Film classici restaurati per Venezia 75. Opere da scoprire o riscoprire.

Venezia Classici è la sezione che dal 2012 presenta alla Mostra di Venezia in anteprima mondiale, e con crescente successo, una selezione dei migliori restauri di film classici realizzati nel corso dell’ultimo anno da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di tutto il mondo. Per la kermesse di questa edizione sono state scelte 25 opere (Vedi QUI) che hanno segnato le nostre vite e che sono fari che illuminano la Settima Arte. Opere restaurate da alcuni degli istituti ormai più avanzati nel recupero di pellicole che sono così riportate al loro splendore per l’uso e la gioia di vecchi e nuovi cinefili. Tra di questi, senza dubbio, risaltano il CSC – Cineteca Nazionale e l’Istituto Luce, la Cineteca di Bologna con la storica produzione Titanus, il Centre National du Cinéma français, a cui si affiancano soggetti più recenti ma di indubbia competenza come Studiocanal o la Kadokawa fra le altri.

La notte di San Lorenzo

Ma andiamo nel merito di alcune opere, ricordando che il premio Venezia Classici 2018 per il miglior film restaurato è stato assegnato dalla giuria di studenti di cinema presieduta dal regista italiano Salvatore Mereu al bellissimo: La notte di San Lorenzo (1982), un tributo ai fratelli Taviani, nell’anno che ha visto la dipartita di Vittorio.

La nostra attenzione, più che sul film vincitore, ampiamente celebrato nelle cronache di questi giorni, si concentrerà su altri film che, specie per i giovani, costituiscono un patrimonio da scoprire e godere.

Der Golem di Paul Wegener (1920)

Der Golem

La 75° Mostra del cinema ha presentato in pre-apertura in Venezia Classici un film muto del 1920 Der Golem – L’uomo d’argilla del regista Paul Wegener che, dopo lunghe peripezie, riuscì a portare a termine questo lavoro. Un film archetipico. Capolavoro assoluto ed imprescindibile. La storia racconta della vita dentro un quartiere ebraico di Praga e della maledizione del pogrom che incombe su di loro. Jeshuà, un rabbino esperto di astrologia e magia, riesce a creare, da un impasto d’argilla, un essere dalle sembianze umane. Privo di energia, sarà lui stesso ad infondergliela, racchiudendo dentro ad un amuleto la parola che lo animerà di vita vera e propria. Golem obbedirà solo a lui e Jeshuà sarà il suo padrone. Golem, pur tra la sorpresa generata dal suo improvviso apparire tra la gente, saprà distinguersi. Alle ripetute scosse di un terremoto distruttivo sarà lui ad opporre la sua forza salvando molte persone. Ma la vita di Golem verrà di colpo capovolta allorchè, fuggito al controllo di Jesuà, si troverà coinvolto in un’azione delittuosa. Fugge, vuole lasciare la città, ma alle sue porte un gruppo di bambini, con cui inizierà a giocare, lo priverà del talismano che racchiude il segreto della sua vita.
Der Golem è sicuramente uno dei migliori film dell’espressionismo tedesco. Uscito nello stesso anno del « Il gabinetto del dottor Caligari » di Robert Wiene, ha molte analogie con questo, a cominciare dalle scenografie che ne ricalcano i modelli architettonici allora più conosciuti, con pareti sghembe dalle forme discutibili e dagli equilibri instabili. L’opera di restauro di questo film ha visto impegnati più soggetti sotto la direzione della Cinematèque belga che ha messo assieme tutte le parti utili alla sua realizzazione provenienti da vari altri istituti.
La musica dal vivo è stata composta per l’occasione dal maestro Admir Shkurtaj; a mio avviso, è forse la sola nota « stonata » della piacevole serata. Troppo moderni e fuori luogo gli andamenti sia ritmici che melodici, un po’ invasivi e predominanti rispetto alle immagini.

