Il 3 marzo: Le primarie del PD tra luci ed ombre.

Domenica tre marzo in Italia e all’estero si vota per le primarie del PD per scegliere il nuovo segretario. Tre i candidati: Roberto Giachetti, Maurizio Martina e Nicola Zingaretti. Proviamo a riflettere sull’importanza di questo appuntamento, cercando anche di offrire informazione ai tanti italiani all’estero che potranno votare anche se non residenti.

Ormai i protagonisti dei social, dei giornali e dei sempre più rumorosi talk show politici sono loro, i populisti. A contendersi il pubblico e le piazze mediatiche sono sempre più i grillini, nel formato Di Maio e la Lega, Salvini in primis.

Ma mentre i secondi consolidano il loro consenso, forti delle proprie coerenze politiche (piacciano o meno), i primi dimostrano tutta la debolezza di essere un partito “liquido” proprio nel passaggio tra opposizione e governo. La loro liquidità non li ha favoriti in questa sede, la loro forza di cambiamento appare molto ridimensionata e tra compromessi al ribasso, gaffe, incoerenze e contraddizioni i grillini perdono non solo pezzi ma anche la loro anima, tanto da diventare peggio di un “partito” qualunque, un partito che appare sempre più sedotto da un palazzo che non è stato proprio capace di cambiare.

Tra la gloria leghista e la polvere dei Cinque Stelle resta cosi in sordina, ai margini della scena odierna italiana, l’ormai imminente consultazione per le primarie del PD, che avverrà, tra gazebo e sedi varie, anche all’estero, il prossimo 3 marzo.
Queste dei democratici, si puo’ dire che sono le uniche primarie “vere” nel panorama politico italiano, dove i cittadini vanno in seggi, anche all’estero, sacrificando finanche due euro, per esprimere la propria preferenza sul segretario del partito. Un voto che coinvolge non solo gli iscritti, ma anche i simpatizzanti e i ragazzi dai sedici anni in su.

I candidati del PD alla segreteria

Le primarie del PD sono già in se una buona notizia per la democrazia. Circa un anno fa in molti pronosticavano lo scioglimento del partito, cosa che non è avvenuta e non sono certo che l’appuntamento del 3 marzo sarà un flop con scarsa partecipazione.
Ci sono due circostanze che fanno credere che ci sarà una più che discreta partecipazione. La prima è che in Italia è in corso una travolgente avanzata della destra, in particolare della Lega, mentre sta rapidamente tramontando, come dimostrano le elezioni in Abruzzo, con tutti i limiti di interpretazione, il sole ingannatore del populismo pentastellato. Un dato che fa capire che bene o male, l’unica alternativa a questa destra è proprio il partito democratico con la sua anima europeista e mondialista. La seconda è che la mancata partecipazione di Renzi, indiscutibilmente l’unico leader del PD, ha riaperto i giochi nel partito, il quale, dopo la fuoriuscita dei “rottamabili” Bersani, D’Alema ed altri, smarriti nell’avventura con LeU, potrebbe, a prescindere da chi sarà il vincitore, brindare ad una ritrovata unità.

Paradossalmente, il pesante scontro interno degli anni del renzismo con la delegittimazione del segretario, che fu scelto da una fortissima maggioranza di elettori, ed il logoramento interno che ha finito per nuocere al partito e appunto l’abbandono dello stesso da parte della vecchia guardia, appare oggi come il sacrifico dovuto e necessario nel nome di una nuova e certamente dialettica unità interna. Parlando in modo cristologico, potremmo dire che l’immolarsi di Renzi ha portato alla fine dell’equivoco interno tra vecchia e nuova sinistra nel PD.

Prova n’è che tutti e tre i candidati: Giachetti, Martina e Zingaretti, a precisa domanda hanno escluso il rientro nel PD di chi lo lascio’ per costruire LeU e del resto sarebbe suicida riproporre nuovamente una convivenza impossibile in un contesto interno al paese come questo (la già ricordata avanzata della destra e il caos generato dall’attuale governo). Potrebbe così evitarsi la maledizione scissionista che storicamente ha sempre colpito la sinistra sin dalle sue origini.

Chiarita la situazione e poste le premesse per una maggiore compattezza interna, resta il confronto per la leadership che purtroppo ha oscurato il vero cuore del dibattito, ovvero quale sinistra immaginare per il futuro.

