Il tuffatore: ovvero l’inconsapevolezza dell’abisso.

C’è una delle più suggestive immagini che ci ha lasciato il mondo antico particolarmente significativa per i nostri tempi, il tuffatore di Paestum. L’esile corpo si curva in un salto perfetto verso l’abisso che sta per ingoiarlo.

Il tuffatore di Paestum. Copyright Flavio Brunetti.

Mi commuove particolarmente. È epica la sua inconsapevolezza. Non sa di finire nell’abisso. È la metafora dell’esistenza umana. Sospesa sull’abisso all’attore, che ne amministra un pezzo effimero, è concesso un tuffo.

Inconsapevole della sua condizione egli con stile balza verso l’abisso orrido, immenso, « ov’ei precipitando, il tutto obblia ».

I versi sono di Leopardi (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia). Non a caso. Il poeta di Recanati è il grande interprete della condizione umana e soprattutto del suo rischio esplicito e non consapevole.

In una delle sue più tremende, per verità e lucidità quasi un testamento spirituale, « Operette morali », il poeta fa parlare un folletto ed uno gnomo, esseri infinitesimali che tuttavia sono sopravvissuti alla distruzione della natura ad opera dell’uomo. Quei monelli, cioè gli uomini, dice uno dei due che tenta una spiegazione al deserto senza vita della terra, si sono distrutti, quali avvelenandosi le acque, quali con guerre dissennate. E la terra continua a vivere senza di loro.

Qui non c’è solo la denuncia della stoltezza e dell’inessenzialità della vita umana ma c’è la denuncia del rischio.

Stessa cosa accade in Così parlò Zaratustra di Nietzsche.

Mentre in piazza il profeta cerca di svegliare gli astanti, un funambolo stende la sua corda da un lato all’altro e comincia a percorrere il filo esattamente come il tuffatore, sul vuoto. E mette il piede in fallo e cade mentre la folla indifferente si allontana.

Solo il profeta si avvicina al morente e gli dice:

Coraggio, tanto la tua anima era già morta prima del tuo corpo

e l’altro :

allora non perdo nulla.

Questa è la vita mortale.

Ma ora il rischio si è fatto più vicino ed intenso. Ci sono i segnali: terremoti, eruzioni, desertificazione, terre invase dalle acque ed una stoltezza sempre più evidente.

Ma qual è il rischio reale che stiamo correndo? La natura, dice qualche filosofo. La natura tradita dall’umamesimo. È il tema del filosofo indiano Ghosh che addebita alla separazione dell’uomo dalla natura la crisi profonda che viviamo.

In effetti il dolore individuale cessa se esso può essere riportato al cosmo.

È quanto fa Leopardi sia ne Il pastore errante che nella catastrofica visione de Dialogo di un folletto e di uno gnomoL’autore de Il paese delle maree denuncia non solo la mancanza di solidarietà ma il dominio sulla natura.

Eppure l’umanesimo storico al suo manifestarsi aveva dato grandi prove di sé. Si tratta di interpretarlo come un’illusione transitoria o piuttosto di una malattia di protagonismo e narcisismo come sembra intendere l’autore?

Io ritengo che ci sia una terza via, tentare la rifondazione dell’umanesimo. Non si tratta di completare il dettato della rivoluzione francese con l’uguaglianza e la fraternità mai finora attuata, non si tratta di ricreare l’armonia con il creato, bensì di fondare una nuova soggettività.

L’Oltreuomo di Nietzsche fornito dello spirito della danza riderà dell’uomo attuale come oggi ridiamo della scimmia.

Questa visione luminosa fa da contrapunto a quella opaca e triste del tuffatore.

Carmelina Sicari

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