Il vocabolario della nostalgia

Le feste natalizie e di fine d’anno riaccendono la nostalgia, specie in questa lugubre epoca di confinamento, e di contabilità giornaliera dei contagiati e dei morti. La nostalgia è un canto di sirene. È un’illusione dunque? La sirena esiste? La sirena certamente esiste. Esiste in noi. È una realtà dell’anima. A cosa è diretta la nostalgia? Ai luoghi, al tempo, alla gioventù, a noi stessi quali fummo e mai più saremo… Claudio Antonelli ci propone un approfondimento di questo tema complesso dalle tante sfaccettature.

Il nostro autore ha le carte in regola per un tal compito: nato a Pisino (Pazin), già Italia e oggi Croazia, lo sradicamento – come profugo, in tenera infanzia – dall’Istria lo ha condotto in vari luoghi d’Italia, e quindi a Napoli dove ha trascorso la gioventù. Si è stabilito in seguito a Montreal, città particolare perché laboratorio multiculturale situato in un Québec francese la cui eloquente divisa nostalgica è: “Je me souviens”.

Esodo istriano da Pola

Si potrà rimproverare ad Antonelli (il cui cognome in origine era “Antonaz”) un eccesso di sensibilità dovuto alla sua condizione particolare di esule. Pisino, la sua cittadina natale, è situata nel cuore dell’Istria, questa fucina secolare di sentimenti di fedeltà e d’amore all’Italia. Ma oggi Pisino fa parte di un altro paese e ha cambiato persino nome. Un altro popolo la abita. Vi si parla un’altra lingua. Nessun ritorno per lui è possibile. Ma le verità che enuncia in questo vocabolario della nostalgia sono innegabili, tra cui  una verità fondamentale enunciabile così:
L’uomo desidera ciò che non ha e rimpiange ciò che non ha più. Anche la perdita del luogo natale lo insegna. La lontananza fa nascere dai luoghi e dalle cose una dimensione ideale. La nostalgia, con il mito del paradiso perduto, assume talvolta i contorni di una vera trascendenza religiosa, soprattutto quando si vive in paesi dominati dal culto dell’efficienza di mercato e del consumismo, e ormai privi di miti e di sacralità.

A come anima
Lo sradicamento ci fa scoprire l’anima delle cose. Dalle cose emerge l’anima, dal paese emerge la patria. E il ritorno non può più farci ricongiungere con una realtà che non è più fisica ma ideale.

C come centro
Leggo nel diario dello scrittore romeno Mircea Eliade: “Ogni esiliato è un Ulisse, in rotta verso Itaca. Ogni esistenza reale riproduce l’Odissea. Il cammino verso Itaca, verso il Centro.”
L’espatrio ci ha portati via dal centro del nostro universo. Il desiderio di ritorno può essere allora visto come il desiderio di ritornare in questo centro. Aspirazione impossibile, anche perché dentro di noi è emersa una tremenda verità: l’universo non ha alcun centro.

C come cristallizzazione
La partenza definitiva da un luogo, anzi da un mondo, produce una sorta di cristallizzazione. Quel mondo, quella gente, quei luoghi cessano di evolvere, e rimangono fissati negli occhi e nell’anima di chi è partito come le cose e le persone rimangono fissate per sempre in una foto ricordo.

F come felicità
La felicità che avrebbe dovuto essere. Venuta la vecchiaia, noi abbiamo nostalgia non della nostra vita di allora quale essa realmente fu, ma di ciò che la nostra vita, in gioventù, avrebbe potuto e dovuto essere. In realtà noi da giovani non fummo felici. Avremmo però dovuto esserlo. E adesso pensiamo che veramente lo fummo. Sappiamo che se potessimo, per miracolo, tornare indietro lo saremmo. E rimpiangiamo quei tempi…

F come frattura
La partenza ha creato una frattura tra il “prima” e il “dopo”. L’idea del passato è quella di un tempo immobile: il tempo di “prima”, il tempo della gioventù, il tempo della spensieratezza. Dopo, il tempo si è messo a galoppare…

G come gioventù
La nostalgia spesso è rimpianto di ciò che noi fummo: è nostalgia della giovinezza, nostalgia dell’inizio, nostalgia della vita. Il futuro è incertezza. Il futuro racchiude la morte. Ed anche questo assurdo presente da pandemia ci parla ogni giorno di malattia e di morte. Il passato, è invece certezza, vita.

