Chi vuole abbattere la democrazia francese?

Tempi duri per la Francia. Stretta prima dal 2015 per il terrorismo, poi da 11 mesi di agitazione violente dei Gilet gialli, poi un mese e mezzo di scioperi dei mezzi di trasporti pubblici che hanno paralizzato il paese ed infine, come se non bastasse, è arrivato il Covid 19 con i suoi lutti ed un confinamento che ha definitivamente fermato per tre mesi la società e l’economia.

Nelle more dell’epidemia, alle prime parziali riaperture, sono ripresi gli scontri di piazza. Ultimamente, a Place de la République a Parigi, durante la manifestazione contro il razzismo, dopo la brutta storia di George Floyd a Minneapolis negli States, poi a Digione teatro ogni notte di sanguinosi scontri etnici che vedono protagonisti ceceni, magrebini e naturalmente la solita polizia che sembra essere diventata in Francia l’odiato burattino di tutti gli antagonisti.

Il paese è “en colère” (in collera). Lo sono gli insegnati, i pompieri, gli operai della Renault, a rischio chiusura, che invocano aiuti dallo Stato, lo sono quelli della sinistra più dura che vogliono che lo Stato non aiuti la Renault (per loro ennesimo aiuto ai capitalisti), sono ora sul piede di guerra medici e infermieri che dopo aver incassato per mesi applausi e ringraziamenti per la loro lotta al coronavirus, oggi reclamano aumenti e nuove condizioni di lavoro. Sono en colère quelli della polizia per le nuove regole imposte dal ministero degli interni dopo il sussulto “antirazzista” per Floyd ed una vicenda che è riemersa sui giornali, la morte di un giovane di colore in una caserma della gendarmeria, Traore Adama. La polizia manifesta la sua rabbia gettando le manette in strada esprimendo così la sua frustrazione. Tutti contro tutti e specialmente contro il governo, contro Macron, qualche tempo fa in collera erano finanche i motociclisti, per il caro benzina e per le nuove regole sulla velocità nelle strade.

Ogni manifestazione diventa occasione di scontri che infiammano le strade della Francia, di saccheggi e violenze in un clima in ebollizione che sembra non finire mai e rispetto al quale la maggioranza dei francesi si dimostra silenziosa, attonita, magari mugugnante nei confronti di un governo e di un presidente che hanno scelto la linea morbida del non reagire, della pazienza, se possibile di un dialogo che appare sempre più difficile e vano.

La Francia soffre, la sua economia è sfilacciata. Macron sembra avere una visione sul futuro della Francia e dell’Europa ma la maggioranza dei cittadini, stando ai sondaggi, non è disposta a seguirlo. Dopo anni di vantaggi, di 35 ore di lavoro settimanale, di piccoli e grandi privilegi per ogni categoria, di una sostanziale deresponsabilizzazione della società e dei suoi interpreti politici e sindacali, nella più grave crisi economica e sociale che la Francia si appresta ad affrontare, sembra mancare proprio quel senso di solidarietà tra le persone e le categorie, ci si chiude ciascuno a difesa delle proprie rendite di posizione e nessuno sembra disposto a rinunciare a qualcosa. Eppure, nell’evidenza delle cose c’è il fatto che ormai i transalpini devono convincersi che non è più l’ora della grandeur, che il loro ruolo internazionale è ormai fortemente ridimensionato che, infine, i tempi sono cambiati.

Scontri a Parigi

Sicuramente in questo quadro l’azione di avventuristi, i cosiddetti antagonisti, delle varie frange insurrezionaliste, che sognano di sovvertire la democrazia francesein un clima sempre più pesante che non sembra avere fine ha facile gioco.

Sul Magazine francese Marianne, apprezzato da molti e con un direttore progressista e di sinistra, è stato pubblicato un interessante dossier dal titolo: “Ils rêvent du coup d’Etat” (Essi sognano il colpo di Stato) curato da tre valenti giornalisti: Paul Conge, Etienne Girard e Laurent Valdiguié. Dalla loro inchiesta è emersa la pericolosa convergenza ed alleanza di diversi ed ideologicamente opposti gruppi antagonisti che, da sinistra a destra, hanno il solo scopo di destabilizzare il paese, di metterne in crisi le istituzioni (si pensi alla paralisi avutasi negli ultimi anni sia nelle scuole ed ancor più nelle università, dove ogni occasione è stata per loro utile per imporre, con le buone o le cattive, di fermare le attività didattiche) e i servizi e le infrastrutture (trasporti che sono diventati un incubo per gli utenti e continui blocchi stradali, fino all’interruzione dell’erogazione, in alcune zone del paese, di acqua ed elettricità). Per non parlare di ripetuti attentati alle linee dell’alta velocità, episodi piccoli e che per fortuna non sono sfociati ancora in tragedia ma che hanno comportato continui fastidi a quelle linee di trasporto ed infine i continui attacchi alle reti internet specie in uso alla polizia e alle forze armate, sia con hacher ma finanche con il taglio dei cavi in fibra ottica, che hanno interrotto, a volte per giorni, le connessioni di intere parti del paese, come avvenuto nei primi giorni di maggio.