The great Buster: A Celebration di Peter Bogdanovic
Venice Classics Documentary Films

The great Buster: A celebration

102 minuti sono quelli che Peter Bogdanovich ha impiegato per rendere omaggio al grande Buster Keaton, uno dei 4 mostri sacri (gli altri erano C. Chaplin, Harold Lloyd e Harry Langdon) che hanno reso famosa l’epopea del cinema muto. Una carrellata dove si sono succedute le immagini e le gags più famose e divertenti di Keaton in una cronologia che racchiude tutti i 40 anni della sua carriera. Figlio di commedianti, iniziò a calcare i palcoscenici assieme a suo padre che lo mise in scena quasi per gioco lanciandolo verso una carriera che lo ha contraddistinto, fin dagli esordi, per un’originalità ed inventiva allora mai toccata da nessuno. A quei tempi il film muto in America impazzava e molti erano gli attori e attrici che tentavano il successo. Keaton riuscì ad imporsi per quel suo viso che rimase sempre serio: una scelta di stile si disse allora, lasciando che fosse il corpo a parlare per lui. Dotato di un atletismo straordinario (a quei tempi la controfigura era ancora lontana dall’essere anche solo pensata) era sempre lui nelle azione più pericolose, a compiere le acrobazie più spericolate, animando tutti i film di situazioni incredibili che ci sorprendono ancora oggi. A chi gli chiese, in occasione di una gag particolarmente riuscita, se avesse deciso di ridurre la velocità della macchina da presa, che riprendeva un’automobile dove lui si era aggrappato per fuggire via da una pericolosa situazione, rispose che non ci aveva mai pensato. « Faccia di pietra », il soprannome con cui veniva ricordato, ha girato centinaia di film, tra corti e lungometraggi non disdegnando neppure la pubblcità che gli riportò una nuova notorietà dopo che l’epoca del film muto era finita. Venezia nel 1960 gli attribuì il Leone d’oro alla carriera. Il primo ad essere sorpreso fu proprio lui che non si aspettava che i suoi film fossero ancora ricordati. Morì di cancro nel 1966 lasciando un’eredità ricca di talento e simpatia. A chi volesse farsi un’idea dei suoi film più belli suggerisco « Come vinsi la guerra » e « Andate al west » tradotto qui in Italia con « Io e la vacca« .

La citta nuda di Jules Dassin (1948)

La città nuda

Girato nel 1948 da Jules Dassin « The Naked City » (La città nuda) ha rappresentato, per molti registi del genere poliziesco, un vero e proprio modello di riferimento. I motivi sono diversi, quasi tutti concordanti sulle capacità espressive messe in atto dal regista (l’esemplare narrazione dei fatti, l’uso preciso della macchina da presa, l’ottima sceneggiatura). Il film vinse ben due Oscar (uno per il montaggio, l’altro per la miglior fotografia) guadagnandosi anche la stima di milioni di persone che lo videro allora.
La storia ci racconta di un ispettore Dan Muldoon (Barry Fitzgerald) e del suo assistente (un simpatico e energico Don Taylor) impegnati a risolvere il caso di una modella trovata morta nel bagno di casa. Un delitto simile a tanti altri, ma non semplice da districare. Già dalle prime immagini si ha l’idea che il film non è solo la storia di un delitto e delle sue indagini condotte in un qualsiasi dipartimento di polizia. È anche la radiografia di una città vista attraverso le sue angolazioni, con i suoi quartieri e le case dove accanto si alzano alti grattacieli, dove pure le strade, nel loro incessante movimento, indicano il pulsare della vita. Nei suoi 96 minuti di proiezione gli spettatori assistono ad una movimentata e continua azione, dove la macchina da presa è sempre più partecipe e dà il ritmo alle indagini. Al primo arresto, ne faranno seguito altri fino all’epilogo finale. Un film da consigliare.

El lugar sin limites di Arturo Ripstein (1977)

El lugar sin limites

Ecco El lugar sin limites (Il luogo senza limiti) dove si racconta la vita di un omosessuale che vive tra bettole e camere di una piccola locanda dentro alle quali si consuma la sua vita. Ha una figlia alla quale è legato da un amore sincero, l’unico della sua vita. Siamo forse nei primi anni 50 e il paese dove la storia si svolge non è che lo sfondo anonimo di una qualsiasi periferia sud americana o spagnola tanta è la verosimiglianza degli ambienti tra di loro. Lui, il protagonista, in arte si fa chiamare Manuela, ha un talento riconosciuto che si esprime nella danza. Nella bettola dove si esibisce, uomini e donne vorrebbero poter passare con lui qualche momento, magari una notte peccaminosa. C’è chi si invaghisce di lui e torna a rivederlo. Una storia così non può che finire nel torbido. Pestata a sangue Manuela morirà nel buio di una strada malamente illuminata, per un banale equivoco. Colori e scenografie sono elementi che caratterizzano tutta la visione del film, tanto da diventarne gli elementi fondamentali nella riuscita di questa pellicola apprezzata dagli applausi del pubblico in sala.