Nicola Zingaretti

I congressi dei circoli hanno dato un’indicazione netta e chiara a favore del candidato Zingaretti, attuale governatore della regione Lazio, espressione di un PD che allo stato esclude ogni alleanza organica con i 5 Stelle. Troppe le ruggini accumulate negli ultimi anni e troppo servilismo a favore della Lega, ma si pone il problema di recuperare quel popolo di lavoratori, quelle fasce di emarginazione che negli ultimi decenni sono stati gradualmente abbandonati a favore proprio di forze populiste ed in primis dal mattatore Salvini.
Gli altri due candidati, meno propensi ad alleanze e con vocazione più maggioritaria, sono il già segretario Martina e Giachetti (insieme alla giovane Ascano).

Il limite dei congressi dei circoli è stato proprio quello di concentrarsi troppo sul nome del futuro segretari, mentre per il bene della sinistra occorrerebbe, con coraggio, specie dopo la sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale e la débâcle nelle elezioni del marzo scorso, mettere mano ai contenuti ideali e programmatici necessari alla sua ripartenza.

Viceversa, si è assistito in molti casi ad un rinfaccio sterile e reciproco tra gli antirenziani che hanno attribuito all’ex premier tutte le colpe della attuale crisi e i renziani che hanno accusato l’altra sponda del partito di non aver aiutato il leader in quel processo di cambiamento che pure sembrava avviato all’indomani del 41% di consensi raccolti proprio nelle elezioni europee. Sembra un secolo fa.

E Renzi? Come annunciato, se n’è stato buono buono a scrivere un libro, a fare qualche conferenza in giro per il mondo, astenendosi dal partecipare finanche al congresso, rifiutandosi di dare indicazioni di voto, tanto che i suoi disperati ascari hanno finito per dividersi tra Martina e Giachetti, evidentemente fiutando, dal loro punto di vista, il rischio restaurativo incarnato da Zingaretti.

Così lo scontro vivacissimo, ma poco costruttivo, è stato contrappuntato da rancori e livori, personalismi, minacce reciproche e rimproveri, con una difficoltà estrema ad andare a leggere la reale situazione di oggi del paese.

Eppure, queste primarie sono fondamentali, specie per chi vuole che il vento populista cessi evitando che divenga sistema, impresa non facile perché dopo l’eccesso di aspettative nella globalizzazione, il sovranismo appare oggi come una sorta di disperato e forse anacronistico tentativo di riportare indietro le lancette della storia di un mondo che non c’è più e non puo’ esserci più, a prescindere dai desideri dei vari governanti. Una restaurazione che in Italia, come altrove, trova linfa e forza nelle paure del nuovo millennio, nei rancori che sono stati generati dalla mutata scena internazionale oltre che interna.

I timori e le speranze di chi guarda a Zingaretti, secondo i diversi punti di vista si concentrano, semplificando, sul ritorno al passato (al PD di Bersani e della CGIL della Camusso, oggi in versione Landini), magari con il rientro, cautamente non annunciato in questa fase elettorale, dei soliti noti che per trenta anni si sono opposti in modo sterile al berlusconismo e poi al populismo tout court; Giachetti invece, si fa portavoce di coloro che rivendicano la stagione del rinnovamento e ringiovanimento del partito, con la riforma costituzionale vanamente tentata e lo jobs act, invocando di non fermarsi sulla via del cambiamento democratico del partito. In mezzo resta Martina che simboleggia il mantenimento di un difficile status quo che tenga insieme la vecchia e la nuova anima dei democratici.

Maurizio Martina

Il problema è proprio lì. Le passate generazioni che sono state anche protagoniste del riformismo, inseguendo la via socialista al cambiamento del paese, scommettendo sulla crisi del capitalismo e il pur graduale se non rivoluzionario passaggio dei poteri al proletariato, oggi diremmo ai poveri, hanno assistito, senza ammetterlo, al fallimento di questo disegno, arrivando, pur di non accettare questa realtà, a rendersi vanamente massimalisti, come nel caso dei fuoriusciti, che, nelle ultime elezioni, dopo una lunga storia riformista, hanno abbracciato l’estremismo di LeU con un risultato stiracchiato: 3% di voti. Un abbraccio mortale.

