L’idea di Pinocchio, una bambola parlante del 1862 ?

Come evento conclusivo del semestre di manifestazioni culturali dedicate a Expo 2015, la Biblioteca del Palazzo Sormani di Milano ospita fino alla fine dell’anno “Infinito Pinocchio”, una mostra omaggio al mitico burattino di Carlo Collodi. Da più di 130 anni Pinocchio e le sue avventure appassionano generazioni di lettori di ogni età. Una favola che rimane con la “Divina Commedia” ed il “Principe” di Machiavelli il testo della letteratura italiana più letto e tradotto al mondo.

La favola di Pinocchio da 134 anni ci affascina.

Ci viene presentata più e più volte con sempre nuovi risvolti. Come diceva Italo Calvino: La sua fama è estesa a tutto il pianeta ed a tutti gli idiomi. Ha la capacità di sopravvivere indenne ai mutamenti del gusto, delle mode, dei linguaggi, del costume, senza mai conoscere periodi d’eclisse e d’oblìo (Saggi 1945-1985, Mondadori, Milano).

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Questa volta è il Palazzo Sormani di Milano a riproporla in una mostra che si chiamaINFINITO PINOCCHIO” e che è stata inaugurata il 17 ottobre, a cura di Matteo Luteriani e Luigi Sansone. Sarà aperta da lunedì e venerdì fino alla fine del mese di dicembre. Vi hanno collaborato numerosi Enti tra cui l’Unesco e la fondazione Collodi e si avvale dell’editrice Luni.

Scenografico il suo ingresso: la bocca della balena si apre sulla strada con dentro tutte le fantastiche immagini dal Gatto alla Volpe (le insidie nascoste), Mangiafuoco (la tentazione del gioco e del diletto), la Fata dai capelli turchini (che fa muovere tutti i fili del romanzo), la Balena (il ventre del mondo che ingoia e distrugge), gli Assassini (oggi tornati prepotentemente di moda) e così via.

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Il visitatore si troverà davanti ad una vastissima panoramica delle illustrazioni e dei moltissimi libri sul burattino, raccolte pregiate, com’è naturale che sia, dai più antichi: Giornale per i bambini del 1881, fino ai più sofisticati, compreso uno in dialetto meneghino (Le avventure di Pinocchio di Alfredo Ferri, ed. Luni p.352).

Ma quello che appare più sorprendente è un rarissimo racconto francese del 1862, di novanta pagine, del libraio François Janet, dal titolo La bambola parlante che sembra essere stata l’anteprima di Pinocchio. Si ricorda infatti che la I edizione della fortunata favola fu del 1883, quando ancora Collodi era in vita, curata da Enrico Mazzanti per il libraio fiorentino Felice Paggi.

Quindi, riprodotta da Luni con traduzione francese a fronte, una Pinocchia precedente, con abitudini diverse da quelle dell’illustre burattino che dice cose sagge proprio in funzione pedagogica!

Solo quattro copie di tale antico testo: La Poupée parlante, un’edizione molto ridotta che Collodi avrebbe potuto vedere e da cui, forse, lasciarsi suggestionare. Tre sono in mostra, una è alla Bibliothèque nationale de France. E’ una bambola che parla, agisce, pensa, canta, come dice il sottotitolo. Da un’immagine in bianco e nero che appare in uno di questi libri, l’artigiano che l’ha costruita farebbe pensare a Geppetto, nell’atto di guardarla, dopo averla incisa. La bottega appare rudimentale, come quella del falegname con gli arnesi appesi al muro ed uno nella sua mano, appena al termine dell’opera.

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La poupée parlante - La bambola parlante

L’autore francese però è sconosciuto ed il suo libro ignorato. Nè si conoscono le abitudini di Collodi, per poter accreditare questa suggestione dell’imitazione. Sarà una sorpresa che non mancherà di stupire. Si sa soltanto che Collodi, per il suo retroterra culturale, si occupava di critiche teatrali e che aveva tradotto dal francese I racconti delle fate. Niente di più, anche perché dopo la sua morte, nel 1890, i suoi effetti personali andarono distrutti.

Comunque potrebbe esserci stata qualche contaminazione.

Certo, vorremmo sapere se veramente l’idea di costruire un burattino di legno gli sia venuta da quel testo francese che gli è capitato sottomano, o se la fantasia che ha narrato è stata tutta sua ed originale. Ma non lo sapremo mai.