A Qualcuno Piace Caldo di Billy Wilder (1959)

A qualcuno piace caldo

E ancora nella sezione Venezia Classici – Restauri, a ridarci il piacere del cinema di un tempo, 60 dopo anni la sua prima apparizione, « A qualcuno piace caldo » (Some like it hot) di Billy Wilder, uno dei più bei film della commedia americana. Dopo Venezia, la pellicola ebbe già al suo primo apparire un grande successo, vincendo anche l’Oscar come miglior film. La pellicola si avvalse di un cast brillante: accanto a due attori già affermati come Jack Lemmon e Tony Curtis, gli fa eco la provocante bellezza di una Marylin Monroe assolutamente perfetta nel ruolo assegnatole.

La trama ci porta a Chicago nel 1929 epoca del proibizionismo. I due protagonisti sono Jerry un bassista (Lemmon) e un sassofonista Joe (Curtis) sempre in difficoltà, alla ricerca di una nuova orchestra e di nuovi contratti. Loro malgrado sono testimoni in quella che fu definita la Strage di S.Valentino, di un regolamento di conti tra bande. Nonostante ciò, il film ha i tratti di una comicità irresistibile. Jerry e Joe riusciranno a farsi assumere in un’orchestra femminile e, grazie al loro travestimento e alla simpatia riconosciuta, durante il viaggio in treno faranno amicizia con Zucchero Kandinsky (Marylin Monroe). Giunti a Miami, nei panni di Josephine e Dafne, i nomi con cui verranno registrati, faranno ogni tentativo per attirare l’attenzione di Zucchero, a sua volta attenta a scovare qualche miliardario che la porti via da là. Joe si calerà nei panni di Junior annoiato miliardario, figlio di un magnate del petrolio. Sfruttando una serie di occasioni offertegli da Osgood Fielding, vero miliardario, innamoratosi a sua volta di Dafne, passerà una notte da favola sullo jact dello stesso Osgood. Nello stesso albergo si tiene un congresso degli « Amici dell’opera italiana ». Si tratterà in realtà di una riunione tra gangster e tra questi la banda di Ghette alla caccia dei due testimoni della Strage di S. Valentino. Scoperte Dafne e Josephine si daranno alla fuga correndo verso il molo dove, ad attenderle ci sarà il miliardario Osgood. Pure Zucchero, capito chi si nascondeva dietro agli abiti di Josephine, correrà all’impazzata verso il molo. A bordo Dafne e Josephine smaschereranno la loro vera identità. Se Dafne è in realtrà un uomo ad Osgood andrà bene lo stesso poichè « Nessuno è perfetto », frase che lascerà sgomento lo stesso Jerry…
Film irresistibile, da vedere e rivedere (anche per chi non è cinefilo).

Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974)

Il portiere di notte

1957. In una cupa Vienna, dentro ad un sontuoso albergo dai colori soffusi, la vita è cadenzata dal via vai dei turisti, con il tempo che pare essersi fermato. Girato nel 1974 « Il portiere di notte » all’epoca fece molta sensazione. La stampa estera nel titolo vide anche la notte dell’Europa, ancora taciturna sui fatti di quel tempo. Si sapeva che molti gerarchi nazisti erano ancora vivi e giravano fra l’Europa e il Sud America…
La trama racconta dell’arrivo di una donna (Charlotte Rampling) una sera lì nell’albergo. Alla sua vista la vita del portiere di notte (Dirk Bogarde) improvvisamente si confonde, pare che i fantasmi del passato ritornino ad agitare la sua coscienza. Là dove lavora qualcuno sa della sua vita precedente e vorrebbe aiutarlo a cancellarla. La donna che, giunta inaspettatamente all’albergo, gli rinnova però il suo tragico passato ed è una testimone pericolosa delle sue atrocità. Rinchiusa nel lager, sopravvisse perché era diventata la favorita di lui, gerarca nazista.