Indicatore del cambiamento storico è il fatto che l’eterno scontro tra riformisti e massimalisti nella sinistra si è evoluto nel corso dei decenni in un altro scontro tra una sinistra chiusa “religiosamente” nel proprio fondamentalismo, fino ad arrivare alla tragicommedia di LeU, ed un’altra sinistra che potremmo definire in vari modi: globalista, moderna, progressista, che ha messo, a partire da Renzi, profondamente in discussione i dogmi che per un secolo hanno egemonizzato la politica e la cultura di quell’area. Promuovendo una vera trasformazione antropologica di quell’area.
Quest’ultima, anche se con molto ritegno ed appena sussurrandolo, crede oggi che l’ideale socialista sia stato nella migliore delle ipotesi un’utopia irrealizzabile, nella peggiore un vero crimine (basti pensare all’Unione Sovietica, alla DDR e oggi a figure come Maduro). Questa sinistra nel tempo ha sostituito il nome comunista o socialista, con il nome democratico, che è poi l’aggettivo che qualifica quel partito, considerando così il sostantivo che sottintende il vero primo segno della propria evoluzione (peraltro mettendo più volte in discussione, come ormai astratta e superata, la stessa semplificazione logistica destra-sinistra, in tal senso va segnalata per i suoi utili argomenti l’opera del sociologo Ricolfi: Sinistra e popolo – ed. Longanesi).

Va aggiunto che questa sinistra battezzata definitivamente da Renzi, ma frutto di un processo lungo che ha avuto passaggi significativi già con Veltroni e che nel tempo si è arricchita del contributo di intellettuali come Recalcati, Baricco ed altri, non solo non crede nella fine del capitalismo, ma individua in questo uno dei motivi pregnanti del progresso civile, specie nell’Occidente, quasi creando un asse tra capitalismo e democrazia contemporanea.

Si può ben capire quindi quale abisso separa queste due “sinistre” anche se è chiaro che vi sia una matrice comune. Ad esempio, entrambe queste anime si richiamano giustamente a Berlinguer, la prima rivendicando come l’allora segretario del PCI contrastò ogni tentativo di trasformare il partito che fu di Gramsci e Togliatti, in socialdemocratico (cosa che chiedevano a voce bassa i miglioristi di Napolitano). Gli altri individuano nel tentativo fallito del compromesso storico, un passaggio verso la democratizzazione del partito ed un segno del suo ammodernamento.

Direbbe lo storico Galli della Loggia che non è facile pretendere, specie da coloro che per generazioni hanno lottato per il socialismo, di abiurare ed ammainare le bandiere, ma tuttavia il rischio forte di queste primarie è la tentazione di tornare indietro, per paura di guardare avanti. Di perpetrare un equivoco che ha nuociuto alla sinistra. Si assiste così ad uno strano dibattito dove sembra che il problema sia semplicemente (come anche giusto) di ritornare nelle strade, invocando vecchi canali di comunicazione che oggi hanno scarsissima presa, quasi dimenticando che viviamo in un mondo iperconnesso, dove non politici ma capi di stato parlano direttamente ai loro cittadini, in alcuni casi ai loro sudditi. Un mondo che si riunisce al tempio dei social ma che non ha più fede. Voglio dire che i riti e i rituali del militante del secolo scorso oggi per la gran massa dei cittadini, per i giovani in particolare, hanno scarsissimo peso e poi, seppure si torna a parlare nelle strade, si va per dire cosa?

Roberto Giachetti

Il PD ha il dovere di rimettere al centro il futuro, uscendo dall’eterno presente dei populisti che hanno dimenticato le future generazioni. Troppo spesso si guarda alla gallina oggi più che all’uovo domani e questo si traduce nella paura di sostenere che la globalizzazione ha molte buone ragioni e che se regolata, in un quadro geopolitico più razionale, può essere per molti un’opportunità. E questo fa la differenza tra sinistra (chiamiamola cosi) e destra. Quest’ultima anche nella sua forma grillina, non è capace di immaginare il futuro soffocando ogni visione in un presente soffocato dalla paura di quello che ci attende dietro la porta. La realtà è che la porta va aperta, altro che muri, anche a costo di una battaglia continua sull’informazione e nell’informazione ad ogni livello. Una battaglia per costruire tra i cittadini una coscienza mondialista e per questo anche europeista.

A volerla dire tutta, per fare questo, il PD, prima di preoccuparsi della leadership e del ricalarsi nei territori, deve assumersi la responsabilità di un taglio netto con un passato che seppur glorioso in alcuni suoi episodi è ormai da troppi decenni segnato da fallimenti e generatore di equivoci. Occorre cambiare non solo gli orchestrali ma anche la partitura, capendo anche che oggi i cittadini ricchi e poveri non sono iperpoliticizzati e nemmeno chiedono di esserlo e che tuttavia questo non ci libera dal fare i conti e dal creare coscienza sulla necessità della difesa ambientale, di offrirsi ad un mondo che, per quanti porti si possono chiudere ed alzarsi barriere, ha il suo destino nell’aprirsi.
La gente nell’immediato vuole soluzioni alle questioni del presente, ma anche queste richiedono una visione complessiva e che guardi al futuro non solo dell’Italia ma dell’Europa e direi del mondo intero. Da troppo tempo la sinistra più progressista e meno conservatrice, balbetta su temi che dovrebbero costituire il fiero proposito delle sue parole d’ordine.

