai perso quella determinazione che rende uno scrittore tale.

Molti anni prima durante un’intervista aveva affermato: «vorrei raccontare il morire, la morte come esperienza»; proprio per questa ragione, probabilmente, decide di tornare – dopo quattordici anni – al genere giallo, che meglio si presta a tale indagine. La curiosità intellettuale nei confronti della propria morte lo porta a comporre due polizieschi ricchi di elementi autobiografici in cui tenta un’ultima volta di «scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia». Tale frase, di Friedrich Dürrenmatt, viene inserita  nel suo ultimo romanzo Una storia semplice, testimoniando ancora una volta, come direbbe Moravia, l’ottimismo della sua scrittura. Ed è forse proprio questo il suo messaggio ultimo: non smettere mai di cercare, di scandagliare la realtà, di separare bene e male. E in quest’ottica appare più chiaro  anche l’entusiasmo dell’autore per il progetto editoriale sulla vicenda  Interlandi-Paroli: una vicenda che, mi piace pensare, avrebbe coronato i suoi numerosi sforzi nel cercare esempi (troppo rari) di giustizia.

Gloria Calzoni

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