Giulio Romano, un pittore, allievo di Raffaello, che fece splendida Mantova.

Tra gli allievi del grande Raffaello di cui ricorrono quest’anno i 500 anni dalla morte, celebrazioni interrotte dalla pandemia, ma che stanno riprendendo (La mostra celebrativa è nelle Scuderie del Quirinale protratta  fino al 30 agosto: vedi Raffaello  1520-1483, in notturna per i mesi estivi), i riflettori per riflesso si accendono pure sulla scuola di allievi, suoi coadiuvanti che lo aiutarono nell’esecuzione dei suoi lavori senza raggiungere il suo estro creativo. Tra questi GIULIO ROMANO, menzionato di recente da Stefano Bucci per la Lettura del Corriere della Sera (domenica 17 maggio 2020), a proposito dell’ultimo restauro di Raffaello nella sala di Costantino delle Stanze Vaticane.

Le notizie su di lui, che gli fu fedelissimo discepolo, derivano dal romanziere Alexandre Dumas che a sua volta attinse al Vasari (1511-1574) nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori  e di Benvenuto Cellini (1500-1571) in Ritratti. Dumas, tra le sue opere, lasciò anche due volumi dal titolo Italiens et flamands, biografie di grandi artisti del passato italiano e nordico (recentemente edito da Oligo, a cura di Vincenzo Fidomanzo). Nel secondo volume di questa raccolta e precisamente nelle pagine 225-246 viene presentata la figura dell’artista dal carattere gioviale a cui si riconosce la perizia figurativa, la progettazione architettonica e la forte amicizia con il maestro.
Secondo il gusto di questo scrittore, la presentazione viene arricchita da molti episodi romanzati che rendono la sua storia più interessante. Così s’apprende che egli operò a Roma ed a Mantova ; nella prima, sotto la direzione di Raffaello, seguendo le carte del suo disegno che interpretava in modo che fosse esaltata la creatività umana, assecondando con dolcezza le linee delle figure e la profondità delle espressioni, nella seconda, cioè a Mantova, presso Federico Gonzaga, dopo la morte di Raffaello, avvenuta  precocemente, a trentasette anni d’età.

ROMA

A Roma fu strumento del maestro nelle sue grandiose esecuzioni delle Logge del Vaticano, sotto Leone X: Adamo ed Eva, l’Arca di Noè, il Sacrificio di Abramo, Mosè salvato dalle acque e tanti altri episodi biblici che facevano trasparire una fede profonda ed un’arte mirabile. Poi  terminati gli affreschi della Galleria di Agostino Chigi, completò il quadro La sacra famiglia di Raffaello che fu donato al re di Francia con una Santa Margherita. Il suo lavoro continuò a Roma anche dopo la morte del Papa. Furono ripresi i lavori interrotti. Per il futuro Papa Clemente VII fu allestito, alle pendici del Monte Mario, il palazzo Villa dei Medici con una facciata semicircolare come un anfiteatro con all’interno un gran numero di dipinti e statue mitiche, tra cui un Giove ed un Polifemo circondato da bimbi e da piccoli satiri. Quando subentrò in Vaticano Papa Adriano VI che non amava le arti, Giulio Romano fu trascurato come del resto tutti gli artisti. Dumas racconta che al suo ingresso il nuovo Papa abbia scagliato un martello contro le statue antiche, mutilandone alcune con il commento: Sunt idola paganorum tra l’indignazione generale. Più tardi, quando Adriano VI morì, dopo un anno, comparve scritto sulla porta del suo medico: Al liberatore della patria che esprimeva il grande respiro di libertà della gente che credeva nelle grandi opere pontificie.

Sotto il pontificato di Clemente VII, nipote di Leone X, si ripresero i lavori. Giulio e Fattore tolsero l’intonaco che Raffaello aveva steso per dipingere ad olio un arazzo, lasciando solo due figure, la Comitas e la Iustitia, e Giulio Romano riprese quattro affreschi incompiuti degli episodi di Costantino: l’Allocuzione ai soldati, mentre in cielo compare una croce con su scritte le parole: in hoc signo vinces che decreta la sua vittoria e l’altra battaglia contro Massenzio al ponte Mollo e poi il Battesimo di Costantino per opera di San Silvestro con i tratti di Clemente VII ed il quarto dipinto: la Donazione di Roma al Papa. Vi sono raffigurati  cardinali, prelati, cantori e musici, mentre le guardie respingono la folla. Per questa sua opera il Papa gli assegnò una solenne ricompensa.

