Una riflessione su come e perché insegnare la Storia nelle scuole oggi.

Appena l’anno scorso il ministro della pubblica istruzione aveva proposto l’abolizione della Storia tra le materie di esame. È vero che tra i giovani in molti sembrano disinteressarsi al passato alle grandi e piccole vicende che fanno di noi quello che siamo, colpa, forse, di una società in crisi di valori e di grandi ideali e che sempre più guarda al presente temendo il futuro restando indifferente al passato. Eppure, oggi si moltiplicano le giornate della memoria (di recente quella per la Shoa e l’altra per le Foibe), a riprova che perlomeno nelle alte sfere dell’amministrazione dello Stato, la memoria resta un punto imprscindibile per capire e magari correggere il nostro presente. Tutto questo richiederebbe uno sforzo formativo, specie nelle scuole e nelle Università, per portare la Storia ad essere non solo la narrazione di grandi imprese e conflitti e di personaggi che ne sono stati i protagonisti, ma occasione per collegare quelle vicende alla trasformazione delle società, delle comunità. Uno sforzo che probabilmente renderebbe meno astratta la materia e più attrattiva verso quei giovani che fino ad oggi si sono sentiti fuori, esclusi proprio dal mondo in cui vivono.

Ilaria Paluzzi lavora in una scuola in provincia di Roma e ogni giorno si scontra con diverse difficoltà. Da questa diretta esperienza nasce una sua riflessione a proposito dell’importanza dell’insegnamento della storia nelle scuole, sulla base delle suggestioni che riceve dai suoi studenti e dalle tante discussioni che si sono alternate in questi giorni sui giornali in occasione della giornata della memoria.

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In questi giorni non si è fatto che parlare di storia. Si sono espressi in molti, specialmente coloro che non ne sanno niente, e non tanto della storia di per sé, materia a proposito della quale si assiste ai più bizzarri teatrini di ‘‘saputologia’’, quanto dell’insegnamento della storia, a proposito della quale forse dovrebbero esprimersi innanzitutto gli studenti e poi gli insegnanti.
Dico innanzitutto gli studenti perché sono loro i primi ad instaurare una relazione sofferta con questa materia così grande, difficile, indubbiamente affascinante. Una materia verso la quale noi insegnanti vorremmo immaginarli immersi con gli occhi sgranati dei sognatori erranti, che vanno in giro per le valli della conoscenza a inebriarsi dei suoi mille scenari lontani e incredibili.

Purtroppo però spesso la realtà tradisce le nostre aspettative, poiché quegli occhi, che noi vorremmo vivacizzare attraverso lo stimolo delle nostre suggestioni, tendono invece ad appesantirsi dentro aule sempre meno confortevoli, tra gli insegnamenti di docenti che, pur nelle migliori intenzioni, sono costretti a seguire programmazioni atrofizzate dalle logiche ministeriali lontane dal mondo reale nel quale loro si trovano a vivere e a crescere.
E così l’ora di storia si trasforma in una tortura di massa, dove i primi a soffrirne sono i professori stessi i quali, ripeto, animati dalle migliori intenzioni, si ritrovano tuttavia a svolgere una didattica costrittiva nei confronti di ragazzi che vivono realtà irrimediabilmente distanti, persino da quella storia con la S maiuscola, ossia quella delle grandi date, quelle date che non si possono ignorare perché, appunto, ‘hanno fatto la storia’.

Tuttavia, se diamo uno sguardo alle programmazioni che effettivamente un docente si trova a poter realizzare nelle sue classi, oltre quelle date fino ai giorni nostri sembra aprirsi una valle desertica e piatta sulla quale sembra stendersi come un’ombra scura la lunga mano del nichilismo.
Ma sarà proprio vero? Ossia, è proprio vero ad esempio che dal secondo conflitto mondiale ad oggi non è successo più niente di realmente eclatante, di importante, nessun evento a segnare la storia delle grandi date, o quella, come direbbero i grandi storici, anche loro con la S maiuscola, quella destinata a segnare il corollario dei corsi e ricorsi storici? Siamo proprio certi che per la formazione dei nostri studenti non siano invece importanti anche altre date, come la strage di Bologna, il rapimento di Moro, non sia importante approfondire anche altri movimenti, come tutto quello che è successo in Italia, e non solo, tra i giovani che hanno vissuto tra gli anni ’70 e ’80, movimenti che solo a pensarci ancora ci si chiude lo stomaco.

Movimenti studenteschi alla fine degli anni ’60.

Un paio di settimane fa anche nelle mie aule grigie e qualunquiste della periferia romana è stata celebrata la Giornata della memoria. O, almeno, ci abbiamo provato.
Insegno in cinque classi di un Istituto di istruzione superiore secondaria. Sono una supplente, ossia una di passaggio. Da tre mesi, o poco più, sono di passaggio più o meno tra le stesse classi. E in tutte le mie classi, ripeto cinque, di diverse fasce d’età, quasi in tutte io ho provato a parlare con i ragazzi di cosa fosse la Giornata della memoria, e in tutte le mie classi io ho avuto la stessa reazione: una profonda repulsione. Una repulsione sulla quale però forse è il caso di riflettere e che non possiamo cestinare come il classico atteggiamento superficiale della nuova generazione digitale, malgrado lo stato di profonda tristezza e sconforto che certe reazioni possono scatenare comprensibilmente in noi docenti.
Per diversi giorni, infatti, i miei pensieri si sono appesantiti dentro uno stato di profonda perplessità, le mie giornate scurite dal timore che forse quella lunga mano tesa dal nichilismo fosse arrivata a pesare sulle loro teste. E allora, mi chiedevo, quale strategia per tirarli fuori dall’ombra nera del disinteresse, come reagire al loro comprensibile allontanamento dalla storia vera, la storia con la S maiuscola appunto, quella delle grandi guerre, quella dai nomi altisonanti, la storia delle grandi tragedie, quella della gente che scappa e dei grandi eroi che li salva, la storia che fa muovere veloce il vento sulle bandiere che sventolano tra le cime dei palazzi importanti e marmorei, quelli stessi dove di solito non abbiamo il permesso di entrare.
E allora, di fronte ai palazzi marmorei della storia, le mie perplessità si sono finalmente fermate e ho capito che la vera storia, quella con la S minuscola, quella che di solito si mette tra parentesi, di solito non chiede la selezione all’ingresso, è rimasta nascosta da qualche parte, messa in ombra da discutibili criteri di selezione.