Nel film, attraverso i flash back, si rivive la prigionia di lei, i giochi erotici a cui lui la obbligava. Atmosfera che ritorna nel chiuso della camera dell’albergo dove entrambi, ripercorrono quelle giornate passate nel lager. Lui, ancora inebriato dal suo corpo, vuole fare l’amore in una atmosfera che ha il sapore della morte imminente. Non potendo sopportare che, l’aiuto che i suoi amici vogliono dargli, sia l’uccisione della donna, la porta nella sua casa, licenziandosi dal lavoro, vivendo infine gli ultimi giorni con lei a fianco, avvolto in quel cupio dissolvi che segnerà la sua fine. Rimessasi la divisa da nazista, uscirà per l’ultima volta da casa. Procedendo verso un ponte saranno entrambi uccisi.
In un’intervista Liliana Cavani ha raccontato come gli venne l’idea di fare il film. « Lo spunto da cui ero partita, spiega la regista, fu il racconto che mi aveva fatto una sopravvissuta a un lager e che mi aveva molto colpito: diceva che non avrebbe mai perdonato ai nazisti di essere sopravvissuta. Quella donna per poter sopravvivere aveva compiuto cose terribili, di cui si vergognava. Non se lo perdonava lei e non lo perdonava ai suoi aguzzini. “Non ebbi mai il coraggio di chiederle cosa avesse fatto », ha concluso la Cavani.

Il Posto di Ermanno Olmi (1961)

Il posto

1961. Domenico, un ragazzo di Meda (periferia milanese) partecipa ad una selezione per entrare in una grande azienda di Milano. Timido, vive con molta apprensione quest’impegno. La famiglia, semplice e modesta, si aspetta che lui ce la faccia perchè quel posto significa lavoro sicuro per tutta la vita. Alla selezione conosce Antonietta con cui si intrattiene nei brevi momenti di pausa tra una prova e l’altra. Verranno assunti entrambi, ma in sedi distaccate. Lui ha saputo che lei esce un quarto d’ora dopo il suo turno e l’aspetta, anche sotto la pioggia, senza ritrovarla. Il caso vuole che i due si rincontrino. Sarà lei a rompere il ghiaccio chiedendogli se gli va di passare il capodanno nel Cral aziendale. A lui non sembra vero. Per quella ragazza ha un sentimento che pare confonderlo. A casa sua, riesce a convincere i suoi che la festa organizzata al Cral è una cosa fra colleghi, niente di male. Riuscirà ad andarci per poter stare assieme ad Antonietta. Entrato tra i primi nella sala, ancora vuota, si siederà ad un tavolo, sempre con lo sguardo rivolto alla porta. Ma lei non verrà. Dopo diverso tempo nel reparto dove lui lavora come fattorino, gli aveva detto l’ingegnere responsabile delle assunzioni: « Per adesso c’è solo questo impiego ». La morte di un impiegato libererà il posto dove lui, Domenico, potra sistemarsi, ma solo nel fondo della stanzone perchè quello è il luogo da dove comincerà la sua nuova vita di travet.

Con questo film Olmi vinse il premio della critica, per aver saputo descrivere, in modo esemplare, il mondo del lavoro attraverso gli occhi di un giovane. Non è però solo una storia individuale. Dietro c’è la Milano del grande « boom economico », quello che darà impulso a tutto il paese. Contraltare alle immagini di Piazza S.Babila, al grattacielo dell’allora Edison, c’è la condizione sociale della famiglia a cui appartiene Domenico, solo da poco emancipatasi.
Curiosità. Nel film, tra le attrici, compare, per la prima ed unica volta, Loreadana Detto che in seguito diverrà la moglie di Olmi. Nel ruolo di uno dei due esaminatori, appare Tullio Kezich, grande giornalista nonchè critico cinematografico e sceneggiatore, biografo di Fellini, scrisse articoli già per la settimana Incom, poi per Panorama, Repubblica e Corriere della Sera.

Morte a Venezia di Luchino Visconti (1971)

