La scomparsa del filosofo ed urbanista francese Paul Virilio

Gli effetti della crisi della modernità, esplorati dal filosofo ed urbanista francese Paul Virilio di recente scomparso, all’età di 86 anni, preludono alla fine dell’attuale civiltà?

Paul Virilio en novembre 2002 à la Fondation Cartier, à Paris (Daniel Janin / AFP)

Nel Novecento, con la crisi profonda dei valori che ha contraddistinto il nostro tempo, la filosofia ha spesso smarrito la strada delle certezze assolute, per ancorarsi al nichilismo ed al relativismo e seguire rotte alternative come l’esistenzialismo, lo strutturalismo, il costruttivismo, il decostruzionismo, il pragmatismo. Proprio a quest’ultimo prestò la sua attenzione il filosofo, nato a Parigi nel 1932 (di padre italiano), scoprendo che la velocità, quella su cui s’era soffermato Italo Calvino, nelle famose Lezioni Americane, e che aveva considerato come componente fondamentale del progresso, anziché benefica, nuoce alla società  perché esercita un dominio di essa e la rende succube.

Specie nel campo delle telecomunicazioni sono più visibili i guasti di  quella scienza che egli chiama dromologia (dal greco, percorso veloce), perchè le onde elettromagnetiche, superando il limite dello spazio-tempo  locale, hanno un assoluto sopravvento sulla condizione normale umana, privandola della originale identità e condizionandola non poco. Il potere si concentra  in chi dispone di mezzi veloci di comunicazione e d’immagine e rende sudditi tutti gli altri, sollecitando per altro talmente l’attenzione da distogliere le libere critiche soggettive. Molto simile al “1984” di Orwell si è venuto a creare quasi un carcere virtuale per soffocare con i selfie, la web-camera e quanto altro, la spontaneità e la libertà individuale degli atteggiamenti. Così con La bomba informatica del 1998 e L’incidente del futuro del 2002 (Raffaello Cortina editore per l’Italia) egli vide la pericolosità della rivoluzione tecnico-scientifica ed un processo di enfatizzazione dei global media, destinato a creare una ingannevole telerealtà ed a produrre quelle che si chiamano fake news (bufale).

La sua attività di urbanista fu limpidissima per altro, anche se non mancò di parlare del caos delle grandi metropoli, anzi del panico che esse possono scatenare, ricordando a NewYork il crollo del World Trade Center che ancora ricorre nella memoria collettiva con terrore, la distruzione del Museo Archeologico di Bagdad dopo la caduta di Saddam Hussein, le tragedie causate dal muro di separazione a Gerusalemme e così via, a Parigi a Londra, a HongKong , a Madrid ed in altre grandi capitali, tanto da far pensare che la più grande catastrofe del XX sec. è  stata proprio la metropoli contemporanea, pronta a scoppiare per i dissensi interni di un’eterna guerra civile che non ha paragone con i piccoli dissesti d’un tempo. Questo è detto nei saggi : La città Sovraesposta e Lo spazio critico della collana La scienza Nuova di Dedalo per l’Italia, nei quali  si denunziano tra l’altro  le alterazioni della percezione e della sensibilità individuali. Le scoperte tecnologiche si rivoltano contro di noi, mettendo in luce la militarizzazione della scienza, causa di disastri inimmaginabili.

Lo specchio del reale s’è rotto e confusa appare la sua percezione diretta in una sorta di torre di Babele.

Le sue collaborazioni alle riviste: Esprit, Causes Communes et Traverses, Architecture d’Aujourd’hui et Urbanisme furono molto originali e proficue.

Direttore della Scuola speciale di Architettura (ESA) di Parigi, nel 1987, vinse il gran Premio nazionale della critica architettonica. Nel 1989 fu nominato direttore dal filosofo Derrida, in un programma d’insegnamento al Collège international de Philosophie, a Parigi.

I suoi saggi, circa una trentina, sono stati tutti molto commentati e forse saranno maggiormente compresi nel prosieguo del tempo, quando sarà più chiara la visione del mondo sconvolto e privo di responsabilità.

Lui resta il filosofo attento e prudente di una lucida realtà problematica.

Gae Sicari Ruffo

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