I come identità
Emigranti, emigrati, immigranti, immigrati, migranti, esuli, Italiani all’estero, Canadesi d’origine italiana, Veneti, Calabresi, Istriani, Fiumani, Dalmati… L’esule, l’emigrato spesso sostiene di non saper più veramente chi egli sia. In realtà, noi espatriati non soffriamo di una carenza d’identità,  bensì del “male” opposto: un eccesso di identità. Infatti noi abbiamo un senso spasmodico della nostra identità individuale e collettiva.

I come infanzia
Ricercando le leggi misteriose dell’anima, ci si imbatte in quella che è la base di un’esistenza normale: l’infanzia felice. Che in realtà non fu per tutti felice… Ma quando si giunge ad una certa età, l’infanzia “diviene” felice, nella memoria, perché oggi di quel tempo noi ricordiamo i momenti più belli. E così nel ricordo ideale l’infanzia dismette i suoi veri abiti per indossare i nuovi: quelli che avrebbe sempre dovuto avere e che, retroattivamente, noi le facciamo finalmente indossare. Oggi, sotto la cupa ombra del tramonto, riviviamo l’infanzia con la saggezza del “dopo”. Ed essa ci appare vestita a festa e luminosa come nel giorno della prima comunione.

I come invecchiare
L’invecchiare modifica il nostro rapporto con la patria adottiva. Si direbbe che, paradossalmente, con l’avanzare degli anni il legame ideale con la nuova terra si attenui e di molto. Ma questo è un fenomeno noto: con la vecchiaia il passato si fa più importante e l’antica patria bussa allora con più forza alla porta del nostro cuore.

I come irreversibilità
La frattura causata dall’emigrare, anzi dall’esilio, con i suo fatidici “prima” e “dopo” ci  dà coscienza del carattere tragico dell’irreversibilità del tempo.

I come iter
L’emigrazione somiglia a una penosa prova iniziatica. Il viaggio fatidico e il trapianto in una nuova terra comportano l’idea della morte e della rinascita. E qualche volta questa prova dà luogo all’attribuzione di un carattere sacrale al luogo di nascita, cui sono connessi i miti del paradiso perduto e dell’eterno ritorno.

L come legge
Gli studiosi della psiche hanno riservato scarso interesse al fenomeno della nostalgia e del vivere da minoritari in un mondo costruito da altri. Le leggi dell’anima, in relazione al trapianto di un essere umano in un nuovo paese, non sono ben conosciute. Ma per noi queste leggi sono leggi reali, poiché le subiamo…

M come minoritario
Andando a vivere all’estero si entra nella dimensione del minoritario. Il vedere le cose dall’esterno, l’analizzare i valori e i comportamenti del mondo in cui ormai si vive raffrontandoli ad un altro modello sono stimoli potenti di penetrazione, d’intraprendenza, di creatività. Un essere minoritario, inoltre, non dorme mai sugli allori, a causa dell’incertezza del futuro. L’esempio degli Ebrei lo dimostra.

M come mistero
La nostra esperienza particolare di esseri che hanno lasciato il proprio mondo per vivere nel mondo altrui presenta tanti aspetti oscuri che affondano nel magma delle leggi misteriose dell’anima.

P come paragone.
Molti di noi mettendo a confronto due mondi – quello in cui sono vissuti e quello in cui ormai vivono – non riescono più ad attribuire alle cose una certezza assoluta. Per esempio: quando si parla una lingua, cosa vuol dire “avere un accento”? Noi sappiamo che tutti hanno un accento. Ma chi appartiene alla maggioranza, i Franco-Quebecchesi ad esempio, sono convinti di parlare “senza accento”. Ma noi sentiamo il loro accento, così come sentiamo anche l’accento degli Italiani quando parlano francese o inglese. Noi sentiamo ormai tutti gli accenti…

P come passato
La forza del passato risiede nella sua certezza. Il passato è una forma di presente, e talvolta questo passato è così forte da sovrapporsi al presente stesso.

P come pregiudizi
Emigrando, noi abbiamo fatto le spese, in Québec e in Canada, dei pesanti pregiudizi antitaliani. Oggi si sono attenuati, ma il nostro ruolo, almeno al cinema, è sempre da caini: i caini della mafia. Quando invece non siamo rappresentati, specie qui in Québec, come barzellette su due piedi.

V come viaggio
Tutto è riconducibile al viaggio. Il viaggio è la metafora della vita. E noi emigrati, trapiantati, esuli, gente che ha effettuato l’irreversibile  viaggio oltrefrontiera, e per alcuni di noi oltreoceano, sappiamo che quel viaggio ci ha trasformati nell’intimo. Infatti, quando torniamo nella penisola ci accorgiamo di vedere le cose con occhi diversi rispetto a chi è rimasto in patria. E vediamo le cose con occhi diversi rispetto anche alla maggioranza di qui perché, appunto, minoritari.