Ecco infatti, forse è proprio questo il punto, probabilmente i nostri ragazzi si sono stufati di chiedere il permesso di entrare dentro le cose importanti, forse loro vorrebbero che a scuola venisse raccontata un’altra storia, una storia che li accolga, che parli di loro, e a loro, una storia che li aiuti a comprendere realmente il mondo in cui vivono, una storia che non sia ipocrita, ma coerente, una storia che sia sincera, che giochi a carte scoperte, una storia che gli dica davvero chi sono e come siamo arrivati a questo punto, a sentirci tutti estranei perché disabituati al confronto, cittadini costretti alla diffidenza nella lotta alla sopravvivenza, uomini soli e impossibilitati alla scoperta, spaventati dall’idea di diventare grandi perché crescere significa accettare la condanna al fallimento che loro cercano di sfuggire in tutti i modi esibendo le loro scarpe lucenti, i loro corpi così forti, o al contrario nascondendosi dentro vestiti troppo grandi e sperando di sfuggire così il confronto con una storia che per loro è molto più importante, quella delle loro vite.

«Non conoscere la storia è un po’ come non sapere quando si è nati o l’anno di nascita di nostro fratello», scrive uno dei ragazzi a cui insegno a proposito della storia. E un altro aggiunge: «Lo studio della storia è importante, ma solo se chi l’insegna ne è fermamente convinto».

E io naturalmente mi chiedo: noi insegnanti ne siamo ancora fermamente convinti e su quale scala stabiliamo la sua importanza? Sulla scala della morale, sulla scala dell’economia, su quella sociale, o su quella umana? Dove parte il primo gradino su ciò che è giusto per l’educazione dei nostri studenti o su quanto è coerente con la crescita come esseri umani?

Un’altra ragazza scrive: «Personalmente la parola libertà mi dà tanta voglia di vivere, perché possiamo essere ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, per cui credo sia importante capire come siamo arrivati ad essere così liberi». Già, come ci siamo arrivati? Siamo sicuri di averlo compreso a pieno? E infine un’altra ragazza ancora: «Bisognerebbe rafforzare l’insegnamento della storia, così da poter avere una formazione civile, così da poter fare qualcosa di bello e poter noi stessi un giorni raccontare una storia che vale la pena raccontare». Ma come possiamo noi insegnanti rafforzare l’insegnamento della storia, cosa potrebbe rinvigorire le nostre lezioni, dare forza alle nostre parole, a quelle faticosissime ore dentro aule grigie e spesso troppo rumorose?

Concludo parafrasando le parole di uno dei miei studenti, il quale ha scritto che non ha senso studiare la storia se non comprendiamo i sentimenti che l’hanno animata, che non è giusto giudicare certi movimenti giovanili, se non ne comprendiamo le ragioni, «quante volte si sente parlare di ragazzi credersi fascisti o al contrario anarchici senza conoscere il principio di questi ‘movimenti’, generando motivi di pregiudizi». Quante volte gli insegnanti, quante volte nelle case, si preferisce non ascoltare certe parole, o certe domande, perché noi stessi non ne conosciamo le risposte?

Ecco, probabilmente non esiste un modo per essere bravi insegnanti, e nemmeno una strategia infallibile per diventare ottimi genitori, ma sicuramente potremmo provare anche solo per un momento a ritrovare, tra le mille diatribe della storia, i suoi momenti migliori, quando in un lontano Egitto, all’interno di una biblioteca incendiata dal buon costume cristiano, la storia si costruiva nella relazione stessa, la storia era una materia viva, una narrazione imprevedibile, che nasceva dalla domanda e cresceva nella risposta e non moriva mai, semmai acquistava un volto, una forma, nella discussione viva e aperta di un’insegnamento che forse dovremmo provare a recuperare: quello di chi considera i propri studenti non delle tavolette da plasmare, ma delle risorse dalle quali attingere domande nuove.

Ilaria Paluzzi

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Ilaria Paluzzi
Ilaria Paluzzi è nata in un piccolo paese vicino al mare, in Abruzzo. Verso i 18 anni si trasferisce a Roma dove consegue la laurea in studi umanistici. Attualmente vive tra l'Abruzzo e il Lazio, tra ilmare e la città. Per diverso tempo ha collaborato con varie testate giornalistiche. Attualmente ha deciso di dedicarsi unicamente alla narrativa. Recentemente è uscito il suo primo romanzo, 'Riva', edizioni Bookabook. Collabora come autrice per la collana Dafni&Cloe, mentre lavora ai prossimi progetti. Nel 2016 ha ideato e curato 'Gente di mare', progetto editoriale itinerante. Oggi il mare continua a scorrere in tutte le sue storie, in un modo o nell'altro, come l'estate che mantiene vivo col suo profumo il più lungo inverno.

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