Intervista con gli autori di ‘Sicilian Ghost Story’ – Nel mondo delle fiabe per parlare di mafia

Il 13 giugno esce nelle sale francesi “Sicilian Ghost Story”, l’ultimo film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Un bellissimo film, presentato Cannes nel 2017.

Tratto dal racconto di Marco Moncassola: “Un cavaliere bianco”, il film ricostruisce, con forti accenti fiabeschi e lirici, la tragica vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, che fu ucciso dopo un lungo sequestro dalla mafia con efferate modalità che resero ancora più insopportabile il delitto. Grassadonia e Piazza, autori siciliani, hanno rielaborato in un modo sperimentale quella cruda vicenda rendendola anche una storia di amore tra ragazzini, con la piccola Luna, immaginaria compagna di scuola di Giuseppe che cerca, in un mondo chiuso dall’omertà e dalle ipocrisie, di capire il perché della scomparsa del suo fidanzatino.

Una vicenda, già trattata in un episodio di “Tu Ridi” dei fratelli Taviani, e che viene ora rielaborata alla luce della cultura siciliana, tra miti e folklore, fantasy e cronaca, rendendo il film una delle operazione più seducenti in assoluto di questa prima metà del 2018.

Abbiamo incontrato gli autori che ben volentieri ci hanno fatto entrare nel loro modo di fare cinema e politica contro la mafia essendo certi che per battere questa occorre anche recuperare quella fantasia e quella capacità di sogno sempre più scarsa nella politica di questo terzo millennio.

I registi Fabio Grassadonia & Antonio Piazza. Foto di Fabrizio Botta

Ecco l’intervista

Fabrizio Botta: Buongiorno Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. È in uscita nelle sale francesi il vostro ultimo film, Sicilian Ghost Story. Un film che parte da un fatto di cronaca nera, che sconvolse l’Italia agli inizi della Seconda Repubblica: il sequestro e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Quale è stata la genesi di questo film?

Fabio Grassadonia: Il film è una sorta di viaggio nel nostro passato. Siamo due siciliani cresciuti a Palermo negli anni 80 e 90, che come ben sapete sono stati anni violentissimi e durissimi. Anni in cui c’è stato un dominio totalizzante della mafia, su qualsiasi aspetto della vita di tutti i giorni : culturale, economico, politico. Un periodo che ha visto stragi e mattanze, e che secondo noi si chiude un po’ con il sequestro e l’uccisione di Giuseppe di Matteo. Si chiude forse nel modo peggiore, con una componente di ignominia in più. Un bambino che dopo una lunga prigionia, ridotto ormai come una larva di poco più di 20 kg, viene strangolato e sciolto nell’acido. Un’esperienza che purtroppo mi ricorda molto le storie dei campi di concentramento. E questa vicenda è accaduta nel nostro territorio nel silenzio piu’ assoluto. Questo bambino ha attraversato diversi luoghi di prigionia e sempre accompagnato dal silenzio. Un silenzio assordante di tutto un mondo che sapeva ma non voleva parlare, un mondo di omertà che si apre troppo tardi, dopo che la tragedia è stata consumata. Ma anche qui, dopo una indignazione iniziale e uno scuotimento, ci si è dimenticati in fretta di questo bambino, dimenticato sia in vita che in morte. Qualcosa di profondamente ingiusto ma soprattutto intollerabile.

Sicilian
Sicilian ghost story

F.B.: Nonostante l’idea iniziale del vostro film nasca da una storia di mafia, mi sembra che il vostro racconto sia qualcosa di più complesso.

F.G.: Essendo questa una storia molto particolare, abbiamo pensato che meritasse un trattamento diverso da quello che di solito si adopera per le storie sulla mafia in Sicilia. Nell’estate del 2012, sia io che Antonio abbiamo letto un racconto di Marco Mancassola, “Un cavaliere bianco”, dedicato a Giuseppe Di Matteo. Si tratta di un racconto immaginario di una ragazza, sua compagna di classe e uno dei primi amori della sua vita, che cerca di capire cosa è accaduto a questo suo compagno di classe, rimanendone ossessionata. Questa storia di Mancassola ci ha quindi ispirato e abbiamo deciso di raccontarla dal punto di vista di una ragazzina innocente tanto quanto il bambino rapito. Per noi, l’unico punto di vista ammissibile per approcciarsi ad una storia come quella di Giuseppe era quello di parlare di un atto di amore. Un atto di amore unico, tra bambini circondati da un mondo di adulti totalmente responsabili di quanto è accaduto al povero Giuseppe. Per noi raccontare una storia d’amore tra bambini in un mondo di mafia vuol dire restituire una speranza ai giovani, alle nuove generazioni siciliane.

 

F.B.: Adolescenza e silenzio : come sono state inserite nel vostro progetto?