Conclusione: Questo mio viaggio nel dizionario della nostalgia è giunto al termine. Io non ho voluto rendervi partecipi, chissà, di verità assolute che avrei scoperto. Forse ho ecceduto in sentimenti. Dopo tutto il senso dell’esilio non è in tutti noi. Chi vive qui in Canada attorniato da gente originaria del proprio paesello sentirà molto meno di me un senso di perdita e di non continuità. Io sono legato ad una sensibilità e a dei valori particolari. E occorre forse aver conosciuto i campi profughi  per capire pienamente questi sentimenti e questi valori…

5 Commentaires

  1. Per Katia.
    Lei scrive : « Ho letto con piacere ma tristezza e anche disaccordo su alcuni punti. »
    La ringrazio per l’interesse che dimostra per il mio scritto. Trovo normale che non tutti si riconoscano nell’“io” del suo autore. Del resto io ho scritto nella conclusione : “Questo mio viaggio nel dizionario della nostalgia è giunto al termine. Io non ho voluto rendervi partecipi, chissà, di verità assolute che avrei scoperto. Forse ho ecceduto in sentimenti. Dopo tutto il senso dell’esilio non è in tutti noi.” Ma forse lei contesta la precisazione che viene subito dopo: “Chi vive qui in Canada attorniato da gente originaria del proprio paesello sentirà molto meno di me un senso di perdita e di non continuità. » Lei non sembra aderire a questa mia diagnosi. La divergenza di opinioni tra me e lei su quest’ultimo punto meriterebbe forse un approfondimento che richiederebbe pero’ troppo spazio…
    Lei scrive : “La vita è il presente, ne’ passato ne’ futuro.” Tutto sta a stabilire l’estensione del presente di cui lei parla. Con l’Alzheimer purtroppo esso si riduce veramente troppo privandoci della nostra identità; la quale è fatta anche di passato… Oltre all’identità individuale, vi è anche quella collettiva, dalla quale, dopo tutto, l’identità individuale, in una certa misura, dipende.
    Lei scrive : « Si parte per scoprire la propria identità, non certo per perderla. » E infatti io spiego nel mio vocabolario della nostalgia che “In realtà, noi espatriati non soffriamo di una carenza d’identità, bensì del ‘male’ opposto: un eccesso di identità. Infatti noi abbiamo un senso spasmodico della nostra identità individuale e collettiva.”

  2. ho letto con piacere ma tristezza e anche disaccordo su alcuni punti. Il centro esiste secondo me, ma è dentro di noi e per trovarlo a volte si deve emigrare. Il centro interiore immancabilmente si trasforma in una realtà fisica che ci puo’ lasciare fuori o far tornare in patria, ma sarà in entrambi i casi un viaggio di successo, perchè se troviamo il nostro centro non abbiamo e non avremo più bisogno di lasciare quel luogo. La vita è il presente, ne’ passato ne’ futuro. Personalmente, l’infanzia non mi porta ricordi piacevoli, ne’ l’adolescenza lo fa. La maturità è la chiave, vissuta con l’entusiasmo di un giovane, si dice, ma a volte hanno più entusiasmo gli anziani. Dipende. Sempre. Si parte per scoprire la propria identità, non certo per perderla.

