Contro la resilienza, ora è sempre resistenza!

Siamo circondati da brutte parole: eccellenze, sinergie, ottimizzazione, narrazione. E da tremende espressioni. Fare sistema. Mettersi in gioco. Fissare i paletti.  Valorizzare le eccellenze. Storie di successo. Obiettivi sfidanti. Ma la peggiore di tutte, per me, è resilienza.

Viene dal mondo scientifico: proprietà dei metalli. Da lì, è passata in psicologia: capacità di far fronte a eventi negativi, traumatici. Per misteriose vie, è divenuta una virtù cardinale che ha occupato ogni spazio. Incarna (verbo che diventa carne) la filosofia imperante. Quella che ci vuole iscritti a una corsa per ottenere chissà che cosa, perseguire freneticamente obiettivi (ovviamente, «sfidanti»). Quella che vede nel dolore (sconfitte, malattie, solitudini, tristezze, presto forse anche la morte) una tappa per «rialzarsi subito». (Ma perché? Stavamo bene distesi per terra). Ed essere degli ebeti sorridenti che marciano all’unisono, come diceva Sabina: la ragazza, nuda davanti allo specchio, del libro di Kundera. Ecco una recente antologia  di volitivo cretinismo resiliente, tratta dai quotidiani: “obiettivo, uscire da questa avventura più forti” (parlando di malati di cancro). “Cado sempre, mi faccio male e mi rialzo”. “Si è arresa alla malattia” (non è morta; si è arresa). “Diversamente immobili: storie di chi non si è arreso alla malattia” (anche qui, subire le conseguenze di una malattia significherebbe arrendersi). Una ballerina compie 107 anni: “non voglio assolutamente sentire la parola vecchia”  (figuriamoci, alla sua tenera età).

Il termine “resilienza“ qui non appare esplicitamente. Ma è subdolamente presente. Sfondo culturale, spirito del tempo.  Per poi riapparire nei programmi di “sviluppo personale”, nelle parole dei politici, persino nella declinazione italiana del “recovery plan”,  che diventa «piano nazionale di ripresa e resilienza». Aspiranti scrittori di successo intitolano i loro libri “Stress? No grazie, sono resiliente”. (Giorgio Manganelli diceva che il vero lettore si riconosce da quali libri non legge: eccone uno). Conferenze su Internet : “io donna, sono resiliente e posso essere ciò che voglio”. Sì, perché la resilienza si accoppia bene all’altro imperativo moderno: nulla è impossibile (basta volerlo), puoi essere ciò che desideri, avere tutto quello che vuoi. (Sottinteso: se non ci riesci la vita non vale nulla, e comunque non sei abbastanza resiliente). La resilienza è la condanna a essere  una marionetta che non conosce requie, eternamente costretta a inseguire, direbbe Battiato, falsi miti di progresso – di successo.

Kafka scrive: se sono condannato, sono non solo condannato a morire, ma anche a difendermi fino alla morte. Ecco, questa è la condanna che la resilienza vuole infliggerci. L’ideologia della resilienza vuole impossessarsi di tutto e arruolare tra le sue fila anche coloro che ne sono, per cultura e costituzione, lontanissimi. Ad esempio, Beckett che dice, « Try again. Fail again. Fail better »: prova ancora, fallisci ancora, fallisci meglio. Beckett racconta la condizione dell’essere umano, incatenato al suo letto di Procuste, e viene arruolato come se stesse facendo un corso di pilates o un seminario per quadri commerciali.

La resilienza è insomma, tra le stupide parole del nostro tempo, la più pericolosa e spietata. Dice che sempre resilienti dobbiamo stare, che il nostro piangere fa male al re. Ci considera  soldati da fucilare se disertiamo. La resilienza non conosce pietà. Perseguita i malati di cancro (la cui malattia diventa “un’avventura”, il cui “obiettivo”, come abbiamo visto, deve essere diventare “più forti”), coloro che vivono situazioni di handicap (mettendoli sempre a confronto con personaggi sovrumani, che nonostante l’handicap realizzano chissà quali imprese. Ammirevoli; ma non rappresentativi della condizione quotidiana di persone normali affette da handicap. Il cui problema non è  scalare l’Everest su una sola mano, ma andare in bagno e vivere una vita sopportabile). La resilienza è insomma la versione moderna in salsa progressista dell’arditismo e del “me ne frego” di fascistissima memoria.

Abbasso la resilienza, dunque. Resilienti di tutti i paesi: lasciateci in pace. Lasciateci con le nostre sconfitte, tristezze e dolori, il rimorso della sera, la cappelletta del sentiero di montagna, la lapide del morto dimenticato su cui nessuno posa un fiore. La passeggiata solitaria che non conosce destino, la partita che finisce zero a zero, il ritorno a casa, tanto oggi è come ieri. Quel confronto con la debolezza, le tragedie e le paure, che è confronto con l’eterno, e le morte stagioni (e la presente e viva, e il suon di lei). Non un trampolino arrivista per ripartire verso le scemenze di successo.

Maurizio Puppo

5 Commentaires

  1. Ottimo articolo. Quando si abusa di una parola succede sempre che il senso originale (la possibilità di non soccombere a una prova difficile) di questa venga perduto a favore, purtroppo, di un uso caricaturale della stessa.

  2. L’articolo più intelligente che mi sia capitato finora su questo argomento e che mi ha permesso di scoprire chi é Maurizio Puppo !!!
    Consultero’ regolarmente Altritaliani.net

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