Lavarsi le mani…L’America rivaluta salutari usanze antiche (da Montréal).

Il coronavirus ha reintrodotto in Nord America la paura dei germi e dei virus trasmessici dal denaro, e ha imposto il rispetto dell’alcol disinfettante. Una vera rivoluzione!

“Non è scientificamente provato…” questo è il ragionamento alla base dei pregiudizi moderni contro le credenze antiche. Anche l’ossessione di lavarsi le mani dopo aver toccato i soldi (Ho ancora nelle orecchie la voce di mia madre: “Lavati le mani! Hai toccato i soldi!”) aveva fatto la fine delle sputacchiere e delle sanguisughe: sparita.

Arrivato in Canada, constatai che infermiere e medici non trovavano il tempo di lavarsi le mani tra un paziente e l’altro. A mio figlio neonato tutti infilavano allegramente il dito in bocca. E nello studio medico non c’era neanche un lavandino. Il lavarsi le mani era considerato un gesto artigianale per nulla “tecnologicamente avanzato”. In definitiva: un  gesto retrogrado e primitivo. Degno di noi italiani…

E così io  non raccontai mai a nessuno, per tema di essere preso in giro, che nella mia Italia ci si disinfettava le ferite con l’alcol denaturato e con la tintura di iodio. L’alcol come disinfettante… Altra “superstizione” andata via e che in Nord America ritrovavo solo nei quesiti diretti ad accertare, in giornali e riviste, la pertinacia dei “popular myth”. Perché, così sono considerati nel Nuovo Mondo i frutti della saggezza contadina, le abitudini antiche: superstizioni, usanze non sostenute dalla scienza, concrezioni ataviche che ostacolano il progresso…

Negli articoli scientifici si presentava come una ridicola superstizione anche la terapia delle acque: sì, la cura delle acque termali, acque depurative, vapori, fanghi e inalazioni per curare affezioni cutanee e polmonari, per le quali cure in Italia, quando io la lasciai, pagava ancora la Mutua.

Ma ecco che oggi ci consigliano l’alcol per disinfettarci e ci dicono che  banconote e  monete possono contaminarci. Ci voleva un tremendo morbo per rivalutare certe nostre “ridicole” e in realtà salutari usanze antiche…

Ma la gente continuerà comunque a bere Coca Cola e Pepsi incrementando il diabete, come è successo per i popoli aborigeni del Canada, passati dall’alimentazione arcaica, frutto di pregiudizi, di tabù e di superstizioni secondo gli esperti nordamericani, al ketchup scientifico e progressista e ai barattoli di bevande gassate del trionfante modernismo.

In nome del progresso, abbandoniamo dunque l’ovetto fresco da bere e lo zabaione per bambini anemici (Ve li ricordate questi altri riti antichi dell’affetto familiare?) per le due uova all’occhio con patate fritte, pancetta industriale, ketchup, e pane insapore di farina superaffinata, ingredienti imprescindibili della colazione nordamericana per bambinoni obesi. Facciamoci da parte. Raccogliamo indumenti e vestiti di fibra naturale, riponiamo in cesti di vimini le nostre colazioni al sacco fatte di stufato di maccheroni, di mozzarelle, di polli ruspanti, di fichi, di pesche, di macedonie, di fiaschi di vino rosso, e lasciamo passare il progresso, fatto di fibre sintetiche, di contenitori e bicchieri di styrofoam, e di colazioni “fast food”.

In Nord America, paradossalmente, rimane ancora un ultimo tenace testimone di questo mondo antico, fatto di saggezza popolare, di sistemi artigianali, di rimedi empirici, di ricette della nonna, di conoscenza approfondita dell’anatomia. Esso sorprendentemente non ha fatto la fine della panciera di lana, che invece ci è stata tolta in nome del progresso (Avete mai cercato di procurarvi in farmacia una panciera di lana? Nessuno la conosce più!). Questo testimone muto di un mondo oltrepassato svetta – incongruo per la sua semplicità primitiva – in farmacie nordamericane che nulla hanno delle farmacie, neppure l’odore. Sto parlando dell’amico clistere, che le multinazionali non ci hanno tolto. Non ancora…

Claudio Antonelli (da Montréal – Canada)

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Claudio Antonelli
Claudio Antonelli (cognome originario: Antonaz) è nato a Pisino (Istria), ha trascorso la giovinezza a Napoli, oggi vive a Montréal (Québec, Canada). Bibliotecario, docente, ricercatore, giornalista-scrittore, è in possesso di diverse lauree in Italia e in Canada. Osservatore attento e appassionato dei legami che intercorrono tra la terra di appartenenza e l’identità dell’individuo e dei gruppi, è autore di innumerevoli articoli e di diversi libri sulle comunità di espatriati, sul multiculturalismo, sul mosaico canadese, sul mito dell’America, su Elio Vittorini, sulla lingua italiana, sulla fedeltà alle origini e la realtà dei Giuliano-Dalmati in Canada, sull’identità e l’appartenenza...

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