Altri suoi lavori, a Roma, degni di memoria, sono: La Madonna della gatta e La Flagellazione di Cristo, donato alla Chiesa di Santa Prassede a Roma. Bellissimo è pure il quadro ad olio che raffigura la Vergine con altri Santi tra cui S. Marco inginocchiati accanto ad un leone, quadro destinato  alla Chiesa dell’Anima a Roma. Una certa tendenza nell’uso del colore nero viene rimproverata a Giulio.

Vengono ricordati però ancora a Roma i suoi lavori di architetto, per una scalinata e per appartamenti che si costruivano vicino la porta del Vaticano e che davano sulla omonima piazza. Si potrebbe ricostruire una mappa, tanto dettagliati sono i particolari.

Per Messer Gilberti, che in seguito fu vescovo di Verona, dipinse il Martirio di Santo Stefano in cui si coglie lo sguardo rapito del martire per l’al di là. Sul Gianicolo, per il suo amico Baldassarre Turini da Pescia Giulio fece costruire un palazzo che poi ornò di statue e di pitture che riproducono episodi della vita di Numa Pompilio la cui tomba era in quel luogo. Nella sala destinata ai bagni, eseguì le favole di Cupido e Venere, Giacinto e Apollo. Insomma la sua arte s’era perfezionata e riceveva richieste da ogni parte.

Fu in quel tempo che Baldassarre, ambasciatore a Roma del Duca di Mantova gli propose di trasferirsi in questa città presso Federico II Gonzaga per curare i lavori che il duca intendeva iniziare. Prima d’accettare chiese il permesso pontificio che gli fu accordato, nascondendo al Papa, per non  incorrere nella sua ira, che aveva curato 16 incisioni oscene per un certo Marcantonio accompagnate dai sonetti dell’Aretino.

MANTOVA

A Mantova, fu accolto, nel 1524, splendidamente come erede di Raffaello e vi trovò una seconda patria. Federico gli regalò una casa come fosse un ospite regale ed un cavallo magnifico e poi gli chiese di costruire in campagna, dove aveva delle scuderie, una casa. Egli ci mise tutto l’impegno. Eresse una costruzione quadrata  con un cortile di quattro entrate. Da una di queste si accedeva ad un vestibolo che conduceva ad una galleria ed un giardino.

Palazzo Tè concepito da Giulio Romano

Altre gallerie con pitture e stucchi portavano ai vari appartamenti. Dagli allievi Benedetto Pagni e Rinaldo di Mantova fece dipingere i cani ed i cavalli del duca ch’egli stesso disegnò. Volle che fosse dipinto Il matrimonio di Psiche e Cupido e La vendetta di Venere. In lontananza si vedeva arrivare Febo su d’un carro trainato da quattro cavalli e Zefiro che soffiava l’aria in un corno. Una folla di Amorini versava su Psiche essenze e profumi. Dall’altro lato una tavola imbandita per il pranzo era sovraccarica di pampini e tralci, con vasi, catini e boccali, d’oro e argento di perfetta fattura.

Giulio Romano, Psiche e Cupido (part.) – Palazzo Tè a Mantova

Dalla sala di Psiche si passava ad una le cui pitture imitavano i bassorilievi della Colonna Traiana.

Il Palazzo Tè era di uno splendore magnifico. Nel vestibolo c’era la storia di Icaro e i dodici mesi dell’anno ed in una sala attigua pittura ed architettura  gareggiavano per rivelare effetti di efficace grandiosità nei Giganti fulminati da Giove. Volte, colonne, immense rocce, in basso ed in alto Giove, aiutato da Giunone, lancia la sua folgore mentre le ninfe fuggono spaventate e Pan ne salva una tra le sue braccia. I Giganti si dibattono sotto le rocce e vengono schiacciati dalle rovine dei templi e dalle colonne.

Giulio Romano, Part., La caduta dei Giganti – Palazzo Tè

Giulio presentò Benvenuto Cellini al Duca di Mantova che commissionò al cesellatore un reliquario per deporvi alcune gocce di sangue di Gesù portate da Longino. Ultimato questo palazzo, Giulio costruì due grandi scalinate e decorò di stucchi una sala con dipinta la Guerra di Troia ed un’anticamera con Dodici imperatori.