F.G.: Nel film abbiamo voluto mostrare come questa sofferenza aumenta a causa di questo gioco dell’omertà, che porta la bambina sull’orlo della pazzia, in una solitudine tremenda. La schizofrenia infantile è stata proprio una delle nostre linee di ricerca e sceneggiatura più rilevanti. Con Antonio, abbiamo anche proprio studiato i casi di schizofrenia infantile e abbiamo molto approfondito il tema perché ci sembrava che, seppure in maniera non diretta, potesse apportare qualcosa al nostro film. La storia che vive Luna è una storia di schizofrenia perché lei è costretta a continuare la sua vita mentre la sua mente è altrove, in una ossessione per Giuseppe che non le lascia tregua. Una ossessione alimentata dall’atteggiamento degli altri che la circondano. Il film è tutto spostato diciamo su di lei e sul suo punto di vista, con i genitori che non la aiutano ma sono complici del sistema (tanto quanto i carnefici). Non c’è mai una rielaborazione della sofferenza, dei meccanismi di rimozione : c’è quindi un aumento del disagio nella ragazzina. Per noi, fare questo lavoro, è stato importante perché la Sicilia di quegli anni ha vissuto una vera e propria malattia mentale. Ecco, abbiamo quasi voluto mettere sul lettino psicoterapeutico la nostra regione e i siciliani.

F.B.: Antonio, parlaci invece delle scelte paesaggistiche. Nel vostro film vediamo una Sicilia insolita. Avete il merito, con questo film, di uscire dalle città per descrivere un mondo meno conosciuto.

Antonio Piazza: Abbiamo voluto raccontare una storia di schizofrenia che non è solo quella della protagonista. Ma è proprio il modo in cui si costruisce l’intera storia, fra due elementi opposti, la vita e la morte, la realtà e il sogno, la natura e l’umano, gli adulti e i ragazzini.
Abbiamo voluto tenere tutto questo dentro la cornice di una favola e volevamo che questa fosse la cornice più tradizionale possibile, come nelle favole tradizionali. Il bosco è qualcosa che dalla Sicilia non ti aspetti, che ci permette anche di allontanarci dai clichés.
Abbiamo voluto esplorare una natura nella quale generalmente i protagonisti delle favole si perdono. Una natura che appare sì pericolosa, ma che non lo è nella realtà, dove invece il vero pericolo proviene dagli adulti. La minaccia per i ragazzini non arriva dal mondo della natura, ma da ciò che incombe a ridosso di quel mondo naturale, ovvero gli esseri umani adulti. Cosi che il racconto della natura che è il racconto di un mondo animale, in qualche maniera testimonia il sorgere di questa storia d’amore fra due ragazzini. L’unico animale che interviene a interrompere questa sorta di armonia iniziale è un cane, un animale che non fa parte della natura, è un animale domestico che viene dall’uomo. Ed è da lì che viene il male. Però in fondo è sempre dentro questa natura che poi si schiude il regalo, per questi due ragazzini, della possibilità di preservare il proprio amore. L’ultima scena, nella quale si vede il mare, non è più l’acqua chiusa di un lago, l’acqua quasi stagnante e morta, ma è un mare immenso, con un orizzonte infinito davanti a questi ragazzini. Su quella spiaggia vanno incontro alla vita, qualsiasi essa sarà.

F.B.: C’è un ruolo specifico che viene dato a questi animali domestici e selvatici del film?

F.G.: Il contesto naturale dove abbiamo girato è un contesto ricco di animali e alcuni animali sono propri di quella zona, come il furetto che si vede avvicinarsi alla caviglia della bambina. Quella zona è ricca di rapaci notturni, che abbiamo voluto come parte integrante del film. Come la piccola civetta per esempio, che anche nella tradizione folklorica siciliana fa parte dei miti antichi. Infatti la civetta è l’animale capace di attraversare e di mettere in comunicazione il regno dei vivi al regno dei morti, cioè di creare un ponte comunicativo. Riesce quindi a connettere il regno che appartiene a Luna al regno al quale appartiene Giuseppe, che ormai è quello dei morti. È inoltre un animale che vede nella notte, nell’oscurità, ciò che gli altri umani non vedono o fanno finta di non vedere. E ritorniamo qui al tema dell’omertà in Sicilia e potremmo dire che la civetta sa già tutta la storia o forse addirittura ci racconta la storia.

F.B.: Come nasce in voi l’idea di fare questo tipo di film che molti critici cinematografici hanno definito “Fantasy”? quale potere dà alla storia questo tipo di scelta stilistica?

A.P.: È un approccio per noi inevitabile. Non potevamo affrontare questa storia diversamente per tutto il carico di dolore che contiene. Ci fossimo attenuti alla cronaca non saremmo arrivati da nessuna parte. Noi crediamo fortemente nel potere della della Fantasia, al potere politico che è proprio della fantasia e pensiamo questo film dovesse essere un atto di memoria rispettoso dell’evento realmente accaduto. Un atto d’amore nei confronti del bambino e che quindi un approccio così fosse un approccio che in qualche modo portasse lo spettatore ad un maggior rispetto di quanto si sarebbe potuto ottenere con un approccio filmico più tradizionale e convenzionale.

