Leggendo Antonio Moresco

Separa i vivi e morti un velo, una pellicola sottile, pronta a venire perforata dai fatti. Più forti ancora, più decisivi degli avvenimenti, sono gli incontri tra gli esseri umani. Scambi di un’intensità ai limiti del sostenibile, e che sullo sfondo hanno scenari altrettanto estremi. È l’incontro tra un clochard e una ragazza bellissima in Fiaba d’amore ; quello tra un uomo e una donna scarnificati, ciascuno in teso contatto con il nucleo della propria più intima libertà interiore, in Gli incendiati ; il progressivo avvicinamento tra un uomo e un misterioso ragazzino ne La lucina.

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Questa la trilogia tradotta in Francia (per i tipi di Verdier, nelle ineccepibili versioni di Laurent Lombard*). Tre libri accomunati dalle loro atmosfere: che sono visionarie, astratte se pure, in impalpabile modo, raccontate nel dettaglio. Paesaggi come vuoti, disincarnati, ma concretissimi, che si impongono attraverso il loro esistere. Impregnati di mondo. Contesti e atmosfere disvelati progressivamente, grazie a pochi tratti capaci, con il loro irrompere, di cambiare tutto. Così come i colpi di scena interni alla narrazione – rapidi, inattesi, magistrali – anche i frangenti vengono montati secondo un andamento progressivo, costante, che poi di colpo vira, fa delle sterzate spostando completamente la percezione del lettore.

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Moresco non fa vedere: è dentro i paesaggi. Non racconta i suoi personaggi: li abita. Grazie a questa totale immanenza del punto di vista, a un’adesione incondizionata dello scrittore alle sue creature e ai loro movimenti (sia consapevoli che incoscienti), tutto in questi romanzi converge verso l’allegoria. Nella misura in cui la realtà viene percepita dal di dentro, si può rinvenire la portata simbolica di quanto è “esterno”. In quanto la non distanza tra narratore e materia narrata coincide asintoticamente con la più assoluta presa di distanza, il dettaglio si fa affresco, e il particolare, spunto di riflessione più vasto. La vita dei vivi tracima verso la “vita dei morti”, e la morte dei morti, verso la morte dei vivi. “Siamo vivi che vogliono diventare morti, o morti che vogliono diventare vivi?” si chiede il protagonista de Gli incendiati. La risposta, se una ce n’è, sta in nient’altro che nella forza dello scrivere: nel potere trasfigurante delle parole.

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Mossa, in evoluzione, è la stessa tensione tra morte e vita: una trazione non solo di natura metafisica, ma vero e proprio dispositivo regolatore del narrare. Dinamica estrema, e che intensifica tutto. La pagina più bella che mai abbia letto su questa idea di osmosi, di vicendevole impregnarsi di vita e morte, è quella di James Joyce nel racconto “I morti” che conclude la raccolta Gente di Dublino. Così scrive Joyce riferendosi al protagonista: “Altre figure erano vicine. La sua anima si era accostata a quella regione dove dimorano le vaste schiere dei morti. Era cosciente, pure non riuscendo a percepirla, della loro esistenza capricciosa e guizzante. La sua identità svaniva in un mondo grigio e inafferrabile: il mondo solido stesso, che quei morti avevano eretto un tempo e in cui avevano vissuto, si dissolveva e dileguava”.

Ecco, è quell’elemento “capriccioso e guizzante” che ho ritrovato in questi tre libri di Moresco. Dove la “vita dei morti” è orizzonte sempre presente: “grigia e inafferrabile”, eppure, con il suo continuo disegnarsi, capace di spostare stati d’animo, pulsioni, traiettorie delle vite dei vivi. Rendere questa idea in letteratura è sfida difficilissima. Da Antonio Moresco vinta, grazie a soluzioni narrative continue e complesse. Lasciando in chi lo legge e si immerge nelle sue atmosfere, l’impronta di un senso di pienezza, una suggestione profonda che come accade con la vera letteratura ha a che fare con un riconoscimento. La Anerkennung di una condizione dello spirito di chi vive e convive con le proprie perdite. Qualcosa che mai si immaginerebbe di riuscire a tradurre in forma di parole. E che invece in questi romanzi di Moresco trova trasfigurazione, offrendo a noi che leggiamo, anche, una misteriosa, nutriente consolazione.

Lisa Ginzburg

* Traduction française des ouvrages d’Antonio Moresco aux éditions Verdier

http://editions-verdier.fr/auteur/antonio-moresco/

  • Fable d’amour
  • La Petite Lumière
  • Les Incendiés

1 COMMENTAIRE

  1. Leggendo Antonio Moresco
    Moresco Gli incendiati, Albinati La scuola cattolica, Ferrante

    Si scrive quando qualcosa ci colpisce in positivo ma anche in negativo. Gli incendiati di Moresco non sono neanche riuscita a leggerlo tutto per una mancanza d’interesse, che cresceva pagina dopo pagina. La sinopsi poteva essere interessante, anche se non pensavo che l’allusione ai denti d’oro fosse cosi banale da riferirsi a una di queste prostitute immigrate.
    Moresco. Ossessionato dai buchi ma piu’ un Houellebecq nostrano che un Miller, questioni di stile. Usa l’italiano in modo noioso e prolisso. Nonostante le frasi brevi, sceglie sempre forme lunghe per esprimersi, evitando artificialmente i pronomi. Peccato, poiche’ sono un raro caso di coincisione nel pensiero italiano. Poi una riflessione sulla schiavitu’, siamo tutti schiavi, lui soprattutto viene da pensare, e poi? Niente. Mi dispiace che sia uno degli autori piu’ in vista in questo momento. Decisamente piu’ interessante La scuola Cattolica di Albinati e anche la stessa Elena Ferrante, la quale, quanto meno, ha un ritmo nello scrivere che puo’ coinvolgere. Dunque sconsigliato.

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