Palazzo Ducale, Sala di Troia, Giulio Romano e bottega: Diomede combatte Fegeo e Ideo

Era  divenuto infaticabile e lavorava pure per altre committenze: la signora Isabella Brocchetta, messer Ludovico del Fermo, messer Girolamo, suo intimo amico. Per lui dipinse Vulcano che forgia le armi e Venere le depone nella faretra del figlio.

Nulla si erigeva nella città che Giulio non volesse. Fu molto richiesto. A lui si deve la Chiesa di S. Benedetto. Quando Giovanni dei Medici morì ucciso, a lui fu commissionata la maschera funebre che eseguì con scrupolo. Ancora, quando Carlo V passò da Mantova egli fece elevare degli archi di trionfo per festeggiarlo degnamente e quando le dighe del Po si ruppero, egli dovette ricostruire alcuni quartieri della città, altri abbattere. Fu allora che intervenne il duca in sua difesa per proteggerlo dalle lamentele di alcuni e li minacciò che, se gli avessero fatto offesa, avrebbe saputo come punirli. Costruì pure un’abitazione per sé di fronte a Santa Barnaba e la decorò con pezzi antichi donatigli dal duca stesso.

Gian Piero Gilberti, vescovo di Novara, gli chiese dei disegni per dipingere internamente la tribuna della sua Cattedrale. Disegnò persino arazzi intessuti d’oro e seta e fece numerose composizioni di grande bellezza.

Rese insomma a Mantova quello che Leonardo da Vinci aveva reso a Milano tanto che Carlo V, attraversando la città, pensava di trovarla grigia e piccola, invece vi scoprì splendidi palazzi e disse: ‘questa città prima non valeva un marchesato, ed ora vale più d’un ducato !

La sua pittura è vigorosa, ma non ha la dolcezza e l’eleganza di Raffaello, lui compì però una riforma architetttonica che lo ripagò di tutte le sue fatiche. Quando Federico morì, egli avrebbe voluto lasciare Mantova, ma il Cardinale Gonzaga lo trattenne perché gli era divenuto indispensabile. Nel  palazzo di lui, dipinse  uno dei suoi quadri più belli: Sant’Andrea e San Pietro che divengono pescatori di uomini.

Fu chiamato a Bologna per rimpiazzare i disegni di Baldassarre Peruzzi per la facciata della cattedrale di S. Petronio che erano andati perduti e fu ricompensato lautamente. Morì a Mantova all’età di 54 anni e fu sepolto nella Chiesa di Santa Barnaba di fronte alla casa che s’era costruito. Lasciò un figlio di nome Raffaello in ricordo devoto del suo grande maestro.

Gae Sicari Ruffo

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Lien interne Altritaliani à écouter en français: Giulio Romano au Louvre, interview son de Domenico Biscardi

Le choix d’une cinquantaine de feuilles parmi le très riche fonds de dessins de Giulio Romano conservé au musée du Louvre permet de parcourir la carrière de l’artiste et de montrer ses qualités de dessinateur hors du commun.
Parmi les élèves de Raphaël, Giulio Pippi, dit Giulio Romano (Rome, 1492 ou 1499 – Mantoue, 1546), peintre, architecte et audacieux dessinateur, nous surprend par la vigueur de ses inventions. Ainsi que l’écrit Giorgio Vasari (1568), c’est vraiment dans le dessin que ses idées atteignent la perfection absolue.
Certaines feuilles exposées se rattachent à la période romaine de sa collaboration au sein de l’atelier de Raphaël (dès 1516), d’autres aux chantiers que le maître laissa inachevés au moment de sa mort en 1520, chantiers que Giulio Romano dirigera avec Gianfrancesco Penni jusqu’en 1524. C’est à cette date qu’il céda aux prières et aux promesses du comte Baldassarre Castiglione, ambassadeur du marquis Frédéric II Gonzague à Rome, et accepta sur son invitation de s’installer à la cour de Mantoue. Là, loin de Rome, dans un milieu en adéquation avec sa passion pour l’antique, sa créativité ne trouva pas d’égal. En témoignent les nombreuses feuilles de l’exposition destinées aux décors des fastueuses demeures des Gonzague, notamment le Palazzo Te, lieu de repos et de distraction de Frédéric II, auquel Giulio Romano donna toute la splendeur d’une villa suburbaine romaine.

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