Peraltro, il dossier è andato anche a spulciare nelle inchieste della polizia e delle autorità giudiziarie, dalle quali emergerebbero inquietanti alleanze che lasciano prefigurare nuove forme di terrorismo globale, alleanze trasversali dove, più che l’ideale comune, sembra fare da collante l’obbiettivo, ovvero il sovvertimento delle democrazie. Per i citati attentati si sono scoperte connessioni tra settori anarchici finanche con le frange più dure dei No-Tav italiani, un patto di terrorismo globale che si allarga anche a pezzi di Black Blocs inglesi, tedeschi, austriaci e ancora una volta italiani. Un’alleanza insurrezionalista di antagonisti di destra e sinistra, pericolosissima che sembra avere nel mirino, come primo obbiettivo, proprio la Francia di Macron. Un obbiettivo che appare alla portata se si tiene conto che, come detto, il paese, fragilizzato da spaccature interne, da un’economia che, dopo anni di scialacquo di risorse, con un netto calo di produttività e consumi, ha visto precipitare l’occupazione con tutte le conseguenze del caso.

In un quadro già così pesante, ad aiutare gli “insurrezionalisti”, sono intervenuti prima le continue rivendicazioni particolari di tutte le categorie che non consentono di mettere mano alle necessarie riformare del welfare e poi la pandemia che ha finito per far sprofondare in modo verticale l’intera l’economia francese.

Sembra, continuando a leggere l’inchiesta di “Marianne”, che tutti questi accadimenti non siano casuali, è come se ci fosse una regia ben organizzata che detta tempi e modi, cavalcando le paure e le angosce di una Francia che sembra aver smarrito le sue sicurezze.
Le manifestazioni sindacali contro la riforma delle pensioni sono state caratterizzate da violentissimi scontri con la polizia, con incendi, attacchi ai simboli del Paese e finanche saccheggi di negozi e distruzione di arredi urbani ed auto. A Lione come a Parigi, a Nantes come a Marsiglia.

In ebollizione sono anche le periferie. Il 20 aprile, in pieno lockdown, a Villeneuve la Garenne, un attacco ad un’auto della polizia si è rivelato una vera e propria imboscata conclusasi con una guerriglia che ha coinvolto centinaia di antagonisti contro alcune decine di poliziotti. Scontri durati tutta la notte con ingenti danni e numerosi feriti specie tra le forze dell’ordine. Fredric Lagache del sindacato Alliance della polizia nel commentare i fatti rivelava che diversi aggressori, poi fermati, non erano della cittadina, venivano da fuori (un vero agguato organizzato e pianificato) e che, a prescindere dai motivi dell’aggressione, queste forze insurrezionali e violente, sono troppo spesso tollerate anche nelle manifestazioni sindacali o degli stessi Gilet gialli. Ogni occasione sembra buona per scatenare violenze e reazioni, alimentando così anche la sfiducia nelle istituzioni repubblicane e democratiche francesi. Episodi simili ci sono nella periferia parigina, in pieno confinamento, sono avvenuti ad Argenteuil, ad Aulnay-sous-Bois dove gli antagonisti sono riusciti ad interrompere l’erogazione di elettricità a diversi palazzi e naturalmente al commissariato di polizia, mentre nello stesso periodo a Tolosa cecchini sparavano, per fortuna senza successo, contro auto delle forze dell’ordine.

Durante il confinamento, la battaglia di Villeneuve la Garenne.

Spesso si è detto che gli antagonisti sono gli emarginati, spesso i più poveri della società, eppure le inchieste della polizia dovrebbero chiedersi come mai la loro presenza è segnalata spesso anche in scontri avvenuti in altre città, lontane dai loro domicili. Esistono dei finanziatori? Una regia esterna (se non estera) capace di manovrare questi insurrezionalisti? In Italia, come in Francia, tra i fermati a volte sono stati trovati stranieri provenienti da altri paesi. Questi tour del terrorismo sono compatibili con l’essere poveri ed emarginati? Ed allora si ripropone l’inquietante domanda: chi c’è dietro alla “colère” dei francesi? Va anche aggiunto che esistono intellettuali che addirittura teorizzano una nuova strategia per unire ed organizzare le forze dell’intolleranza e della contestazione al sistema democratico, tra questi in primis il filosofo Michel Onfray che ha dato vita ad un’associazione Front Populaire che mira ad unire, al di fuori di ogni ideologia, i populismi di destra e sinistra, in un fronte comune antieuropeista e anti Macron. Inquieta il fatto che tra gli antagonisti è certamente chiaro chi sia il nemico da battere, la democrazia, ma non è altrettanto chiaro da chi o cosa dovrebbe essere sostituita. Una riproposizione di quanto già avvenne con il terrorismo rosso in Italia negli anni ’70, con la teoria del tanto peggio tanto meglio. Il nemico era lo Stato democratico (lo Stato borghese si abbatte e non si cambia) ma pericolosamente nebuloso appariva il dopo. Non occorre essere complottisti per domandarsi quale sia la visione del mondo o il progetto, che vogliono realizzare quelli della galassia insurrezionale?