In primis proprio l’Europa, che è il nucleo centrale del futuro PD e bene ha fatto Calenda, innanzi al rischio di una ulteriore avanzata sovranista e populista, ad invocare una lista per l’Europa che raccolga tutte le sensibilità maggiori per il rilancio degli Stati Uniti d’Europa, un tema cruciale e su cui viceversa il PD stenta a dire intimidito e bloccato in posizioni inutilmente difensiviste.

Il rilancio dei democratici deve anche avvenire nella consapevolezza che il racconto che interessa le giovani generazioni è sull’Europa e il suo futuro (altro che socialismo) perché essi sono nati e cresciuti europei, prima che italiani, e per loro l’Europa deve essere la soluzione, piuttosto che il problema.

Il vero nodo per i democratici non dovrebbe essere la sconfitta del capitalismo, altra chimera vanamente inseguita dalla vecchia sinistra, ma come costruire un capitalismo che generi mercato, concorrenza, che favorisca produttività e libertà di impresa, contro i monopoli, le caste, le lobbies che in Italia e all’estero inquinano i mercati, creano distorsioni dannose, generano ingiustizie e nuove povertà. E a proposito di queste va anche detto che se non si possono abolire (sarebbe bello) ma almeno si puo’ costruire un mondo più solidale, capace di mediare con la politica quei processi economici che negli anni della globalizzazione, se sono state capaci di ridurre in scala mondiale le diseguaglianze, ne hanno create di nuove proprio in quei paesi che, nel secolo scorso, erano alla guida del mondo (l’occidente in primis).

Per fare questo occorre opporre, alle paure, alle chiusure e agli eterni rancori che foraggiano la destra, una rinnovata voglia di futuro, un’idea positiva del mondo che ci accolga nella pace offrendo mille possibilità con l’evoluzione dei suoi strumenti tecnologici e di comunicazione. Ridare un’ordine all’attuale caos preservando anche l’ambiente per i nostri figli. L’ambiente diventa uno dei temi chiave ed un’avvisaglia si è avuta in Francia proprio alle origini del confronto Macron e Gilets Jaunes. La globalizzazione è un fenomeno storico ed è necessaria visione politica per poterla regolamentare in scala mondiale, occorre alzare gli occhi verso il futuro ed avviare una delicata opera di sensibilizzazione culturale e, nelle sedi opportune, di diplomazia (il trattato di Parigi per l’ambiente fa scuola in questo senso).

Nel quadro mondiale odierno, appare evidente che bisogna eliminare un altro totem della vecchia sinistra novecentesca, quella che vuole che le società vivano di continui conflitti e contrapposizioni. Non esiste più la lotta di classe e i fatti provano che oggi imprese e lavoratori sono spesso sulla stessa barca e hanno bisogni ed interessi comuni.

Questo nostro è un paese estenuato dai conflitti, spesso generati artatamente da una schizofrenica informazione. Il PD nel suo fare “contro-informazione”, deve anche farsi portavoce dei suoi contenuti maturati negli anni della sua evoluzione: democrazia, pace, solidarietà, europeismo, libertà, lotta alle diseguaglianze, sono contenuti positivi e pregnanti da far crescere e sviluppare.

Tutto sembra dire che sarà Zingaretti a guidare il futuro PD, ancora è da vedere e questa volta qualche sorpresa potrebbe esserci. Tuttavia, se così fosse, il vero rischio sarebbe quello di un dietro front, di farsi prendere dalla paura del presente riportando la sinistra a dieci anni fa, magari ricompattandosi nel nome di un proletariato che non esiste più e che è stato sostituito da nuovi disagi sociali molto più complessi e contraddittori, rassegnandosi ad un deludente 20% di voti che non potrà crescere ulteriormente, ma solo ridursi, perché quello storytelling ha perso ogni forza attrattiva, specie verso i giovani. Del resto a segnalare questo mesto dato sono proprio i consensi raccolti dai più duri e puri (in tempi in cui la durezza e la presunta purezza sono premiati) della sinistra con un 3% a LeU e meno del 2% a Potere al popolo (malgrado l’accattivante nome).

Se arriverà Zingaretti forse molti dei vecchi elettori del PD sorrideranno, ma il punto è che per riprendere la marcia del progresso e del cambiamento, potrebbero andare persi altri anni.

Nicola Guarino

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