Il sogno e il peso del mondo

Non è un sogno. Non c’è bisogno di avvertire che ormai i sogni non sono più ad occhi aperti.

Ci attende la brutale realtà con tutti i disastri che ne conseguono: crolli, alluvioni, miserevoli cadute, stupri.

I nostri corpi sono diventati fragili o sono le nostre menti a vacillare e a sentirsi sull’orlo del pericolo? Ormai capitano disgrazie ad ogni piè sospinto. Non solo è  precipitato un ponte altissimo a Genova, nel centro della città, senza che niente lo urtasse o lo provocasse, per usura, per così dire, ma anche il soffitto d’una Chiesa al Campidoglio, dove si doveva celebrare un matrimonio.

Una semplice pioggia può trasformarsi in un’alluvione devastante. Cosa abbiamo fatto per meritarci simili cadute di stile? Le stagioni cambiano: non sono più  le stesse della zona temperata. Ma è la nostra indolenza che provoca, oltre al pericolo, il nostro sonno. Sì, perché niente ci sollecita a stare in guardia, a vigilare, a curare attentamente le nostre cose e la nostra incolumità. Ci comportiamo come se fossimo eterni o se toccasse agli altri, lontani da noi, provvedere alle necessità.

Si racconta, in un mito della Trinacria (ndr. della Sicilia), che Giove, il padre di tutti gli dei, una volta inviò, per accertarsi della stabilità dell’isola, Colapesce, un amico fidatissimo, buon nuotatore, che aveva esperienza d’ogni tipo di mare e che sapeva come regolarsi in caso di difficoltà. Non tornò più. Dopo qualche tempo Giove mandò un messo per sapere dove fosse andato a finire. Colapesce ebbe il coraggio di mandargli a dire ch’era rimasto là sotto l’isola, perché si era accorto che essa stava per crollare ed aveva dovuto sorreggerla. Ancora è lì.

Certo, non vorremmo essere nella sua situazione, vigili fino al sacrificio, ma bisogna pure che qualcuno ci pensi al vivere quotidiano e alla responsabilità che costa non avere pensieri e vivere tranquilli. Solo Dio può farlo. Noi, miserevoli esseri umani, dobbiamo riconoscere la nostra precarietà e provvedere in tempo ad essa. Bisogna dividersi i compiti: se uno riposa l’altro deve vegliare, se uno fa molto, l’altro lo deve assistere, come meglio può e consigliarlo. Ci vuole una reciproca assistenza sempre e una grande solidarietà. Queste forse sono state trascurate per tanto tempo. Ci comportiamo come se fossimo autonomi e liberi nell’azione da ogni condizionamento e necessità. Invece dipendiamo gli uni dagli altri, perché non viviamo in un eremo, ma in comunità che si vorrebbero chiamare civili, ma che stentano ad essere tali, essendo i comportamenti lontani dal lecito e dal bene comune, somiglianti più ai selvaggi istinti di un tempo che fu detto Medioevo, quando ancora la Storia non aveva innestato la sua marcia di rivincita sulla barbarie iniziale.

Ora qualcuno ha già profetizzato che la storia sia finita e che tocchi alla barbarie iniziare il suo ciclo in un perenne circolo di alternanza, quasi come in un determinismo meccanico, « i corsi ed i ricorsi », secondo Giovambattista Vico, che mi rifiuto d’accettare. Secondo me, la storia ha un andamento verticale, non orizzontale. Pertanto  possiamo sperare che s’inverta la tendenza meccanicistica degli ultimi tempi e che s’inauguri un’apertura verso l’infinito spazio e « finalmente  vedremo le stelle »,  com’ebbe a dire Dante, non spiritualmente, ma realmente. Vi immaginate, se veramente andremo su Marte, quale nuova storia possiamo scrivere?

Gaetanina Sicari Ruffo

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