Donne della Shoah. Elisa Springer: « Il mio domani è nei vostri occhi ».

Per l’8 marzo, il dolore, la memoria di Donna, e la speranza per tutte/i.

Elisa Springer, ebrea di origine ungherese, era nata a Vienna nel 1918. Quando venne arrestata e deportata ad Auschwitz, il 2 agosto 1944, aveva ventisei anni e si trovava a Milano insieme al marito.

Dopo l’orribile periodo della sua rubata gioventù passato nei campi nazisti, sopravvissuta, visse a lungo in Italia con il marito ed il figlio, perso anzitempo, fino alla morte nel 2014.

A differenza di Liliana Segre, però, iniziò relativamente tardi ad occuparsi di… Memoria, della propria per salvaguardare la vita degli altri a venire.
Il suo pudore, i suoi timori, il suo tremendo dolore così grande, mai superato, mai sublimato veramente – come poi era accaduto a molti di loro, Primo Levi e Walter Benjamin son tra i primi a venir alla mente, ma quanti altri….

Così, pian piano, nel tempo, iniziò a scrivere  alcuni libri, nel primo dei quali, “Il silenzio dei vivi”, la Springer, afferma “Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro”. Pubblicato per la prima volta nel 2001, da Marsilio editore, è stato poi riedito lo scorso anno nella collana Universale Economica Feltrinelli.

Pieni di empatia, dolore, sentimento profondi i testi dell’Autrice che con essi è riuscita a trasmettere un qualcosa di positivo, una speranza che non appartenne a tutti, un po’ ciò che fece Anna Frank nel suo emblematico diario, pur se la sua fine fu ben diversa da quella della Springer.
Erano state deportate insieme: erano infatti sullo stesso convoglio che da Auschwitz le aveva portate a Bergen-Belsen, anzi nella stessa baracca e ogni tanto parlavano tra loro.
Lei ricordava spesso come Anna cercasse ansiosamente almeno un mozzicone di matita per poter scrivere qualcosa su quello che stava loro succedendo, mentre a lei succedeva l’opposto. Per anni e anni aveva fatto decantare questa atroce esperienza dentro di sé, per iniziare a scrivere la sua terribile storia di deportata molto più tardi, come detto, intorno agli anni Novanta, lei già matura. È nel suo libro L’eco del silenzio che ricostruì l’incontro con Anna Frank.

Nel Maggio del ’46, aveva conosciuto il marito, un ebreo-pugliese, che l’aveva condotta nella sua terra natale, dopo aver vissuto per un periodo di tempo a Napoli.
Nel meridione non era come nel Nord d’Italia, un territorio più noto alla Springer, avendo vissuto a Bolzano, prima della deportazione.

Fu molto difficile,  per lei il reinserimento nella vita, dopo la terribile esperienza del lager: viveva con una paura continua, non riusciva a comunicare, perché  si scontrava con una grande indifferenza, dato che la guerra non era passata al Sud, non era stata vissuta come nell’alta Italia. In Puglia non si sapeva nulla della Resistenza e, sì, c’erano stati dei bombardamenti, ma tutto era finito lì, della guerra non sapevano niente e, soprattutto, non ne volevano sapere nulla. Nessuno l’ascoltava ed allora si chiuse sempre di più’ in se stessa, finché, dopo molti anni, il bisogno di aprirsi e di parlare, la spinse a confidarsi con il figlio, persona di grande sensibilità che aveva intuito il dramma interiore materno e l’aveva spinta a comunicare, ad andare alla ricerca delle sue radici.

Ma ancora è giusto citare le sue dirette parole:
“(…) Il racconto dei giorni trascorsi nei lager non solo rende giustizia ai martiri che ne fecero esperienza, non solo mi permise di riacquistare un’identità celata ormai da più di cinquant’anni, ma parla anche alla coscienza di ogni possibile lettore. E’ un inno alla forza della vita. Ogni pagina è percorsa sì da profonda e struggente pietà per l’uomo umiliato, ridotto a numero , a ‘pezzo’ di un’orrenda catena di montaggio, ma non lascia spazio all’incredulità ed all’indifferenza, è un lucido ricordo di una vita dominata dal silenzio che diventa testimonianza di un passato, anche italiano, da non rimuovere”.

Viveva per incontrare i giovani, parlare con loro. Era diventata una missione per lei, soprattutto dopo la morte prematura del figlio, la prima persona con cui Elisa si era aperta dopo tantissimi anni di silenzio.

Al Teatro Italia di Gallipoli, gremito di oltre milleduecento giovani salentini, nell’inverno del 1999, aveva dichiarato:
Ho capito che dovevo parlare anche per voi giovani, perché il futuro è nelle vostre mani, ma non esiste un futuro senza passato e perché queste cose non avvengano più, io mi sono auto-violentata e, per amore di mio figlio che voleva sapere, e per amore anche verso voi giovani, ho scritto questo mio libro che spero possa in qualche modo contribuire a rendere un po’ migliore il mondo, perché siamo tutti figli di un unico Dio e siamo tutti della stessa razza, non esistono razze diverse, ci sono solo due categorie di uomini: quelli buoni e quelli cattivi. Quello che conta non è il colore della pelle, ma quello che si ha qui, dentro il cuore e l’anima (…). Le ferite del corpo col tempo si cicatrizzano. Le ferite che non spariscono mai sono quelle morali. (…) Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro”.

Certo fu  un messaggio ancora pieno di imprescindibile ed indimenticabile sofferenza, quello che la Springer aveva passato a tutti i ragazzi di Gallipoli, del Salento e dell’Italia, che assiepavano il Teatro. Ma fu anche un messaggio di speranza:
Immagino la vita come una bella rosa. Le spine sono le difficoltà. Quelle spine si possono togliere e io credo di essere un esempio vivente”.(…) Dovremmo amarci ed aiutarci, l´odio non dovrebbe esistere. Ma l´uomo ancora non ha capito nulla. Oggi conta la gran sete per il denaro e per il potere e non si pensa che prima o poi bisogna lasciare tutto”.

Ed ancor più commoventi le ultime frasi che formulò:
Ragazzi, il mio libro si conclude con queste parole: adesso il mio futuro è negli occhi di mio figlio”.
“Oggi, dopo la morte del mio Silvio, posso e devo dire che il mio domani è negli occhi vostri”.

Maria Cristina Nascosi Sandri

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