La nostra esperienza di vita che ti abbiamo raccontato all’inizio, quella della Sicilia degli anni 80e 90, è l’esperienza di vita all’interno di un regime totalitario. Perché la Mafia è un regime totalitario, che come tutti i regimi totalitari ha distrutto il tessuto connettivo del vivere civile assieme. Inoltre, ha distrutto la cultura e con essa la possibilità di pensare in modi diversi di stare al mondo. E ha soprattutto distrutto la fantasia, ha fatto tabula rasa, lasciando solo macerie. La fantasia ci aiuta a rimettere insieme quelle macerie per provare a capire quella realtà. Si può provare a sovvertire la realtà e a reinterpretarla. La fantasia è un elemento determinante per poter provare a schiudere davanti ai nostri occhi nuovi paesaggi e nuove possibilità, che è quello di cui la Sicilia ha bisogno. Una storia siciliana così fortemente radicata sul territorio è impossibile scollegarla anche dal folklore siciliano. Il livello simbolico di cui parlava Fabio con la storia della civetta ne è un esempio ma non solo. C’è anche la mitologia greca che è molto importante nel mondo siciliano. La civetta stessa è l’animale della dea Atena, che rappresenta la saggezza. C’è poi il mito di Cerere che si alterna tra il mondo di sopra il mondo di sotto, e l’alternarsi delle stagioni. Oppure il contatto col mondo dei morti attraverso il lago. Diciamo che noi cerchiamo di riattivare questi elementi per trovare delle strategie narrative meno convenzionali.

F.B.: Nel vostro film abbiamo anche alcune scene girate in una scuola, nella quale ha fatto il suo ingresso l’omertà, soprattutto tra gli educatori. Nella filmografia siciliana degli anni 90, penso a “Mery per sempre” di Marco Risi, la scuola era stata descritta molto diversamente. C’è una differenza tra città e campagna anche qui?

F.G.: Diciamo che quando Giuseppe Di Matteo è stato sequestrato c’è stato silenzio da parte delle persone del paese. Questo silenzio era anche nella e da parte della scuola che questo bambino frequentava. Questa omertà avveniva anche nelle città, ma nei paesi dell’entroterra lo era in forma diversa. Nello studiare la storia, io e Antonio siamo rimasti molto colpiti dalle reazione della società civile di quegli anni.

F.B.: Parliamo dei personaggi di Luna e Giuseppe di Matteo. Cosa vi ha spinto a scegliere Julia Jedlikowska e Gaetano Fernandez, giovani promesse del nostro cinema? Erano esordienti?

A.P.: In Italia non ci sono attori professionisti cosi giovani. Per esempio negli Stati Uniti, dove ci sono tantissime produzioni e scuole di recitazione, è facile trovare ragazzini già semi-professionisti. In Italia devi confrontarti con ragazzi che non hanno fino a quel momento nessuna idea di recitazione. Luna e Giuseppe gli abbiamo scoperti dopo un casting durato 9 mesi. Io e Fabio entravamo nelle scuole di Palermo e Provincia per trovare i personaggi del nostro film. Nei primi incontri abbiamo cercato di fare due chiacchiere con i ragazzini, abbiamo osservato il loro modo di comportarsi, i loro gesti, cercando soprattutto di restare il più naturale possibile. Chiaramente queste osservazioni devono essere approfondite negli incontri successivi. L’impegno che ci eravamo fissati non era quello di cercare dei ragazzi che imparassero a recitare, ma di trovare dei volti sui quali poter lavorare. Cercavamo dei ragazzini che potessero esprimere caratteristiche che ricordassero quelle del personaggio. Cercavamo delle personalità aperte al gioco. Addirittura, una volta concluso il casting, iniziate le riprese, abbiamo riscritto le ultime due stesure del copione per integrare alle scene le situazioni e i sentimenti che avevamo trovato insieme a loro.

F.B.: I nostri lettori ci chiedono: continuerete a lavorare insieme? Cosa avete in comune, come vi organizzate nella fase di elaborazione del film e nella fase di realizzazione?

F.G.: Sicuramente continueremo a lavorare insieme. Diciamo che condividiamo l’interesse per certi temi e il nostro modo di studiarli è simile. Almeno fino ad oggi è stata anche sempre una riflessione applicata alla nostra esperienza di Siciliani. L’inizio, la scelta della trama, è spesso anche un momento complesso e conflittuale perché devi cominciare a strutturare la storia. Poi durante la costruzione del film vero e proprio, godiamo molto del fatto che il processo creativo e realizzativo si apre al coinvolgimento di altre figure (il direttore della fotografia, il montatore, lo scenografo e gli attori). Diciamo che questo è anche il momento in cui noi siamo poi tranquilli e sereni, perché quello che noi volevamo è strutturato ed emerge. Ci piace molto questa fase perché facciamo entrare nel nostro mondo tutti gli altri e accogliendoli, ci scambiavamo idee e punti di vista. È bello, dopo mesi di isolamento iniziale, condividere con tante persone il frutto del nostro lavoro.

Intervista a cura di Fabrizio Botta

Bande-annonce SICILIAN GHOST STORY from jour2fete on Vimeo.

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