Morte a Venezia

Tratto dal romanzo breve di Thomas Mann « La morte a Venezia » uscito nel 1971, il film fa parte della trilogia tedesca iniziata con « La caduta degli dei » (1969) proseguita poi con « Ludwig » (1972). Il film racconta del breve periodo passato, presso l’Hotel des Bains, al Lido di Venezia, dal professor Gustav Von Aschenbach. L’arrivo a Venezia gli appare come un toccasana, una pagina da cui ricominciare dopo la morte della moglie. Venezia, la sua splendida storia, l’immancabile fascino che ancora vede. E’ stanco, in questo soggiorno vuole rigenerarsi. Le sue ultime fatiche letterarie non sono state apprezzate, le critiche, anche dei suoi amici, sono state molto dure. L’atmosfera nell’hotel è sospesa attorno a qualcosa di indecifrabile. Lusso misto ad una vaga mestizia sono le sensazioni più palpabili. Verso sera, sceso per la cena, la sua attenzione cade su una famiglia di nobili polacchi. Tra questi vede un ragazzo sui 14 anni che gli sembra incarnare l’ideale di una bellezza classica. Le giornate che seguono vedono però peggiorare la sua salute. Il vento di scirocco che soffia dal mare gli affatica la respirazione tanto che decide di ripartire l’indomani. Alla stazione ferroviaria trova però che alcuni suoi bagagli, per un errore, sono stati diretti a Como. S’arrabbia, ma intimamente è molto contento di rientrare all’Hotel des Bains. Qui ritrova l’atmosfera lasciata solo qualche ora prima, ma soprattutto spera di rivedere il volto di Tadzio, così si chiama il ragazzo. Per lui sente di nutrire un interesse che gli gonfia il cuore. In lui vede la continuità dell’ideale greco di bellezza, un nuovo Antinoo, improvvisamente materializzatosi davanti a lui. Per uscire da questa ossessione nei giorni seguenti Aschenbach si reca a Venezia, ma nota che la città ha un’aria stranamente sinistra. Nota degli avvisi appesi ai muri del Dipartimento della Salute che consigliano di evitare cibi crudi e frutti di mare. Ad Aschenbach, in qualche modo pare che il male della città sia un po’ come il suo, ad uno stadio ancora iniziale. Preoccupazione che svanirà quando al suo rientro all’Hotel, verso sera, sulla veranda dello stesso, una formazione musicale di artisti di strada porterà a tutti un po’ di allegria. Aschenbach guarderà attorno ritrovando la famiglia polacca e, soprattutto, Tadzio. Per un istante gli sembrerà che anche gli occhi del giovane si incrocino con i suoi e l’attrazione sia reciproca. I pensieri di Aschenbach si alternano con quelle notizie, invero poco rassicuranti, che ha avuto sulla salute pubblica. Non si fida di quanto ha sentito. L’unico rischio, al momento è il vento di scirocco. Ma la verità emerge da lì a qualche giorno. Ad un colloquio con un direttore di banca presso la quale aveva cambiato del denaro, viene a sapere che nella città si sta diffondendo una grave epidemia di colera. Vorrebbe avvisare anche la famiglia polacca, ma teme un’improvvisa partenza di questa e di Tadzio. Aschenbach, come mai nella sua vita, avverte che una trasformazione dei suoi impulsi lo sta aggredendo. Sente di amare quel ragazzo verso cui ha un’attrazione che fatica a controllare. Ma si sente inadeguato. Ritornato a Venezia, dentro al negozio di un barbiere decide di ringiovanirsi. Si tinge capelli e baffi nel tentativo di rendersi più attraente. Il film si conclude sulla spiaggia davanti all’Hotel. Su una sedia a sdraio, stanco e indebolito osserva Tadzio giocare con i suoi amici. Poi, forse per ripulirsi dalla sabbia, si avvia verso il mare, lasciando i compagni. Qui Tadzio inconsapevole oppure no, sembra richiamare l’attenzione del profesor Aschenbach. Sono gli ultimi istanti di vita di Aschenbach che, pur seguendo gli ultimi gesti del giovanetto, si accascia morente tra la luce di quel giorno.
Dirk Bogarde, nel film è stato plasmato in maniera totale da Visconti. La sua recitazione ha seguito il profilo voluto dal regista che ne ha fatto un personaggio preciso, a volte grottesco, a volte patetico, inquieto nel suo strano innamoramento, disperato nel finale. Resa esplicita anche la sua omosessualità, che non mancò di provocare polemiche, Aschenbach ruppe gli schemi facendone parlare quanti allora all’argomento avevano dedicato solo qualche riga. Tadzio, ben interpretato dall’esordiente Biorn Andrèsen, è una figura efebica, quasi evanescente. Nel film non parla mai, ma è sufficiente la sua sola presenza fisica a rompere il precario equilibrio psicologico del professor Aschenbach. Tra gli altri attori presenti nel cast, un ottimo Romolo Valli nei panni del direttore dell’albergo e Silvana Mangano.

Massimo Rosin

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