Niente comunque cambierebbe della sua fortuna e del suo successo, perchè le paradossali avventure che ha narrato, hanno sviluppato le fantasie infantili di milioni di bambini nel mondo e, quel che più conta, li ha formati perennemente. Il libro infatti, che inizialmente è uscito a puntate nel supplemento settimanale del quotidiano Fanfulla, sarebbe dovuto finire nella mente di Collodi con la morte del burattino impiccato ad un albero, ma poi furono così forti ed insistenti le proteste dei genitori dei bambini-lettori che l’autore fu quasi obbligato a continuare la storia miscelandola con straordinarie fantasie fino a dargli un fine compiutamente pedagogico: la trasformazione d’un monello capriccioso ed ingenuo in un bambino saggio e volenteroso.

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Il libro è stato, nelle sue molteplici rivisitazioni, trasformato in un best seller dei mass media. Si ricorda a tale proposito la versione di Luigi Comencini, andata in onda nel 1972 per la TV, con Nino Manfredi e la Lollobrigida, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, versione che non esiteremmo a definire delicata e poetica, con una forte impronta di realismo sociale.

Seguì poi, sempre per la Tv, la versione di Roberto Benigni con Nicoletta Braschi nella parte della fata Turchina, iridescente e fantastica nei colori e nelle trovate. Poi fu la volta di Carmelo Bene che sottotitolò le avventure del burattino, fin dal 1999, e ripropose più volte, a lungo, negli anni successivi per Teatro, Rai, Tv con il nome di Spettacolo della Provvidenza, volendo con questo dimostrare come a fondamento della storia non siano solo le avventure divertentissime, ma un piano speculare di contrasti e di fughe che poi si traducono in un provvidenziale programma di crescita.

Per interpretare, in chiave psicanalitica, con Massimo Recalcati, il burattino fugge dal padre tormentato ed incapace che vorrebbe imporgli la sua legge (conflitto generazionale), per poi ritrovarlo ed onorarlo, occupandosi di lui, dopo la mediazione della Fata-madre, presente ed amabile (ricordiamo Le mani della madre, il grande macrosegno del nostro tempo, l’ultimo successo del sociologo) che gli farà, infine accettare la ragione della legge morale.

Gaetanina Sicari Ruffo

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LA GALLERIA FOTOGRAFICA DI Milano.repubblica.it (30 foto)

Mostra Infinito Pinocchio

Biblioteca Comunale Centrale Palazzo Sormani

Via Francesco Sforza, 7

Milano

2 Commentaires

  1. L’idea di Pinocchio, una bambola parlante del 1862 ?
    « Potrebbe esserci stata qualche contaminazione »? Presumo di no. Anzi. Trovo di cattivo gusto insinuare che Collodi, già abbastanza sfortunato nella sua vita, venga oggi accusato di avere letto e magari scopiazzato qualcosa che manco i francesi conoscevano. Un’opera, quella del poupee parlante, piuttosto breve e di ignoto autore e che potrebbe pure essere un falso storico, del resto ne girano diversi in Francia (dovrei iniziare a parlare dei testi di legge creati nel Quattrocento). Per non parlare delle clonazioni, come le fiabe scritte dal nostro Giambattista Basile e presentate da Perrault come sue. L’artista che parla con la propria opera e che desidera da questa una risposta non è una novità e in Italia scene così ne abbiamo visto diverse. Per fare un esempio, restando nella Patria di Collodi, la Toscana, basta ricordare la famosa scena dello scultore nonchè falegname Michelangelo che dopo aver realizzato la statua del Mosè esclamò « perchè non parli » e la colpì con gli strumenti di lavoro. La differenza con Geppetto è che quando quest’ultimo colpisce con l’ascia l’opera, questa gli risponde: « Ahi! Mi hai fatto male! ». Tipico umorismo toscano.

    • L’idea di Pinocchio, una bambola parlante del 1862 ?
      Non è una provocazione,ma un’ipotesi.

      La descrizione della Poupèe parlante del 1862,presente,a scanso di equivoci, nella Bibliothèque nationale de France,non è stata inventata ora per far disgustare qualcuno degli ammiratori di Collodi. All’autore va tutta l’ammirazione dei contemporanei per l’originalità e la grande validità pedagogica della sua opera,come dimostra tutto l’articolo scritto sulla Mostra a Milano.E’ solo una curiosità che non vuol certo mettere in sordina i grandi capolavori italiani e tanto meno sminuirli.

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