  3. Risposta a Sandro Romano.
    Ma perché gli italiani, in Canada, aprono ristoranti in cui si cucina all’italiana e cui essi danno, per soprammercato, un nome italiano, e non aprono invece ristoranti in cui si valorizzi la cucina quebecchese o quella canadese? Perché cuochi e addetti alla ristorazione, provenienti dal Belpaese non fanno mai questo lodevole sforzo di adattamento e di integrazione? La mia risposta: è logico che sia cosi’…
    Ma perché dare ai nostri figli, nati qui, un nome italiano? Io trovo invece cio’ meno difendibile.
    Volete sapere qual è, secondo me, l’esito auspicabile e alla lunga inevitabile di un trapianto individuale e collettivo – il nostro, di noi Italiani – in una nuova terra? Esso è l’assimilazione. Ma cio’ non potrà avvenire per chi vi è giunto non giovanissimo. E avverrà lentamente per la generazione succesiva, specie in Québec perché la società franco-quebecchese è “tricotée serrée”. Oltre al suo cognome, il nuovo arrivato avrà sempre un “accento italiano”, fonte di ridicolo e di prese in giro al cinema e in Tv. Accento che farà inoltre scattare nelle meningi delle masse, infettate da Hollywood, l’associazione di noi italiani con la mafia…
    L’asse identitario del Canada, basato fino a ieri sulla storica dualità francese-inglese, oggi ha imboccato l’alveo di un multiculturalismo esaltante la diversità come valore assoluto, ossia la diversità di per sé a prescindere dai contenuti. Benché ormai vivano in una società dove vigono altri stili di vita e consuetudini, gli immigrati Italiani – vedi Montréal – conservano numerosi tratti del proprio stile di vita originario. Spesso i “trapiantati” si dimostrano più fedeli al modello d’origine di quanto siano i loro compaesani rimasti al paesello. Secondo me, questa tenacia dei nuovi arrivati nel conservare il modello identitario del vecchio mondo rivela in fondo la mancanza in Canada di un forte modello identitario nazionale, capace di opporsi al richiamo del multiculturalismo di Stato che invece incoraggia i nuovi arrivati a rimanere se stessi.
    Bisogna poi dire che la coesione della comunità culturale italiana a Montréal è stata accentuata dalla situazione particolare del Québec, dove gli immigrati hanno trovato due identità culturali con due lingue distinte, in conflitto tra loro: la franco-quebecchese e l’anglo-canadese. Essi hanno finito così col tenersi in disparte.
    Questo fenomeno di non adesione, o meglio di scarsa adesione ai modelli socio-culturali della società d’accoglimento, riguarda in Québec un po’ tutti gli italiani, a meno che quest’ultimi non vi siano giunti in tenera età; nel qual caso le due culture maggioritarie hanno avuto maggior presa su di loro.
    Un ostacolo maggiore al processo d’assimilazione dei nuovi arrivati è, secondo me, il “complesso della sconfitta” (“Plaines d’Abraham”), pietra angolare dell’identità franco-quebecchese.
    In altri paesi, vedi l’Argentina, l’acculturazione dei nostri connazionali è stata facilitata dal modello d’identità offerto, più attraente e meno complicato di quello quebecchese, incentrato com’è quest’ultimo su un sentimento di persecuzione e di ripiegamento di tipo “vittimistico-narcisistico”. Nella patria dei gauchos, inoltre, l’assimilazione è favorita dalla somiglianza dei due sistemi di vita, l’italiano e l’argentino, e dalla vicinanza della lingua spagnola all’italiana.
    Negli stessi USA parlare inglese con un accento non americano non pregiudica il “voto” basato sul grado di americanizzazione che i “veri” americani sono disposti ad attribuirvi. In Québec, “avere un accento” (straniero beninteso) parlando la lingua locale è un discrimine immediato che i veri Québécois vi appiccicano addosso. Comportamento che io, qui, non condanno, ma semplicemente rilevo basandomi su infinite osservazioni fatte da me dal vivo.
    È un soggetto delicato, ma l’identità nazionale dei Quebecchesi è stata fatta poggiare in gran parte sullo spirito di persecuzione e sul complesso del martirio, con una storia dove sono sempre e soltanto gli altri ad avere torto. Oggi, con il nostro primo ministro François Legault, le cose sono, per il momento, cambiate. Speriamo bene… Io aprii gli occhi su questo culto esasperato del martirio e capii che sarebbe stato molto difficile per i nuovi arrivati, o per i figli dei nuovi arrivati, identificarsi con un gruppo che coltivava con tanta voluttà il complesso del vittimismo e della sconfitta. Dopo tutto, chiunque voglia convincere gli altri a diventare come lui, deve innanzitutto cercare di rendere un po’ più appetibile la propria immagine. Chi può infatti desiderare per i propri figli un destino di “Vittima”?

  4. L’emigrante quando lascia il paese natio non riesce ad adattarsi nella nuova patria e quando ritorna alle origini non si adatta più perché tutto è cambiato. Diventando una specie di robot senza una base.
    Quando si emigra bisognerebbe mettersi un nome tipico del paese che ci ospita. Rinnegare totalmente il proprio passato, parlare e leggere solo nella nuova lingua, farsi amici locali.
    Invece che cosa fa l’imbecille italiano…..veste all’italiana, ha solo amici italiani,mangia all’italiana , in casa obbliga i figli a parlare italiano, esalta i luoghi comuni della patria di origine, spesso ridicoli e inetti, e oppone una stolta resistenza all’integrazione nella patria di adozione.
    …e chi è causa del suo mal pianga se stesso, io per primo che ho pagato un prezzo incredibile per avere continuato ad amare una patria indegna e immeritevole quale l’Italia.

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