Il futuro non è roseo. Già scaldano i motori i Gilet Gialli che promettono una ripresa delle manifestazioni, nel cuore di tanti c’è il ricordo di sabato da incubo che per undici mesi furono scanditi dai continui saccheggi operati contro ristoranti, negozi, finanche col dare le fiamme a semplici ed abitati palazzi, il tutto a volte sotto gli occhi dei sindacati GGT (la nostra CGIL) FO (Forza operaia), che non intervenivano e a volte addirittura coprivano con la loro presenza e le loro bandiere l’azione di casseurs, Black Blocs e comunque antagonisti.
Restano pericolosamente in sospeso diverse riforme, quella della scuola e dell’Università, quella delle pensioni ed un’agenda fitta di riforme da proporre o imporre ad una società che non sembra ben disposta ai cambiamenti e nemmeno ad accettare una realtà socio-economica che negli ultimi venti anni è profondamente cambiata.

Tutte queste rivendicazioni diventeranno, a breve, nuove agitazioni e scioperi, a cui va aggiunta l’annunciata ripresa dei blocchi stradali e delle manifestazioni dei Gilet gialli, del nuovo foraggio per chi ha a cuore il sovvertimento della democrazia. Non ci vuole molto a comprendere che queste occasioni di confronto sociale si trasformeranno in nuove violenze e contestazioni, che inevitabilmente saranno d’aiuto a questa strategia del caos organizzato. Del resto nulla lascia presagire una condotta responsabile dei partiti (specie dell’opposizione) o delle parti sociali, il cui ruolo sarebbe essenziale per uscire da una crisi così pesante. Occorrerebbe coesione ed un senso di responsabilità verso il paese che sembra nessuno avere se non, come è ovvio che sia, il governo. Gli esempi appena vissuti, negli scorsi mesi, non consentono facili ottimismi sulla compattezza politica delle istituzioni e dei protagonisti del confronto sociale. Sarà necessario prepararsi al peggio.
Effettivamente, la Francia dovrà ripensarsi, rendersi conto che il tempo del suo splendore è terminato e che occorre dare risposte al degrado delle periferie e non solo, Parigi dopo anni di cattiva amministrazione porta tutti i segni della sua decadenza.

Gilet Gialli in azione a Parigi.

Occorre realismo ed equilibrio, che tutti i soggetti sociali, ogni singolo cittadino, prendano per mano la Francia per rimetterla in piedi con saggezza e serenità. È certo l’ora di rimboccarsi le maniche e, invece di pretendere, come fanno i grévistes (gli scioperanti) nei trasporti, di andare in pensione a 50 anni, di assumersi ciascuno le proprie responsabilità per il bene del paese, magari lavorando di più, dando una mano nelle scuole, come nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione perché solo con il coraggio e lo spirito di sacrificio di tutti ci si può salvare da questa pesantissima recessione e prepararsi al futuro. Per tutto questo occorrerebbe che i francesi si stringessero alle loro istituzioni repubblicane, unico e sicuro baluardo al caos, forse organizzato, che è in corso.

Ad impressionare è lo scenario che in conclusione del dossier i giornalisti di Marianne prospettano. Uno scenario inquietante dove si alza l’ombra sinistra anche dell’Armée, già insoddisfatta da anni di svilimento del proprio ruolo, segnati anche da contrasti con la presidenza della repubblica. Le frustrazioni sono sempre maggiori e in alcuni settori militari inizia a sussurrarsi pericolosamente una parola che per la Francia, terra di rivoluzione, appare del tutto inedita, golpe. Il generale Didier Tauzin, vicino al Fronte Nazionale di Le Pen in una intervista (parzialmente riportata nell’inchiesta) ha commentato lo stato di ebollizione francese con una frase sibillina e vagamente minacciosa: “La situazione è merdosa, sono sollecitato da tutte le parti, ma io non voglio essere il detonatore”. Detonatore di cosa?

• Molte informazioni sono state raccolte grazie al dossier pubblicato da Marianne n. 1311 del 29 maggio 2020.

Nicola Guarino

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