Libri. Trieste è (ancora) un’altra in compagnia di Pietro Spirito.

Esiste un antefatto di questo “Gente di Trieste” (Laterza 2021), l’ultima fatica letteraria di Pietro Spirito, che tutto richiama alla mente tranne che il concetto di fatica, tanto leggera e scorrevole è la vena narrativa mischiata a quella saggistica nelle 250 pagine del volume, che si legge ad ampie gradevoli sorsate.

L’antefatto di cui si diceva è un librino assai più smilzo e anch’esso carico di suggestioni, pubblicato dieci anni fa da Polistampa di Firenze, che s’intitolava “Trieste è un’altra” e andava a incasellarsi in quell’autentico, frequentato genere letterario costituito dalle guide più o meno letterarie della città adriatica, in cui sono inscritti – per citare solo i più recenti –i libri di Mauro Covacich (“Trieste sottosopra”, Laterza 2006), di Luigi Nacci (“Trieste selvatica”, Laterza 2019), di Gianni Cimador (“Trieste di carta”, Il Palindromo, 2020).

InTrieste è un’altra (Mauro Pagliai Editore, 2011), quasi a ridosso dell’incipit, Spirito, narrando di un suo prolungato sguardo sulla città dalla posizione panoramica della Napoleonica, scriveva dieci anni or sono: «Non capisco Trieste. è come se a un tratto questo panorama – il centro urbano, le strade, il mare con le navi alla fonda, le alture verdeggianti che fanno da cornice –, si fosse frantumato in tanti pezzi, uno specchio rotto dove il tutto si riflette in mille schegge affilate e sparse, Ecco, ora devo rimettere insieme i pezzi, penso in maniera bizzarra, sollevato dal fatto che questo, in fondo, è un esercizio costante in ogni terra di frontiera». Per ricomporre quei frammenti e darsi quindi una ragione dell’enigma entro cui si aggirava in sella alla sua vecchia e cara Kawasaki 500, lo scrittore accompagnava in quel librino i suoi lettori guidandoli attraverso la città in un giro che poco ha di turistico, o che almeno è dimentico del turismo di massa, interessato come s’è rivelato a raccontare ambienti e luoghi poco frequentati, dall’abbandono del Porto Vecchio al cimitero di Sant’Anna, all’ingresso del quale in un lampo di ironia mutuato da Luigi Nacci, Spirito pensa al monumentale camposanto come il posto più vivo della città.

Dieci anni più tardi, dismessa la gloriosa Kawasaki a vantaggio di una più compassata autovettura, Pietro Spirito ci propone adesso un altro giro della città, che stavolta riguarda di meno il paesaggio e assai di più una nutrita serie di personalità «delle quali si possa avere traccia o memoria in questa città». Un’altra volta, dunque, siamo posti di fronte a uno specchio rotto, ma quello che stavolta siamo chiamati a ricomporre non è una visione panoramica di Trieste, ma piuttosto una galleria di ritratti, fisionomie che, senza alcuna velleità di concorrere all’impossibile definizione di un triestino-tipo, costituisca tuttavia una sorta di De viris illustribus nostrano, che a differenza dei volumi di Cornelio Nepote o di Francesco Petrarca non pare conformarsi ad alcuna sistematicità. Sono difatti presi in considerazione profili di personaggi – in molti casi dimenticati o quasi – assai diversificati tra loro per campo di attività, per epoca storica, persino per appartenenza etnica e culturale, il cui unico tratto comune è costituito dall’aver vissuto in territorio giuliano almeno per un periodo del loro percorso biografico.

Come altre volte accade nelle opere di Spirito, in questo suo “Gente di Trieste” confluiscono e coabitano felicemente tra loro due diverse modalità di scrittura, una di impronta narrativa, l’altra – derivante dal suo lavoro di giornalista – delegata a fornire informazioni per quanto è possibile precise e circostanziate. Nella storia per così dire inventata, il tessuto connettivo delle molte storie  – oltre venti –, prodotte in esito ad accurate ricerche storiche, Spirito mette in scena se stesso, in una sua giornata spesa tutta nel tentativo di raccogliere le idee per scrivere un libro, quello stesso in cui i lettori leggeranno anche di questa sua bizzarra genesi. Girando in lungo e in largo per la città, l’autore è incalzato da una figura femminile misteriosa, celata dietro le iniziali E.B., che di persona o, più spesso, per mezzo del telefonino, gli chiede conto del suo bighellonare, costituendo per lui un inflessibile ed irridente richiamo all’ordine e alla concretezza, mentre per noi che leggiamo divertiti i dialoghi tesi in cui lo scrittore cerca, mistificando leggermente la realtà di quella sua giornata, di fronteggiare come può il perentorio pragmatismo della donna e la sua quieta ma acuminata ironia.

Piero Spirito – foto di Fabio Rinaldi

Ma questa divertita narrazione è, appunto, il tessuto connettivo delle storie “vere” di personalità che, riaffiorando dalla storia più o meno recente e dai diversi contesti sociali e culturali entro cui dovevano agire, vengono chiamati in scena dall’autore. Lungi da costituire un dizionario biografico, le storie individuali sono esposte in un apparente disordine, che accosta numerosi triestini – il più delle volte d’adozione – che nel tempo si sono fatti interpreti e in qualche misura generatori di un divenire storico che lentamente finisce per ricomporre i frammenti di una unitarietà impossibile in questa città borghese e sottoproletaria, colta e ignorante, multilingue e dialettale, aperta e accogliente eppure diffidente nei confronti dei “foresti”.

Su questo territorio perennemente in precario equilibrio anche se apparentemente solido ed affidabile, si alternano, come su un palcoscenico, i personaggi richiamati in vita da Spirito, e sono poeti ed esploratori, scienziati e pittori, imprenditori ed eroi, mecenati e navigatori. Una compagnia eterogenea dunque, che però nella maggioranza dei casi presi in esame è accomunata anche dal perseguimento di un sogno, tenacemente inseguito per anni o per tutta la vita, com’è stato quello della fama letteraria per Italo Svevo, per l’ambizione di qualificarsi come un classico della poesia del Novecento per Umberto Saba, oppure quello dell’astronomo Johann Nepomuk Krieger, impegnato fino alla fine dei suoi giorni a disegnare – a spese del suo patrimonio familiare e della sua salute – una precisa mappatura della superficie lunare.

Anche l’esploratore dell’Artico Carl Weyprecht, altro tedesco di nascita e triestino d’adozione che tra il 1872 e il 1874 capitanò un manipolo composto quasi esclusivamente di triestini, istriani, fiumani e dalmati che tra l’altro scoprirono un arcipelago di 191 isole coperte dai ghiacci che fu battezzato Terra di Francesco Giuseppe, ultimo lembo d’Europa oltre il Circolo polare. Né fu questa avventurosa scoperta il suo unico merito, dato che propugnò in seguito l’avvio di «una collaborazione scientifica mondiale che oggi ha proprio nella città di Trieste uno dei suoi principali punti di riferimento» (p. 9). è soprattutto a causa di tale visione di condivisione nell’ambito della ricerca scientifica che Weyprecht può essere posto in relazione con il lussignano Paolo Budinich, fisico, nostro contemporaneo, ma soprattutto promotore di iniziative di ampio respiro internazionale che si sono concretate in realtà quali il Centro internazionale di Fisica teorica e la Sissa, Scuola Internazionale di Studi Avanzati, che hanno contribuito a fare di Trieste la “città della Scienza”. Altro triestino per modo di dire è l’inventore Josef Ressel, nato in Boemia, geniale, versatile e tormentato talento, che si esercita tanto nella cartografia che nella gestione delle foreste, ma anche nell’invenzione di diversi meccanismi che brevetterà, soprattutto dell’elica per la propulsione delle imbarcazioni, che tuttavia non fu riconosciuta a suo merito, sebbene il suo lavoro e i suoi esperimenti abbiano «contribuito in maniera fondamentale a cambiare la navigazione nel mondo» (p. 161).

Poi ci sono stati – tra gli altri – anche gli eroi, anch’essi fatalmente emblematici della particolarità di una città di frontiera: «Non è facile essere eroi a Trieste. Anche loro, gli eroi, in questa città sono anime senza pace» (p.183). L’istriano Nazario Sauro, nato «in una terra dove gli irredentismi fioriscono come campanule a primavera» (p. 187), poi capitano marittimo, che ritroviamo col grado di tenente di vascello della Marina italiana nel 1915, essendosi riparato in Italia pochi mesi prima dell’entrata in guerra del 24 maggio, quindi la cattura da parte degli austriaci dopo che s’era incagliato il sommergibile su cui era imbarcato, la negazione pervicace della propria identità, che avrebbe implicato quella di suddito austriaco, per sfuggire al capestro e infine, dopo strazianti incontri con la madre e la sorella che fingono di non conoscerlo, l’impiccagione due ore dopo che fu pronunciata la sentenza di condanna. E all’eroe italiano farà seguito di lì a poco, l’eroismo di Zorko Jelininčič, tenace oppositore del fascismo e dell’opera di italianizzazione forzata che il regime aveva messo in atto anche con sistematica violenza alla frontiera orientale. Jelininčič pagherà con tredici anni tra galera e internamenti il fatto di essere stato fra i fondatori del Tigr, organizzazione segreta (l’acronimo è costituito dalle iniziali di Trst, Istra, Gorica e Rijeka, ossia Trieste, Istria, Gorizia e Fiume), prima organizzazione europea di contrasto dei fascismi europei «che sceglie la via della lotta armata unificando la strategia delle azioni da compiere sotto un’unica dirigenza per tutta la regione» (pp. 216-217).

Piazza dell’Unità a Trieste

Impossibile qui dar conto di tutti gli altri personaggi che sono presentati nel libro: basterà dire che ciascuno di essi interpreta il proprio ruolo in un contesto storico col quale si pone in relazione, contribuendo ad edificare l’immagine di quella città composita e sfaccettata al punto di apparire enigmatica e contraddittoria. Con il suo “Gente di Trieste” Spirito si prova a mettere insieme, poco alla volta, i frammenti dello specchio per dar luogo alla ricomposizione di un’immagine plausibile, di come si sia costituita nel tempo, ad opera di tanto eterogenei protagonisti, l’identità più autentica di questa città adescatrice e problematica, il cui fascino tormentato non cessa di trattenere chi vi è nato e di attrarre chi decide di fermarvisi, irretito, più a lungo di quanto inizialmente avesse progettato di fare o, talvolta, per sempre.

Walter Chiereghin
Da Trieste

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